11.5 Sociologia della civiltà moderna e Note
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Domenica 30 Maggio 2010 18:16

 

11.5.Sociologia della Civiltà moderna - Sociologie de la Civilisation moderne - Sociology of Modern Civilization

 

Prima di addentrarmi in questa Sezione,desidero precisare che il titolo che io diedi a questo mio insegnamento di Sociologia lo mutuai dal grande sociologo e giornalista Raymond Aron. Infatti fu lui a denominare così il suo insegnamento al Collège de France, dove insegnò dal 1970 fino alla morte avvenuta nel 1983,che io commemorai su "Eco di Biella" il 31 ottobre. La sua opera "Les étapes de la pensée sociologique", pubblicato da Gallimard di Parigi nel 1967, fu il mio primo libro di sociologia che mi fece appassionare a tal punto che volli affrontare gli studi di sociologia e lessi molti lavori di altri autori francesi in lingua originale(tenuto conto che frequentavo un corso di laurea belga!).P oi preparai la mia tesi interdisciplinare di sociologia infortunistica del lavoro e in seguito la tesi di dottorato in metodologia della ricerca sociologica. Quindi posso considerare Raymond Aron un mio Maestro, amche se non ho ascoltato le sue lezioni dal vivo.

 

§ I      Gli elementi fondamentali della vita sociale

 

Ogni unità sociale perché si mantenga in vita e continui nel tempo deve soddisfare a certe condizioni, che sono i “prerequisiti”,o requisiti minimi,della vita sociale dell’uomo.

 

Questi requisiti minimi sono necessari alla vita sociale perché esercitano una profonda influenza nella sua organizzazione e direzione.

 

Semplificando, possiamo suddividere i problemi ricorrenti della società in tre serie principali di requisiti:

1.   l’adattamento all’ambiente esterno,fisico e umano:costituisce la prima serie di requisiti minimi.Infatti, perché un gruppo possa sopravvivere è indispensabile che esso abbia una tecnologia idonea a soddisfare delle elementari esigenze di vita,che gli consenta di mantenersi nel tempo;

2.      l’adattamento alla natura socio-biologica dell’uomo:è,questa,una seconda serie di problemi,giacchè l’uomo ha una vita di relazione e, quindi,ha bisogno di soddisfare,oltre alle esigenze meramente ambientali,anche esigenze di ordine psichico e culturale,esigenze di contatto fisico e psichico con altri esseri umani,esigenze espressive,le più complesse esigenze di espressione sessuale, esigenze di tempo libero;

3.  l’adattamento alla condizione di vita collettiva:è,questa, la terza serie di problemi.Infatti,gli uomini, vivendo insieme devono organizzare,coordinare e integrare le proprie azioni per evitare l’inevitabile caos e la confusione che ne deriverebbero in assenza. Pertanto,l’uomo deve inventare regolamenti,regole di comportamento,procedure di convivenza,elaborandole continuamente dall’ esperienza acquisita dai fatti sociali.In questo continuo processo di elaborazione l’uomo crea le unità fondamentali dell’organizzazione sociale.

 

§ II     Le unità del’organizzazione sociale

 

In generale, possiamo considerare elementi fondamentali della organizzazione sociale le istituzioni,le comunità e la società.

 

Alla base dell’istituzione,che tra breve definiremo,troviamo i costumi o usi popolari che rappresentano il modo standardizzato di agire, di comportarsi,proprio dei membri di una data cultura.

 

Costumi o usi popolari possono essere piccoli atti sociali come togliersi il cappello per salutare o dire buongiorno e stringersi la mano,ma costume è anche il partecipare ai complessi e minuti rituali di una festività con le sue cerimonie.Quando il costume riveste anche un aspetto morale,implicante certi valori,allora possiamo parlare di “mores”,giacchè siamo già ad un gradino più alto.

 

Questa distinzione la ritroviamo in William Graham Sumner(americano,1840-1910),sociologo,antropologo e influente professore di sociologia all’Università di Yale,autore del celebre “Folkways”(“Costumi di gruppo”),il quale fu il primo a introdurre questo termine nella scienza sociale1.

 

In particolare,il Sumner parlò anche di “in group” e “out group”,di “etnocentrismo” e di “ethos”.

 

Con il termine “ethos” egli intese la condotta,il comportamento di gruppo,con le sue caratteristiche individuali che lo differenziano dagli altri.

 

Per “etnocentrismo” designò una concezione per cui il gruppo è considerato il centro di ogni cosa e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso.

 

I termini sociologici “in group” e “out group” stanno a precisare il “gruppo di noi o interno” e “il gruppo di altri o esterno”,in cui si producono i sentimenti che accrescono le differenze tra i gruppi spingendo alla lealtà verso il primo e al disprezzo verso il secondo.

 

Un insieme di modi di agire sanciti dal costume viene definito “ruolo”,che viene riconosciuto dal sistema in cui si vive.Quando invece si assegna a qualcuno un nome specifico, un titolo o una designazione precisa relativa a un ruolo,allora abbiamo una posizione sociale oppure una posizione di “status”.

 

La posizione di status quindi designa socialmente una persona conferendogli un suo preciso spazio sociale.Abbiamo posizione di status ascritte e acquistate a seconda che siano ereditate per nascita o conquistate con le proprie capacità.

 

Abbiamo prima detto che più atti sociali possono creare dei costumi;ugualmente possiamo dire che una struttura complessa di ruoli organizzati crea una “istituzione”.

 

Pertanto,l’istituzione risulta essere un sistema organizzato di procedure e di ruoli sociali intorno a un valore o ad una serie di valori.Anche la macchina organizzativa e burocratica incaricata di regolare le procedure e il rispetto delle norme viene chiamata istituzione.

 

Le moderne società industriali e post-industriali sono caratterizzate dalla estrema socializzazione delle istituzioni,considerate i pilastri della società.

 

In sociologia si riconoscono quattro serie di istituzioni:

  1. le politiche;
  2. le economiche;
  3. le espressivo-integrative;
  4. le familiari.

 

Le politiche riguardano l’esercizio del potere,l’uso legittimo della forza e la regolazione dei rapporti con le altre società.

 

Le economiche attengono alla produzione e distribuzione di beni e servizi.

 

Le espressivo-integrative riguardano le attività culturali e del tempo libero.

 

Le familiari regolano i rapporti sessuali,la cura e l’educazione della prole.

 

Una serie di istituzioni costituisce un sistema sociale,categoria fondamentale per gli studi sociologici,senza la quale non si può operare.

 

Le istituzioni sono operanti nell’ambito di una comunità. Una comunità esiste quando può soddisfare a tre requisiti:

  1. concentrazione di un complesso di famiglie in una limitata area geografica;
  2. integrazione sociale integrata tra i residenti;
  3. senso di appartenenza alla comunità.

 

Una comunità può essere di residenza o morale.Con il primo termine designiamo una comunità ecologica,i cui membri sono legati dall’abitare in un dato posto;col secondo termine si designa,invece,il senso di appartenenza alla comunità grazie a legami spirituali,religiosi oppure origine comune(ad esempio,le comunità israelitiche).

 

Infine, abbiamo le società. Perché una comunità possa essere considerata società si debbono verificare quattro condizioni:

  1. esistenza del gruppo più lungo di una generazione;
  2. nascita nel gruppo di nuovi membri;
  3. fedeltà ad un complesso comune di sistema generale di azione;
  4. autosufficienza.

 

In base a questi requisiti una qualsiasi città non può essere considerata una società, mentre lo è un piccolo stato come il Lussemburgo.

 

§ III                      I processi sociali fondamentali

 

Sono numerosi i processi e gli scambi di azioni interessanti la sociologia.Noi passeremo in rassegna tre tipi di processi sociali,che ne coinvolgono anche altri:

  1. la conformità;
  2. la devianza;
  3. la stratificazione sociale.

 

1.Conformità

“Conformità è un termine che sta a significare qualsiasi comportamento in sintonia con le aspettative,le attese e le norme di condotta individuale condivise e riconosciute nell’ambito di un sistema sociale”.

 

Si tratta di un processo sociale di fondamentale importanza.La conformità agli obblighi di ruolo si basa in buona parte sulle sanzioni,che gli altri possono imporre anche con la forza e con l’uso di ricompense e punizioni.

 

Ma non vi è conformità soltanto per sanzioni,ma anche per motivazione,cioè la sollecitudine e il desiderio dell’individuo di adempiere ai suoi obblighi di ruolo,che prescinde dal continuo controllo sull’attività dell’individuo e crea un flusso stabile di attività sociale che fa funzionare il sistema.

 

Ovviamente sia la sanzione sia la motivazione sarebbero insufficienti o,addirittura,inutili,se l’individuo non conoscesse il suo ruolo e come adempiervi.

 

Queste conoscenze vengono apprese con la socializzazione,che rappresenta il processo mediante il quale gli individui apprendono la loro cultura in generale e in particolare.Si tratta di un termine mutuato dalla psicologia dell’età evolutiva,che però viene impiegato anche per l’apprendimento dell’adulto,quando l’individuo svolga un nuovo lavoro ovvero occupi una qualsiasi nuova posizione di status.

 

2.Devianza

La devianza sociale si ha quando l’allontanamento dalle norme accettate implica un’azione che la comunità giudica severamente,tanto da adottare sanzioni per prevenire o controllare il comportamento deviante.

 

Possiamo quindi dire che questo termine indica qualsiasi comportamento non conforme a quelle norme di condotta richieste e accettate da una società.

 

Gli studi sulla devianza sociale sono generalmente diretti all’analisi di particolari problemi sociali,come il delitto e la criminalità,l’uso di droghe,il suicidio,la prostituzione,conflitti razziali,accattonaggio,rotture di matrimonio,illegittimità,delinquenza minorile,ecc.

 

Un ruolo importante nello studio dei fenomeni sociali da devianza è rappresentato dai sociologi dell’università di Chicago(Scuola di Chicago),i quali trovarono proprio nella loro città una specie di laboratorio ideale per i loro studi2.

 

Questi studiosi erano convinti che i fenomeni devianti avessero radici sociali e fossero provocati dalle condizioni sociali,tra cui l’abbandono e il degrado di certe parti della città che provocava,a sua volta,il deterioramento dei rapporti e disorganizzazione sociale,che a sua volta generava comportamenti,individuali e di gruppo,devianti di ogni tipo.

 

Fondamentali i risultati delle loro ricerche sul campo,raccolte in un testo che fece epoca3.

 

Dagli studi condotti da Clifford Shaw(americano,1896 – 1957)e collaboratori sulla delinquenza minorile4,risulta chiaro che le condizioni esistenti negli slums(“quartieri degradati delle periferie delle grandi metropoli industriali anglosassoni nei quali si ammassarono nella seconda metà dell'Ottocento,in condizioni igieniche disastrose,i lavoratori dell'industria e la popolazione marginale attratta dall'espansione urbana”) portano alla disorganizzazione della comunità che influenza negativamente i suoi appartenenti,che non seguono più le norme sociali.Ciò provoca la disintegrazione delle istituzioni.

 

Queste ricerche servirono a dimostrare,e quindi a smentire,che la delinquenza non si manifestava in giovani mentalmente deficienti o solo viziosi, ma era un comportamento acquisito.

 

Questa concezione fu,però,a sua volta smentita dalle ricerche dei Glueck dell’Università di Harvard,che confrontarono 500 delinquenti recidivi con 500 ragazzi normali viventi nello stesso quartiere5.Alcuni dati di questo studio concordano con quelli di C.Shaw,ma inoltre fu scoperto che le condizioni familiari predisponevano notevolmente lo sviluppo del carattere dei giovani in un senso o nell’altro.

 

Un’altra ricerca,quella di R.Cloward e L. Ohlin6 pose in dubbio le precedenti risultanze affermando che i ragazzi delinquenti hanno rifiutato i valori dominanti della classe media della loro società.

 

Quindi Shaw suggeriva un semplice risanamento urbano;i coniugi Gkueck,invece,un rinnovamento dell’ambiente familiare,mentre Cloward e Ohlin dichiarano che bisogna fornire ai ragazzi delle classi più povere maggiori opportunità sociali per raggiungere le méte della classe media.

 

Ma mentre questi studiosi,che si muovono nell’ambito della Scuola di Chicago,vedono il problema quasi come un privilegio delle classi più povere,un solitario studioso,Edwin HardinSutherland(americano,1883-1950),rivoluzionò nel 1940 questi studi,introducendo considerazioni sul comportamento sociale degli uomini d’affari.In un saggio,pubblicato sulla rivista sociologica americana,egli indicò una gran quantità di dati raccolti circa questi uomini,ricchi di esperienza,cultura,posizione e reputazione!7.

 

Tra i crimini loro attribuiti vanno ricordati:corruzione,frode,appropriazione indebita,uso indebito di fondi,falsa attribuzione di gradi e uffici,e violazione di norme federali.

 

Sutherland ritenne crimini questi fatti,non scaltra politica di affari,e invitò i criminologi a studiare questi tipi di crimini con la stessa serietà che usavano per altri tipi di crimini8.

 

Da allora la gamma del comportamento deviante si è ulteriormente ampliata,fino a comprendere i crimini del mondo del lavoro,del  traffico, del sistema dei trasporti urbani,dei rapporti razziali,etnici,ecc.

 

3.Stratificazione sociale

 “La stratificazione sociale ha un carattere storico,perché dipende dallo status,che è sempre presente in ogni collettività:

  1. Ogni collettività conosce la sua stratificazione sociale:
    • Platone: chi governa, chi combatte, chi lavora;
    • Feudalesimo: chi prega, chi combatte, chi lavora;
  2. La stratificazione può essere realizzata in modo diverso a seconda delle dimensioni di status prevalenti;
  3. Marx insiste sull’elemento economico;
  4. Weber insiste sull’elemento economico e su quello culturale,(classe e ceto);inoltre introduce il riferimento al partito (potere);
  5. Lloyd Warner e la ricerca a NewburyPort (Yankee City)9,fondata sul metodo reputazionale10,individua 6 classi:
    • upper-upper (old families, cioè vecchie famiglie),
    • lower upper (i nuovi ricchi),
    • upper-middle (professionisti),
    • lower-middle (quadri),
    • upper-lower (operai specializzati),
    • lower-lower (operai non qualificati).
  6. La stratificazione influenza diversi fenomeni sociali:
    • i modelli di vita,
    • le possibilità di accesso professionale,
    • la speranza di vita,
    • il tempo libero, e così via”.

§ IV    Un sociologo sconosciuto, Jack London

 

 

A conclusione di questa paragrafo,ad anni di distanza,ho il dovere di citare,sia pure molto brevemente,un autore che in sociologia è ignorato completamente,ma una cui ricerca sul campo rappresenta,a mio modestissimo avviso,un’opera veramente pionieristica nel settore della straficazione sociale,del conflitto sociale e della devianza.

 

Mi riferisco a Jack London (pseudonimo di John Griffith Chaney,San Francisco,12 gennaio 1876 - Glenn Ellen,22 novembre 1916),celebre scrittore statunitense,autore di The People of the abyss(Il Popolo dell’abisso):misconosciuta inchiesta di prima mano,condotta nell’estate del 1902 sulle condizioni di vita e sull’indigenza nell’East End di Londra11.

 

Jack London

 

Mentre altri autori suoi contemporanei si limitavano a cantare ciecamente le glorie dell'impero britannico,allora giunto al suo massimo fulgore, London,travestitosi da marinaio,si addentrò per sette settimane,nel 1902,nell'East End della capitale britannica,e si calò completamente nella più disastrata delle realtà sociali:dormì nelle baracche,frequentò prostitute,poveri,e ogni genere di umanità rifiutata dalla città "alta". L'immagine dei proletari,seppure vista da un'ottica certamente non reazionaria,è fortemente caratterizzata da un inconscio senso di repulsione per tanta miseria e abbrutimento12.

 

Un capolavoro letterario,ma anche un vero e proprio saggio di ricerca sociologica,senza alcuna scuola di scienze sociali alle spalle,per il quale l’autore,nel capitolo 8(Il carrettiere e il carpentiere),parla chiaramente di ‘filosofia sociale’ e di ‘studio sociale13.

 

Dal punto di vista metodologico,si tratta dell’applicazione pionieristica del cosiddetto metodo dell’osservazione partecipante,cioè quella tecnica di ricerca complessa che prevede l’inserimento di un osservatore all’interno del gruppo oggetto di indagine.L’osservatore partecipa e osserva le persone nel loro vissuto quotidiano,usa come dati non solo i comportamenti verbali e non verbali,ma anche le reazioni alla sua presenza,mimetizzandosi congruamente nel gruppo in cui si inserisce.In questo caso è più facile rilevare la vita quotidiana spontanea del gruppo,tuttavia la necessità di partecipare attivamente alle attività può limitare in parte la libertà di osservazione14.

 

Un altro punto importante di questa inchiesta è rappresentato sia dalla conoscenza personale delle condizioni di lavoro sia dall’esposizione delle importanti problematiche di sociologia infortunistica,allora completamente sconosciute,che London fa in due capitoli,il 14(Luppolo e Raccoglitori) e il 21(La precarietà della vita),in cui dimostra una conoscenza approfondita delle statistiche britanniche degli infortuni e delle malattie professionali,descrivendo in maniera magistrale i sintomi dell’intossicazione da piombo(la malattia professionale denominata “saturnismo”),soffermandosi su diversi casi particolari,specialmente di giovani donne,generalmente decedute in seguito all’intossicazione: nessun sociologo si è finora preoccupato di questo fenomeno sociale in maniera adeguata e,comunque,a livello di quanto descritto da London15.

 

Ma non è solo questo.Il Popolo dell’abisso rappresenta una summa sociologica,giacchè tratta la sociologia della vita quotidiana e si interessa dell’organizzazione familiare e delle loro condizioni di vita sociale ed economica(sociologia economica,sociologia della famiglia,sociologia della fame),della gestione fallimentare delle risorse da parte dello stato(sociologia delle organizzazioni),di economia sociale, di sociologia della civiltà moderna.Ogni studente di sociologia,scienze politiche,scienze economiche,e Servizio sociale dovrebbe obbligatoriamente leggere questo testo.

 

Debbo pertanto rilevare,per obiettività storica,che Jack London è non soltanto uno dei veri padri della sociologia,ma un raro studioso che riesce a saldare lo studio della realtà sociale con il messaggio di Cristo:infatti,in due occasioni,nel cap.26(Alcool, temperanza e frugalità) egli cita “la semplice sociologia di Cristo”.Incredibile!Non ho mai letto nulla del genere in circa 35 anni di studi di scienze sociali.

 

Negli Stati Uniti fu un sorprendente successo,ma in Inghilterra fu ovviamente molto criticato e osteggiato perché metteva in evidenza le macroscopiche incongruenze dell’Impero,edificato sull’oppressione e lo sfruttamento dei deboli.

 

Il suo stile narrativo rientra a pieno titolo nella corrente del realismo americano che,ispirandosi al naturalismo di Zola e alle teorie scientifiche di Darwin,privilegia i temi della lotta per la sopravvivenza e del passaggio tra i vari stadi di civiltà.

 

Due anni più tardi il grande scrittore pubblicò La guerra delle classi(War of the class, Macmillan Co. N.Y.,1905),in cui parlò della sua visione socialista della vita,per la quale propone,al termine del libro(Chapter VI)“Wanted: a new law of development”,cioè “Ricercata: una nuova legge di sviluppo”,avendo vissuto le aberrazioni della civiltà capitalistica.

 

La sua assenza dai volumi di storia della sociologia e di metodologia della ricerca sociologica è da imputare,a mio modestissimo avviso,a due motivi:

  1. la sua militanza socialista in un paese dove questi erano visti come il fumo negli occhi;
  2. la sua estranietà al mondo accademico.

Nel 1907 London pubblicò "Il Tallone di Ferro"(The Iron Heel)[16],letto da generazioni di giovani di tutto il mondo.Quest’opera rappresenta uno dei più allucinanti e veridici affreschi della società dominata dal profitto,dipinta nella sua durezza senza scampo,nella sua oppressione generalizzata,nei suoi inevitabili sbocchi di violenza e massacro.Il Tallone di ferro è il nome potente col quale London designa la Plutocrazia. Con esso egli ci illustra il conflitto che un giorno potrebbe spezzare il destino nella sua furia autorizzata,tra Plutocrazia e Popolo.Il dramma terribile a cui egli ci invita in “Il Tallone di ferro” non si è finora realmente verificato,e noi non conosciamo quando la spaventosa profezia di questo discepolo americano di Marx si adempirà.

 

London,già nel 1907,previde la prima guerra mondiale,pur illudendosi che l'Internazionale socialista sarebbe riuscita a evitarla,e gli esiti che avrebbe avuto,vale a dire la svolta fascista.Il profeta lucido e impavido dello scarto storico tra le speranze dell'umanità e le condizioni in cui gli uomini si trovano a vivere è Ernest Everhard,l'eroe,il combattente per la libertà,personaggio memorabile a cui deve il suo nome di battesimo Ernesto Che Guevara.

 

Nel 1910 London pubblicò un’altra sua celebre invettiva contro la società capitalistica17,nella cui presentazione dice:”I think of the assassins in Russia as camarades.Remember that when the embattled farmers of Lexington fired upon British soldiers,their acts were non worse than what assassins and revolutionares are doing today” (“Io penso a tutti gli assassini russi come a camerati.Ricordatevi che quando i coloni di Lexington assediati fecero fuoco sui soldati britannici,le loro azioni non furono peggiori di quelle che assassini e rivoluzionari stanno compiendo oggi”.Ringrazio mio figlio Lorenzo per l’aiuto nella traduzione,n.d.a.).


§ V     I metodi e i mezzi di ricerca utilizzati dai sociologi per impostare il problema della realtà sociale18.


Diversi filosofi interessandosi dei problemi dello stato hanno formulato per il passato interrogativi sulle origini, l’evoluzione e la forma più auspicabile di struttura sociale.La rivoluzione industriale rafforzò il convincimento che le violente trasformazioni della società e le loro inattese e temibili conseguenze sarebbero dovute essere messe in qualche modo sotto controllo se si fosse incominciato col risalire alle origini.Ma come si sarebbe potuto ricostruirle?Le scienze esatte offrivano un esempio seducente.

 

Tra il Settecento e l’Ottocento,alla svolta del secolo,alcuni cultori delle scienze naturali cessarono di definirsi filosofi,abbandonarono la ricerca delle cause finali,respinsero definitivamente i principi aprioristici di origine, scopo,essenza delle cose, e si dedicarono all’ osservazione,al confronto,all’esperimento,all’elaborazione astratta di sistemi concettuali.Preferirono l’applicazione pratica dell’esperienza scientifica,la comprensione e la determinazione sempre precise dei fenomeni che si verificano regolarmente negli avvenimenti naturali, le quali consentivano di predirne le conseguenze.

 

Naturalmente tutto ciò non si svolse senza intoppi né rapidamente.

 

Agli inizi del XIX° secolo molti ritennero che la biologia, la psicologia e le scienze sociali avrebbero potuto e dovuto seguire rapidamente l’esempio delle scienze sociali.

 

Alcuni studiosi ebbero un influsso notevole relativamente ai metodi e mezzi di ricerca di cui in seguito si sono avvalsi largamente i sociologi per impostare il problema della realtà sociale.

 

Ritengo opportuno citare Comte e, più diffusamente, Quételet, anche perché tra i due si verificò il primo conflitto metodologico nell’ambito della nuova scienza19.

 

La grandezza, e anche l’attualità, di Comte consistono – secondo Franco Ferrarotti20,col quale pienamente concordo – nell’avere intuito l’importanza sociale della scienza,cioè nell’avere esattamente descritto l’avvento e le caratteristiche della società industriale,come società dominata dal calcolo scientifico,organizzata,specialistica,sociocentrica:il filosofo Comte fu ispiratore del metodo storico-comparativo di osservazione e di confronto.

 

Di contro,si pose la figura del matematico e statistico belga Adolphe Quételet,contemporaneo di Comte,ma accanto a lui figura assai più sbiadita,nominato a malapena o dimenticato del tutto in diversi trattati di sociologia!

 

L’orientamento matematico-statistico,da lui ispirato,è quello che concepisce in cifre la realtà sociale e il processo sociale,come avviene comunemente nelle scienze naturali,ed è l’indirizzo che predomina in pratica in sociologia e, comunque, il più seguito come fondamento e come verifica delle teorie.

 

Interessanti i lavori che ci ha lasciato Quételet:prospetti di mortalità per società assicurative, analisi statistiche relative ai reati per conto dell’ amministrazione giudiziaria.Quando era professore a Bruxelles,nel 1828, pubblicò un manuale di statistica per le province belghe appartenenti ai Paesi Bassi21.

 

Per le moderne scienze sociali,e in particolare per la sociologia,l’opera di Quételet riveste una duplice importanza:

  • innanzi tutto, quella di avere applicato metodi statistici, e specialmente la teoria delle probabilità,ai fenomeni sociali;
  • in secondo luogo,quella di avere tentato di applicarla in particolare alle capacità intellettuali e alle qualità morali.

Dopo questi grandi pionieri fu più agevole per i successori affrontare i processi di ricerca sociologica.Per impostare il problema della realtà sociale la sociologia si è pertanto servita di altre scienze e dei metodi e mezzi di ricerca impiegati da queste.

 

Molto arbitrariamente chi scrive si prende la licenza di suddividere in quattro gruppi quelli che sono ritenuti i metodi e i mezzi di ricerca di cui si sono serviti,e si servono,i sociologi per lo studio della realtà sociale:

  1. metodi descrittivi;
  2. metodi psicosociologici;
  3. metodo storico-comparativo;
  4. metodo sperimentale-matematico.

1.Intendiamo per metodi descrittivi quelli il cui scopo principale consiste nel presentare una chiara immagine di una data area della realtà sociale.I metodi descrittivi coprono l’intera gamma del lavoro di ricerca,da quelli che sono descrizioni di fatti sociali percepiti o sociografici,a quelli più valutativi,come l’analisi del contenuto o l’induzione statistica.

 

Spesso tutti questi metodi compaiono insieme nella descrizione sociale.

 

Il metodo sociologico più descrittivo è la sociografia,termine introdotto da Robert Michels(tedesco,1876-1936)[22],ma coniato dall’ olandese Steinmetz.Fondamentalmente sociografia significa ordinata presentazione dei dati raccolti,sia di tipo qualitativo sia quantitativo.Gli strumenti usati per tali descrizioni possono includere:

  • fotografia aerea;
  • inventari di beni posseduti dalle famiglie;
  • misurazione dello spazio vitale;
  • compilazione di date e dati sulla durata di rituali;
  • raccolta di relazioni fatte da altri osservatori.

Esistono tre tipi di statistica descrittiva che raccoglie informazioni numeriche su certi fenomeni,mentre compaiono in una data area sociale:

    1. induttiva, basata su campioni;
    2. statistica dei rapporti,che è un metodo usato per stabilire i rapporti tra due o più variabili;
    3. infine, abbiamo l’analisi del contenuto:
      • quantitativo, quando si riferisce alle frequenze con cui certe unità culturali appaiono riprodotte nell’oggetto studiato;
      • qualitativo,quando si riferisce alla struttura del fenomeno culturale in esame e ai suoi rapporti con la società nella quale si presenta.

Ad esempio,Marx mise in pratica questo metodo studiando l’ideologia dell’intellighenzia tedesca del suo tempo23 Weber fece la stessa cosa nella sua indagine sui rapporti causali tra etica calvinista e sviluppo del capitalismo occidentale.24

 

2.Per quanto riguarda i metodi psicosociologici ricordiamo che questi metodi hanno per fine l’esplorazione della dimensione psicologica della vita sociale.In ciò i metodi si identificano con quelli della psicologia sociale, che costituisce un ponte tra sociologia e psicologia25.

 

Le interviste e i questionari sono le tecniche maggiormente in uso in questo metodo,che annovera la sociometria,la quale,secondo la definizione di Jacob Levi Moreno (Bucarest,1889–1974)26 - il più grande psicologo sociale del ‘900 - si occupa dello studio matematico delle proprietà psicologiche delle popolazioni,della tecnica sperimentale dell’applicazione dei metodi quantitativi,e dei risultati ottenuti da essa.

 

Fondamentalmente la sociometria è un metodo per misurare certe relazioni individuali,quantunque i risultati ci informino tanto sugli individui quanto sui loro gruppi.Con questa tecnica sono state compiute anche ricerche sulle società animali.

 

3.Il metodo storico-comparativo. Le analisi del cambiamento sociale nella storia sono eseguite con l’aiuto di diversi metodi,tra cui il più apprezzato dai sociologi è stato quello comparativo.

 

Si studiano parallelamente gruppi differenti,collettività,comunità e istituzioni.Celebri sono i lavori di de Tocqueville,che si ispirò al metodo comparativo sia per l’analisi della giovane democrazia americana sia per le remote origini della rivoluzione francese.

 

Questi due esempi sono macrosociologici27,ma occorre precisare che il metodo comparativo in genere si applica ad indagini su argomenti più limitati.

 

Il metodo comparativo è stato ampiamente usato nella ricerca antropologica ed etnologica.

 

4.L’ultimo gruppo comprende i metodi sperimentale e matematico.

 

L’esperimento è un’operazione in una situazione controllata che cerca di scoprire gli effetti sconosciuti prodotti dall’introduzione di un fattore tra altri fattori noti.

 

In termini variabili l’esperimento può anche essere definito l’osservazione di una o più variabili dipendenti in presenza di una variabile dipendente.

 

Questi metodi per il passato sono stati usati limitatamente.Attualmente interessanti risultati sono stati ottenuti in indagini di sociologia dell’ educazione e dei piccoli gruppi.


§ VI    Schema formale di una ricerca sociologica empirica

 

In generale,le inchieste sociologiche condotte secondo il metodo empirico comprendono quattro fasi distinte e successive:

  1. Preparazione dell’inchiesta;
  2. Raccolta dei dati;
  3. Analisi dei dati raccolti;
  4. Redazione e stesura dell’inchiesta e delle conclusioni.

Ciascuna delle quattro fasi si realizza in un lavoro concreto che ora esporrò sinteticamente.

 

1.La fase di “preparazione dell’inchiesta” richiede innanzi tutto che si definiscano,con molta precisione,le motivazioni che inducono ad iniziare una certa ricerca su un dato tema.

 

E’ evidente che rendendo esplicite le motivazioni originarie del progetto,se ne agevola l’esecuzione e si stabiliscono solide basi di partenza,con l’indubbio vantaggio di evitare che l’inchiesta stessa si vanifichi in diversi direzioni.Inoltre,è necessario,per potere beneficiare anche di esperienze precedenti di altri ricercatori e per cercare di evitare gli eventuali errori.

 

Nel corso di questa fase occorre procedere anche alla scelta e alla definizione dei metodi e delle tecniche da seguire per condurre l’inchiesta con la massima efficienza.

 

2.La seconda fase,“raccolta dei dati”,diventerà  poi la base su cui si svolgerà tutto il lavoro di interpretazione,da cui dipenderà l’attendibilità o meno delle conclusioni dell’inchiesta.I ricercatori lavoreranno sia sul campo sia in laboratorio.Ciò significa che i dati si potranno ottenere in diversi modi:mediante osservazione diretta(inchieste,interviste,questionari)o mediante lo studio di documenti ufficiali(per esempio,schedari amministrativi)ovvero,ancora,mediante  la sperimentazione(test di vario tipo).

 

Per evitare che i presupposti ideologici di coloro che conducono l’inchiesta influiscano sulla natura dei dati raccolti,si tratterà di verificare l’ autenticità di tali dati,altrimenti i risultati dell’inchiesta perderebbero ogni valore oggettivo.

 

3.La terza fase,“analisi dei dati raccolti”,si serve di diversi metodi di classificazione,codificazione ed elaborazione per arrivare alla sintesi di tutte le informazioni possedute per una loro corretta interpretazione.

 

4.La quarta fase,quella finale,“redazione e stesura dell’inchiesta e delle  conclusioni”,riguarda la redazione di tutto il lavoro compiuto.Si può in tal modo ricostruire il percorso della ricerca,della preparazione fino alla conclusione,precisare quali sono le linee di forma dell’inchiesta,e dimostrare come esse conducano logicamente a un’interpretazione obiettiva dei risultati ottenuti.

 

§ VII            Il metodo statistico

 

Il metodo statistico è certamente il più utilizzato da parte dei sociologi attuali.

 

La statistica è una branca della matematica applicata:i suoi principi derivano dalla teoria delle probabilità.Il suo oggetto è dato dal raggruppamento metodico e dallo studio di serie di fatti o di dati numerici.

 

Il metodo statistico può essere usato per analizzare tutti i fenomeni sociali(come auspicò il fondatore,il belga Adolphe Quételet)che comportano una grande molteplicità e complessità di cause,che escludono cioè la possibilità di essere studiati esclusivamente con il metodo sperimentale.

 

Il metodo statistico si applica in un primo tempo a tutti i documenti raccolti,relativi ad una data questione da studiare.Tali documenti vengono analizzati e classificati,e in un secondo tempo lo studioso procede ad un ordinamento logico dei numeri raccolti,classificandoli e raggruppandoli.Infine,egli analizza il risultato della classificazione e ne trae conclusioni di valore generale.

 

Per quanto attiene,ad esempio,il sondaggio di opinione,è evidentemente impossibile porre le domande all’intera popolazione.L’operatore statistico si accontenta dunque di stabilire un sistema di campionatura che sia rappresentativo della popolazione stessa,in funzione di criteri adeguati(categorie professionali,livelli di vita,età,sesso,ecc.).

 

Il risultato dell’inchiesta consentirà di conoscere non solamente l’opinione delle persone interrogate,ma anche,per induzione,quella dell’insieme della popolazione.

 

§ VIII                   Rapporti della demografia con economia politica e sociologia28.

 

Secondo Fernand Braudel(francese,1902 - 1985),storico di chiara fama e professore al Collège de France,Direttore di sezione a l’Ecole des Hautes Études di Parigi, “la storia è il punto d’incontro di tutte le scienze umane29.

 

Braudel

 

E’,pertanto,in questo incontro continuo e necessario che possiamo cogliere i momenti salienti dei rapporti intercorrenti tra la demografia da un lato e,di volta in volta,l’economia,la politica e la sociologia dall’altro.

 

Sono rapporti che,ad avviso di chi scrive,non possono scindersi gli uni dagli altri ed essere separatamente valutati,perché interagiscono quasi sempre influenzando il progresso scientifico demografico a cui conferiscono aspetti particolari,a seconda delle circostanze.

 

Due opere di Ernst Wagemann (tedesco, Chanarcillo, Cile,1884 - Bad Godesberg, Germania, 1956), demografo, statistico ed economista tedesco, professore nelle Università di Santiago del Cile e di Berlino, fondatore del famoso “Institut für Konjunkturforschung” (Istituto di ricerche per la congiuntura), di Berlíno, ci aiutano molto a precisare i rapporti tra demografia ed economia30.

 

Wagemann

 

Wagemann, dopo avere lungamente criticato Malthus,da lui giudicato uno pseudodemografo,mette in evidenza l’accentuata dipendenza in cui si trovano le teorie demografiche rispetto all’economia.

 

Ciò dimostra l’insufficienza di fondamenta metodologiche della demografia.Questa fa si che la demografia,quindi,venga considerata una scienza ausiliaria,dipendente,al servizio dell’economia.

 

Chi scrive,invece,d’accordo con lo storico Braudel dianzi citato,ritiene che tutte le scienze dell’uomo siano di volta in volta ausiliarie l’una delle altre e,in altri casi,autonome.Insomma,non debbono esserci scienze di prima e di seconda categoria.

 

Pertanto,la demografia,assegnati dei compiti specifici e chiaramente definiti nell’ambito delle scienze sociali,può tranquillamente occupare,in piena autonomia,il posto che di diritto le spetta.Perché ciò si possa realizzare,bisogna prima concordare sul significato di demografia.

 

Questa scienza deve essere ritenuta lo studio delle fluttuazioni demografiche e delle loro conseguenze.Una scienza della congiuntura economica,ma in piena autonomia scientifica e metodologica rispetto all’economia.Rapporti si,ma non di dipendenza,di collaborazione.

 

Un grande insegnamento possiamo ricavare dalle opere di Alfred Sauvy(francese,1898 – 1990),economista e sociologo,che possiamo considerare dei veri e propri modelli del genere31.Sono opere dedicate alla demografia,ma concepite tenendo presente l’aspetto sociale e politico,a volte anche sociologico ed economico.

 

Sauvy

 

Scopriamo così le fondamenta delle leggi demografiche dalla quali,in sede operativa,è possibile attingere previsioni analitiche circostanziate (puntualmente verificate a posteriori dalle relative rilevazioni)che permettono ai governi di adattare le opportune scelte politiche.

 

Pertanto,la demografia serve la politica per meglio indirizzarne i provvedimenti di norme istituzionali nella tutela della persona,nel regolamento del matrimonio,il diritto di famiglia,le regole nella disciplina e controllo delle nascite ovvero per misure incentivanti l’incremento della popolazione con agevolazioni economiche per famiglie numerose;per i programmi di sicurezza sociale,politica della casa, scuola,occupazione, emigrazione.

 

Insomma,con le previsioni analitiche,chiamate anche ricerche sperimentali o proiezioni demografiche,in sostanza si realizzano le condizioni politiche(e anche economiche e sociali)che garantiscono l’ordinato e libero sviluppo di ogni moderna collettività organizzata.

 

Nei rapporti con la sociologia va detto che la demografia confina con essa e le è di valido insostituibile aiuto in molte circostanze.Il lavoro di sociologi ed assistenti sociali in molti casi risulterebbe monco e scolorito senza i dati e le previsioni demografiche.

 

Infatti,mentre all’inizio la demografia non era altro che la statistica delle popolazioni e la valutazione dei censimenti,in seguito cominciò a fare previsioni sull’accrescimento delle popolazioni censite.Da qui ebbero origine i molteplici e logici collegamenti con tutti i fattori biologici, ecologici,psicologici,sociali e culturali in genere,le cui ripercussioni si fanno sentire sulla procreazione umana e sulla mortalità.

 

Negli ultimi decenni la demografia è divenuta adulta riuscendo ad occupare un campo di ricerche a sé stante,quello della pianificazione familiare.

 

Pertanto,da semplice descrizione della popolazione,la demografia si è andata gradualmente trasformando in una sociologia dei fenomeni dei movimenti demografici,continuando,però, a trarre vantaggio dal fatto di avere a propria disposizione un materiale quantitativo attendibile.

 

A ciò si aggiungano i risultati dei computi e dei sandaggi con il metodo del campione per le rilevazioni di problemi particolari compiuti con l’ausilio delle ricerche sociologiche che indagano anche sulle possibilità e prospettive della demografia nei Paesi industriali e nelle regioni in via di sviluppo,nonché degli ostacoli che si oppongono alla pianificazione razionale,ostacoli determinati tanto dalla struttura sociale e dalle tradizioni culturali dei diversi Paesi quanto da considerazioni politiche contingenti o da ideologie politiche.

 

(Ho voluto inserire le foto di questi tre studiosi,perchè sono loro debitore di una parte della mia formazione.Infatti studiai il loro pensiero e le loro opere all'inizio degli anni '70 e nel 1974-75 i miei esami,scritti e orali, di Demografia, Statistica e Geografia antropica si basarono principalmente sul contenuto delle loro opere).


§ IX    Gli aspetti economico-politici della socializzazione32.

 

Le dottrine collettivistiche sorsero in contrapposizione e reazione al liberismo economico, basandosi su principi totalmente opposti.Infatti,per socializzazione si intende il processo di trasferimento alla collettività della proprietà dei mezzi di produzione che porta alla instaurazione di un’economia di tipo collettivista.

 

All’elaborazione dei principi dottrinari della socializzazione nel corso el tempo hanno contribuito in molti.Negli ultimi due secoli abbiamo assistito ad un’elaborazione utopistica in un primo tempo e, in un secondo tempo, scientifica.

 

Ciò,comunque,è stato possibile grazie all’intensa speculazione filosofica occidentale di diverse teorie e concezioni dottrinarie.

 

E’ innegabile che i filosofi politici del XVII° secolo,soprattutto Thomas Hobbes(il suo Leviathan comparve nel 1651)e,dopo di loro,nel secolo successivo,Jean Jacques Rousseau(il Contrat social fu pubblicato nel 1762)avevano formulato interrogativi sulle origini,l’evoluzione e la forma più auspicabile di struttura sociale.

 

Il problema delle istituzioni dello stato è elaborato dai due filosofi in contesti sociali e storici diversi,ma mostra anche quali progressi abbia compiuto il pensiero nel giro di un secolo.Hobbes propugna una politica assolutistica in cui morale e politica sono strettamente congiunte, e violenza e inganno sono le virtù cardinali.

 

La scienza mostra il meccanismo per cui necessariamente si passa dallo stato di natura a quello di convivenza civile e politica.Attuando la legge della ragione,acompagnata dalla garanzia che tutti siano obbligati ad osservarla,si costituisce lo stato mediante il contratto,che non è stipulato tra il popolo e il sovrano,ma soltanto dai vari individui tra loro,nel senso che tutti si impegnano reciprocamente a rinunciare al proprio “jus naturale”,ossia alla propria libertà naturale,in favore del sovrano per assicurarsi la pace.

 

Il sovrano non ha alcun obbligo verso i cittadini.Il potere sovrano è,per definizione,assoluto.

 

Al contrario Rousseau,col suo Contratto sociale,pone il problema dello stato come problema della conciliazione della libertà con l’associazione e quindi con l’autorità.

 

Sorge in tal modo la nuova concezione politica.

 

Per Rousseau al legislatore e al governo è attribuita la capacità di creare l’ordine sociale.Contro l’assolutismo dello stato il ginevrino proclama l’individuo una totalità,un atomo autosufficiente:”Di per sé stesso ogni individuo è un tutto solitario e perfetto”.

 

Il “Contratto“ proposto da Rousseau,contrariamente a quello di Hobbes,serve a realizzare “l’alienazione, a vantaggio dell’intera comunità di ciascun associato e di tutti i suoi diritti”.In tal modo viene meno la libertà primitiva e naturale,ma per essere sostituita da una libertà civile. Tutti,infine,dovranno obbedire ad una volontà generale.

 

Precursore del socialismo moderno,Rousseau loda l’istituzione dei granai pubblici,i quali non sono altro che un primo esempio di socializzazione.

 

Le concezioni filosofico-sociali del ginevrino furono poi variamente riprese e rielaborate in seguito.

 

In campo economico le concezione dottrinarie della cosiddetta “Scuola socialista” sono prevalentemente applicate nei Paesi a regime comunista,ma anche Paesi non socialisti hanno proceduto a interventi di nazionalizzazione,accanto alla libera iniziativa privata,dando vita a esperimenti di economia a carattere misto.

 

L’aspetto economico della socializzazione consiste nell’assunzione da parte dello stato di imprese produttrici di beni e servizi di pubblica utilità, cioè tali da interessare l’intera collettività(da qui il nome di collettivismo assunto nei Paesi comunisti).Ciò è giustificato dal fatto che gli elevati investimenti in immobilizzazioni richiesti per l’esercizio dell’attività renderebbero impossibile la condotta aziendale privata in regime di concorrenza,portando a situazioni monopolistiche.

 

Pertanto,la socializzazione persegue fini di razionalizzazione e unificazione dei servizi,ad esempio,ferroviario,telefonico,elettrico, radiotelevisivo.

 

L’intervento pubblico nel settore monetario e creditizio(in particolare la nazionalizzazione della Banca centrale di emissione)è dovuto essennzialmente alla necessità di garantire la misura dei valori e di controllo del credito.

 

Alle imprese gestite dallo stato viene spesso rimproverato di non operare con criteri di economicità e di essere meno efficienti di quelle private nonostante godano di benefici quali la partecipazione gratuita o quasi alla dotazione di capitali, esenzioni e sgravi fiscali,ecc.

 

Va rilevato in proposito che lo scopo di tali imprese è extraeconomico(vale a dire non è quello di perseguire un profitto)e che la indispensabilità delle loro prestazioni,per tutta la collettività nazionale,e in ogni momento, impone spesso impianti di entità superiore al necessario.

 

Il problema economico della socializzazione,posto nei termini sopra esposti,si sposta necessariamente all’aspetto politico.Infatti,la socializzazione,escludendo la proprietà privata e il controllo da parte dello stato di tutti i mezzi di produzione,presuppone uno spostamento dell’asse politico di un paese verso teorie collettivistiche e quidi comuniste.

 

A giudizio di chi scrive,l’aspetto politico della socializzazione comporta un accentramento continuo di tutte le decisioni con forte aumento della burocrazia, rallentamento dei servizi,scadimento della produzione.

 

Pertanto,a livello politico nei paesi che attuano il controllo completo dei servizi e dei mezzi di produzione si è cercato di attuare una forma di decentramento.

 

Ad esempio,nel 1957 in URSS si sono soppressi alcuni ministeri industriali sostituendoli con organi territoriali,con la speranza di una maggiore elasticità nell’economia.

 

In Jugoslavia è stato recentemente adottato un sistema originale,denominato “socialismo di mercato”(ricordiamoci che scrivevo negli anni '70,n.d.a.).Questo sistema prevede maggiore autonomia alle imprese e la programmazione dell’attività produttiva alla luce dell’economia di mercato.

 

Il decentramento del potere politico decisionale è assicurato dalla sorveglianza dei consigli dei lavoratori a cui,come collettività,e quindi non allo stato, è effidata la proprietà e la gestione dei mezzi di produzione.

 

Pertanto, le imprese jugoslave sono in grado di disporre liberamente la propria attività,acquistando,vendendo,fissando prezzi.

Tutto ciò deve conciliarsi con le esigenze delle grandi linee espresse nel piano economico nazionale.

 

(All’epoca conoscevo bene il sistema di produzione collettivista, ed anche il loro sistema delle libertà e dei diritti umani,rimasto inalterato nel tempo,oltre la caduta del “muro”. Proprio nel 1976 lasciai il PSI, dopo essere stato defenestrato,l’anno precedente, da vice direttore del settimanale “Corriere Biellese”, senza una parola di spiegazione, solo perché mi ero permesso di criticare il PCI,col quale non auspicavo “l’abbraccio mortale”. Allora il PSI era completamente succubo del PCI ed al suo interno non si muoveva foglia che il Pci non volesse. Comunque,resto fiero di avere collaborato per ben cinque anni al glorioso bisettimanale “Corriere Biellese”, fondato da Rinaldo Rigola il 15 agosto 1895).


§ X              La problematica sociologica del lavoro nell’ambito religioso ed etico-sociale della Chiesa di Roma.

 

 

1.                Introduzione

 

Da quando nel 1891 fu promulgata l’enciclica “Rerum novarum” di Leone XIII° la Chiesa ha posto sempre maggior interesse alla condizione dell’uomo lavoratore dedicandogli numerosissimi interventi magisteriali, ultimo dei quali l’enciclica “Laborem exercens” di Papa Giovanni Paolo II°.

 

Nel frattempo si è sviluppato e consolidato un sindacalismo cattolico,ma non altrettanto è accaduto per le scienze teologiche,perché la “Teologia del lavoro” è ancora qualcosa di embrionale e i problemi ad essa attinenti sono ancora trattati,in linea generale,a livello di “Teologia morale”.

 

E’ ovvio che una teologia del lavoro non può prescindere dalla Sacra Scrittura e dai successivi interventi magisteriali della Chiesa,che, pertanto,costituiscono i principi fondamentali a cui bisogna fare riferimento continuamente per non perdersi in vuote e contrastanti dissertazioni dialettiche, tanto care ai politici e sindacalisti di mestiere,ma inutili e nocive per la teologia.

 

Innanzi tutto,dobbiamo considerare la Sacra Scrittura, rivelazione di Dio nella storia umana, come una carta costituzionale, ma immutabile, perché,essendo parola di Dio,non ha bisogno di perfezionamenti,essendo già perfezione.

 

La Sacra Scrittura ci offre già, pur nelle sue linee di carattere generale,delle utili indicazioni che bisogna ritenere come delle direttive di carattere programmatico per l’elaborazione di qualsiasi nuova dottrina e insegnamento,in campo economico-sociale, e di qualsiasi studio sulla condizione dell’uomo lavoratore.

 

Il lavoro è l’espressione più sana e genuina dell’attività umana,in cui l’uomo esprime,a livello manuale,artistico,scientifico,letterario, tecnologico,le proprie capacità,le proprie attitudini,il potere di dominare la materia,concessogli da Dio, nsomma il proprio io,nella sua più piena totalità.

 

E’ in Gn 3,17-19 che l’uomo viene assoggettato al lavoro,inteso come fatica,ma anche come opera,voluta da Dio e doverosamente accettata dall’uomo che,da allora,instaura un rapporto,appunto quello uomo-lavoro,che si esaurirà soltanto quando egli avrà raggiunto quella identità perfetta del suo essere,come nell’esortazione del Cristo:”Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,48)33.

 

Dopo questa sommaria introduzione,è necessario esaminare,sia pur brevemente,le indicazioni bibliche e magisteriali sul rapporto uomo-lavoro.


2.            Il rapporto uomo-lavoro nella Sacra Scrittura: indicazioni veterotestamentarie

 

La Sacra Scrittura,anche se non tratta esplicitamente del lavoro,fornisce comandamenti,precetti,indicazioni,di cui bisogna tenere conto come principi basilari.

 

La prima indicazione ci viene proprio dalla prima pagina della Genesi(Gn 1,28),quando Dio,dopo avere benedetto l’uomo,disse:”Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra,e rendetela soggetta,e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra”.

 

La materia è quindi affidata all’uomo(ma anche la natura),il quale col suo talento ne potrà disporre per i propri bisogni.

Un accenno più esplicito all’opera lavorativa dell’uomo è contenuto in Gn 2,15:”L’Eterno Iddio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse”.

 

Dio si fida dell’uomo e gi affida le cose terrene,da Egli create, dandogli un lavoro con una mansione ben precisa.

In ciò noi scorgiamo chiaramente che il possesso dei beni terreni affidati da Dio all’uomo non deve essere un qualcosa di inerte, morto,ma di fruttifero(anche nel Nuovo Testamento Dio chiede di far fruttare i propri talenti:Mt 25,14-29):quindi il lavoro è considerato in chiave dinamica, non statica,con un fine designato da Dio stesso,che non poteva affidare all’uomo un compito così,tanto per passatempo,ma per un fine,cioè elevarlo e renderlo degno di quell’immagine di cui a Gn 1,27:”E Dio creò l’uomo a Sua immagine,a immagine di Dio lo creò,maschio e femmina li creò”.

 

Da ciò scaturisce,come logica conseguenza,che il lavoro è un’attività nobile,la più nobile per l’uomo,che quindi nobilita e eleva l’uomo fino a Dio.

 

Anche le condizioni di lavoro sono accennate nell’Antico Testamento.Si tratta di Es 1, 11-14,in cui si osservano le condizioni di lavoro degli Ebrei sotto gli Egizi,che “imponevano loro tutti questi lavori, con asprezza”.

 

Ciò deve farci riflettere e comprendere che il lavoro è amore e non va aggravato con arbitrarie imposizioni e con condizioni precarie di ambiente di lavoro,come purtroppo si è costatato dall’inizio del moderno industrialismo.

 

Anche la letteratura sapienziale veterotestamentaria ci offre ancora alcuni esempi indicativi:”Vale più chi lavora e abbonda di ogni cosa,che chi va in giro facendo lo splendido e manca del pane”(Ecli, 10,27).E ancora:”Chi lavora la sua terra abbonderà di pane, ma chi insegna cose vane abbonderà di miseria”(Pro,28,19).

 

Con questi richiami è ovvia l’alta considerazione veterotestamentaria per il lavoro,che viene esaltato,mentre in tutt’altra considerazione era tenuto il lavoro,nell’antichità pagana e classica,che lo considerava una faccenda per schiavi,fatica grossolana non per i cittadini destinati solo a comandare.

 

E’ quindi importante,per un cristiano,conoscere questa diversità di convinzioni e costumanze tra l’antichità biblica e l’antichità pagana,che tracciano già un solco tra monoteismo biblico e politeismo semitico e classico.


3.       Indicazioni neotestamentarie

 

Il Nuovo Testamento afferma, come l’Antico,il valore del lavoro dell’uomo. Innanzi tutto dando al Cristo stesso una qualifica artigianale, quella di τέκτων, cioè costruttore, ereditata dal padre putativo Giuseppe il Giusto: ”Non è costui il figlio del costruttore?” (Mt 13,55); e ancora: ”Non è costui il costruttore, il figlio di Maria…?” (Mc 6,3)34.

 

Bastano da soli,questi passi, perché il lavoro sia sublimato.Infatti, se ad esso si è abbassato il Figlio di Dio, seconda Persona della SS.Trinità, l’uomo deve sentirsi onorato di poter anch’egli esercitare un qualsiasi lavoro,sia esso manuale o intellettuale, tecnico, scientifico o amministrativo!

 

Gesù nelle sue parabole,per insegnare al popolo e ai dotti del tempo,non si serviva forse di esempi di carattere lavorativo?

Quasi sempre egli cita il mondo del lavoro: l’agricoltore stolto, il buon pastore,i vignaioli,il buon Samaritano, ecc.

 

E che dire degli Apostoli,anche dopo la Resurrezione di Gesù,non svolgevano anch’essi un lavoro?

Anche Paolo,detto apostolo delle genti, cittadino romano, nonostante gli impegni del suo ministero apostolico,lavorava come artigiano-fabbricante di tende (At 18,3; 20,34). Ed è abbastanza significativo che egli si rivolga alla comunità di Tessalonica con l’esortazione a lavorare: ”Di fare i fatti vostri e di lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato di fare”(1Ts 4,11). E ancora: ”Infatti, quando eravamo con voi vi comandavamo questo:che se qualcuno non vuol lavorare neppure deve mangiare” (2Ts 3,10). Infatti,nel mondo ellenistico il disprezzo per il lavoro manuale, tanto diffuso, poteva indurre all’ozio, con tutte le relative conseguenze.

 

E ancora Paolo, rivolgendosi agli Efesini:”Chi rubava non rubi più,anzi piuttosto fatichi,facendo qualche opera buona con le proprie mani, affinchè abbia di che approvvigionare chi è nel bisogno” (Ef 4,28).

4. Il rapporto uomo-lavoro nel magistero della Chiesa:

a) Indicazioni pastorali pontificie (lettere encicliche)

·         Indicazioni bibliche       =  immutabilità

·         Indicazioni magisteriali  = dinamismo storico-politico-sociale.

 

Mentre,quindi,le indicazioni bibliche rivestono un carattere di immutabile perfezione,pur nelle sue linee generali,le affermazioni magisteriali debbono adeguarsi ai problemi che scaturiscono dalla realtà sociale,che è in continua evoluzione,e quindi debbono dare prova di una grande dinamica,adeguata ai tempi,alle esigenze,ai problemi.

 

Storicamente l’ingresso della Chiesa nei problemi sociali si fa risalire al tempo della cosiddetta “questione sociale”,che si venne gradualmente creando nella seconda metà del secolo scorso,in seguito all’espansione industriale,all’impiego numeroso di mano d’opera,mal retribuita e per niente assistita e assicurata,allo squilibrio crescente tra capitale e lavoro.

 

A questo proposito va rilevato che prima dell’entrata in campo – ufficialmente – della Chiesa,vi erano stati alcuni tentativi di risolvere la spinosa questione:il malthusianesimo(da Robert Malthus,1766-1834),che rivelò ben presto la sua inadeguatezza e inconsistenza scientifica e fu quindi ben presto abbandonato.

 

Il liberalismo, che traeva la sua lontana origine dal Rinascimento, propugnava un illimitato individualismo con una completa libertà nel campo economico,commerciale,concorrenziale, della stessa vita sociale,che si concretizzava nel cosiddetto liberismo economico,il cui storico motto fu:”Laissez faire,laissez passer”,cioè “lasciate fare, lasciate passare”, espressione tipica,attribuita da alcuni al francese François Quesnay (1694-1774),da altri a Vincent de Gournay(1712-1759),ma ripresa da Adam Smith(1723-1790),e dalla Scuola di Manchester,per sostenere che l’intervento dello stato nell’economia privata ottiene sempre effetti dannosi,opposti a quelli previsti.

 

Compito dello stato,secondo Smith,è quindi solo proteggere sia all’interno sia all’esterno la libera attività dei cittadini assumendosi la gestione dei servizi di interesse generale,di cui i singoli non possono occuparsi.

 

Il lavoratore,però,restava indifeso,abbandonato a sé stesso,costretto a vendere il suo lavoro per un salario che non gli consentiva di vivere, ma solo di sopravvivere.

 

Non sto a descrivere le condizioni di lavoro in cui venivano impiegati anche i fanciulli, perché sono ormai conoscenze culturali storicamente acquisite da tutti(ne ho brevemente accennato anche nella mia tesi di Maîtrise ès Sciences économiques et sociales,Ecole Supérieure de Sciences et Lettres,Bruxelles,1976)35.

 

Anche questa dottrina non risolveva il problema, visto solo nell’ottica padronale.

 

In contrapposizione storica,ideologica,economica e sociale al liberalismo politico ed al liberismo economico,cominciò a farsi strada il socialismo, che si oppone al capitalismo e si propone di rivoluzionare l’ordine economico-sociale arrivando alla socializzazione dei mezzi di produzione, attraverso graduali riforme delle strutture dello stato,adeguate ai tempi ed alle esigenze.

 

Purtroppo,il socialismo,che rappresenta una dottrina utopistica,storicamente ha sempre subito delle degenerazioni,con eccessi di carattere dittatoriale e totalitario,sfociate a destra nei fascismi e a sinistra nei diversi comunismi.

 

Per esempio,non è un mistero che in Italia il socialismo ci ha “regalato”,consapevolmente o inconsapevolmente, il fascismo,sua degenerazione di destra, e il comunismo,sua degenerazione di sinistra!).

 

Il comunismo propugna una proprietà collettiva al posto della proprietà privata e mira,attraverso la lotta di classe,anche con la violenza,al soddisfacimento dei bisogni materiali dell’ individuo ignorandone la sfera spirituale.

 

La situazione politico-sociale al tempo della “questione sociale”, pertanto,si delineava ben chiara e netta,quando il 15 maggio 1891 la Chiesa scese ufficialmente in campo con una lettera enciclica di Leon XIII°,la “Rerum novarum36.

                         

L’Enciclica consta di un’introduzione e di due parti: una negatica e l’altra positiva.

 

Dopo aver tratteggiato la situazione del proletariato,l’Enciclica nella prima parte polemizza con il socialismo,che viene condannato(per il liberalismo ci aveva già pensato Pio IX°,quando l’8 dicembre 1864 emanò,contemporaneamente,l’enciclica “Quanta cura” e il famoso “Sillabo”, con cui condannava gli errori più comuni del tempo),ma non risparmiava implicitamente il capitalismo,che aveva prodotto le condizioni miserevoli di vita per cui il socialismo si era sviluppato e la Chiesa interveniva.

 

La “Rerun novarum” rivendica alla Chiesa il diritto di intervenire nella questione sociale per ricordare i principi cristiani di giustizia e di carità che possono dare alla vita economica uno strumento di elevazione spirituale.

 

Ricorda,inoltre,allo stato il dovere di promuovere utili iniziative e di aiutare e difendere i deboli contro le prepotenze dei ricchi.

 

In contrapposizione alla concezione materialistica della vita,l’Enciclica espone la necessità di inserire nella vita economica lo spirito cristiano che nobilita le sofferenze e il lavoro,respinge lo sfruttamento del debole e all’odio di classe contrappone la dottrina della collaborazione in uno spirito di giustizia e di reciproco rispetto.

 

Quindi alla lotta di classe marxista bisogna sostituire la collaborazione interclassista;gli interessi dei singoli devono essere subordinati agli interessi comuni.

 

Ovviamente una tale presa di posizione non solo rilanciò la Chiesa,che fino ad allora si era affidata ad iniziative isolate di alcuni pastori e studiosi,ma costituì il fondamento di quella che in seguito diventerà la “dottrina sociale della Chiesa”.

 

Il 15 maggio 1931 un’altra Enciclica,la “Quadragesimo anno” di Pio XI°,celebrò il quarantennio dell’enciclica leoniana evidenziando i frutti raccolti dalla società grazie all’insegnamento della precedente.

 

E’ ovvio che il clima politoco-sociale italiano non consentiva a Pio XI° di dire altre cose e di approfondire alcuni aspetti della dottrina sociale della Chiesa.

 

Nel settantesimo anniverario della “Rerun novarum”,nel 1961,Giovanni XXIII° scrisse l’enciclica “Mater et Magistra”,che consta di un’introduzione e quattro parti,ricordando l’insegnamento di Leone XIII°,precisandolo e sviluppandolo alla luce dei nuovi tempi.

 

Trattò nuovi aspetti della questione sociale(nn. 110-196)e la ricomposizione dei rapporti della convivenza nella verità(nn. 197-241).Di rilievo anche il fatto che, per la prima volta nella storia della Chiesa,Giovanni XXIII° indirizzò la sua Enciclica sociale non solo al mondo cattolico,ma “a tutti gli uomini di buona volontà”.

 

Notevoli, infine, le affermazioni da cui discendono due importanti conseguenze:

1.           il diritto dei cittadini di partecipare alla vita pubblica;

2.          il dovere dello stato di intervenire nella vita sociale per garantire un’effettiva tutela,“per tutti e per ciascuno”, dei diritti della

        persona (superamento definitivo del liberalismo).

 

Importanti le affermazioni circa il pluralismo culturale e religioso e la distinzione tra errore ed errante,ulteriore documento dell’accettazione della moderna teoria delle libertà civili.

 

E siamo arrivati ai giorni nostri, quelli che viviamo, spesso nella preoccupazione e nell’angoscia per le disoccupazioni,i terrorismi nazionali ed internazionali, le crisi cicliche del sistema capitalistico.

 

Nell’80° anniversario della “Rerum novarum” Paolo VI° intervenne con l’enciclica “Octogesima adveniens”,con la quale,tra l’altro,affermò che:”Si deve ammettere la funzione importante dei sindacati:essi hanno per scopo la rappresentanza delle diverse categorie di lavoratori,le loro legittime aspirazioni e la collaborazione all’incremento economico della società,lo sviluppo del senso delle loro responsabilità per la realizzazione del bene comune”(OA n. 14).

 

Da ciò discende che i sindacati devono essere associazioni libere,a carattere economico-sociale,non politiche.Infatti,un’indebita politicizzazione dei sindacati,in uno stato democratico,disturba il gioco delle forze e di conseguenza non contribuisce al progresso reale.

 

Non a caso l’ultima parte dell’Enciclica(nn. 48-52),è un “invito all’azione” per tutti i cristiani.

 

Ultima,in ordine cronologico,è l’enciclica “Laborem Exercens” di Papa Giovanni Paolo II°,che ancora sta facendo discutere,emanata il 14 settembre 1981 per celebrare il 90° anniversario della “Rerum novarum”.

 

L’Enciclica consta di cinque parti e tratta del “lavoro umano” dichiarando che,ancora a distanza di tempo,il problema resta la chiave della questione sociale e che “il soggetto proprio del lavoro rimane l’uomo”.

 

Rifacendosi più volte al testo biblico di Gn 1,28,l’Enciclica ne puntualizza l’oggetto,cioè il lavoro,e il soggetto,cioè l’uomo,che,come persona, a immagine di Dio,è “un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale,capace di decidere di sé e tendente a realizzare sé stesso”.

 

Dopo aver dichiarato la dignità della persona nel lavoro,si passa ad esaminare il lavoro nella società:”La famiglia è,al tempo stesso,una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo”.

 

L’Enciclica passa in rassegna “il conflitto tra lavoro e capitale nella presente fase storica”,in cui coglie un errore fondamentale,che si può chiamare l’errore dell’economismo,se si considera il lavoro umano esclusivamente secondo la sua finalità economica,e prosegue affermando che “l’insegnamento della Chiesa ha sempre espresso la ferma e profonda convinzione che il lavoro umano non riguarda soltanto l’economia,ma coinvolge anche,e soprattutto,i valori personali”.

 

L’Enciclica termina,dopo la trattazione dei “diritti degli uomini del lavoro”,con delle indicazioni per una spiritualità del lavoro,per mezzo della quale l’uomo compartecipi all’opera del Creatore,vedendo in Cristo,Dio-Uomo,l’uomo del lavoro,nella cui passione,morte e resurrezione il lavoro umano può essere diversamente visto e considerato(V, 24-27).

 

b)                             Indicazioni costituzionali conciliari

(Gaudium et Spes)

 

Alla luce dei recenti insegnamenti conciliari possiamo definire il lavoro in questo modo:”Il lavoro è l’attuazione cosciente delle facoltà fisiche e spirituali allo scopo di creare dei valori con cui l’uomo sviluppa sé stesso e contribuisce al bene della comunità e realizza i piani di Dio sul mondo”.

 

Secondo il Concilio Vaticano II°,il problema principale che si pone agli uomini in campo economico è quello del giusto sviluppo.

 

Facciamo però parlare direttamente la Costituzione pastorale conciliare, “Gaudium et Spes”, a cui ci ispiriamo in questo paragrafo:”Oggi, più che mai, per fare fronte all’accrescimento della popolazione e per rispondere alle crescenti aspirazioni del genere umano, giustamente si tende ad aumentare la produzione di beni nell’agricoltura e le prestazioni dei servizi.

 

Perciò sono da favorire il progresso tecnico, lo spirito di innovazione, la creazione di nuove imprese e il loro ampliamento;l’adattamento di metodi dell’attività produttiva e dello sforzo costante sostenuto da tutti quelli che partecipano alla produzione,in una parola tutto ciò che possa contribuire a questo sviluppo”(FS 64).

 

Quindi lo sviluppo è una necessità di tutta la comunità dei popoli,dettato non solo dalle esigenze e dalla miseria in cui versano molti popoli,ma dalla stessa natura umana che tende sempre a svilupparsi più profondamente.

 

In ciò il cristiano è maggiormente stimolato dalla Rivelazione,dal momento che Dio stesso gli ha comandato di soggiogare la terra(Gn 1,28).

 

Si badi, però, che lo sviluppo economico-sociale,di cui il lavoro è nucleo fondamentale, è solo una parte dello sviluppo umano globale,nel cui più ampio e armonioso contesto deve servire alla promozione della vita culturale,religiosa,spirituale.

 

In caso contario si cade nel materialismo volgare e si rischia di arrivare all’insuccesso del proprio programma di vita,perché il progresso economico assolutizzato conduce all’indurimento dei cuori e all’inaridimento spirituale.

 

Quindi,per dirla ancora con GS 64,“l’attività economica va realizzata secondo la legge e i metodi propri dell’economia,ma nell’ambito dell’ordine morale,in modo che corrisponda al disegno di Dio sull’uomo”.

 

Quindi maggiore rispetto per la persona umana al lavoro,adattando tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita,sempre tenendo conto del sesso e dell’età di ciascuno.

 

Oltre al giusto salario,infatti,è indispensabile umanizzare il mondo del lavoro, perché l’uomo lavoratore non può essere degradato a semplice mezzo di produzione,ma deve essere utilizzato alla maniera più razionale e redditizia per sé e per l’azienda(a questo proposito vedansi i lavori, citati nella bibliografia personale dell’autore sull’umanizzazione del lavoro,nei “Quaderni di Scienze sociali dell’Università popolare di Biella”, utilizzati anche per le lezioni di Sociologia ed Etica sociale presso la Scuola Superiore di Servizio sociale dell’ANSI di Biella).

 

Un ulteriore esempio ci viene,a questo proposito, dalle Sacre Scritture.Infatti, Es 1, 11-14 ci viene in aiuto quando parla del lavoro servile svolto dagli Ebrei sotto gli Egizi:”Imponevano loro tutti questi lavori,con asprezza”!

 

Il tono del testo biblico è inequivocabile e ci fa comprendere che il lavoro deve essere svolto con amore,con passione,secondo le capacitàed attitudini, in ambiente consono, non sotto l’incomprensione e l’indifferenza del datore di lavoro nei confronti del dipendente37.

 

(Questo paragrafo fu pubblicato nel Supplemento N.9 al Notiziario MCL,Biella,1982.Fu molto apprezzato dal Card.Pietro Palazzini,Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi,che mi indirizzò una lettera da me pubblicata nella Sezione Biografia


 

§ XI    Technostress. Problemi psicosociologici del lavoro ai  videoterminali38.

 

La rivoluzione nell’organizzazione del lavoro d’ufficio,cui stiamo assistendo da qualche decennio,sta anche creando una nuova fonte di stress lavorativo.

 

Quindi, poiché le dimensioni del fenomeno connesso all’uso del videoterminale(VDT=Video Display Terminal)sono così ampie e ricche di implicazioni anche di carattere psicosociologico,è doveroso affrontare il problema,cercando di mettere in luce quegli aspetti evidenziati dalla ricerche più recenti.

 

Bisogna,in via preliminare,chiarire che l’introduzione di queste nuove tecnologie risponde ad esigenze di progresso e di competitività da cui ormai non si può più prescindere39.

 

D’altra parte,come per il passato,la formazione dell’ambiente di lavoro con l’uso di macchine generò il problema di un nuovo tipo di fatica fisica, legato agli orari,ai turni,all’organizzazione stessa dell’ambiente di lavoro industriale,con opifici così diversi dal tradizionale ambiente di lavoro artigianale trascinatosi per secoli, con conseguente aumento di infortuni e tecnopatie;così ora si rischia di penalizzare la condizione psicofisica e sociale del lavoratore operante nel settore informatico40.

 

In questa sede,come da tema proposto,trattiamo i problemi che al lavoratore possono presentarsi a livello psicosociologico;pertanto gli aspetti ergonomici,medici ed ergoftalmici non fanno parte di questa trattazione.

 

E’ quindi l’automazione che,se da un lato allevia le condizioni di lavoro,dall’altro provoca senso di perdita di controllo sul proprio lavoro e maggior tensione per timore che una minima disattenzione possa provocare grossi danni al sistema informatico.

 

Compare e si instaura un nuovo stato di fatica mentale,che non è nient’altro che il technostress41.

E’ importante verificare,a questo punto,quale sia il rapporto uomo-macchina ambiente e uomo-ambiente.

 

Infatti,i vari tipi di comunicazione tra questi elementi influenzano il comportamento degli operatori.E’ importante anche verificare che le informazioni in arrivo dal sistema informatico,attraverso il VDT,siano recepite correttamente dall’operatore e non provochino disturbi(ad esempio, visivi).

 

Bisogna tenere presente che gli operatori considerano il lavoro al VDT in due modi antitetici:

1.      monotono,ripetitivo e con scarsi contenuti;

2.      interessante,gratificante, in grado di accrescere i contenuti della mansione.

 

Oviamente i problemi psicosociologici si evidenziano per il primo tipo,a cui dedicheremo la nostra analisi.

 

Coloro che valutano negativamente il lavoro ai VDT dichiarano che si tratta di funzioni esecutive senza possibilità decisionali,con un minor grado di libertà e di apprendimento,insomma dequalificante.

 

Ovviamente trattasi di operatori terminalisti addetti al circuito della distribuzione periferica che,effettivamente,non hanno grosse possibilità di miglioramento e vivono di un lavoro di routine,basato su regole e procedure di carattere generale.

 

Questo stato di cose genera un rapporto routinario col VDT, un rapporto svuotato di contenuti e di interesse,perché i compiti si riducono a fornire dati alla macchina o nell’eseguire programmi standardizzati.

 

Questi soggetti lamentano patologie di varia natura,conseguenti al tipo di lavoro ripetitivo e povero di contenuti.Ovviamente sia gli atteggiamenti individuali sia quelli di gruppo(il lavoro nelle grandi aziende è svolto in moduli di lavoro)risentono fortemente di queste situazioni nell’ adattamento al lavoro.

 

Va opportunamente precisato che l’interazione tra uomo-macchina-ambiente(intendendo per macchina il sistema informatico nel suo complesso, quindi sia l’hardware sia il software)42 rappresenta un fenomeno complesso in cui l’ambiente fisico e quello sociale hanno confini molto sfumati e fluttuanti.

 

Infatti,l’ambiente di lavoro non è solo un fatto tecnico,ma riflette il tipo di organizzazione del lavoro con i suoi rapporti gerarchici e il tipo di immagine che l’azienda vuole darsi.

 

Quindi ogni compito tende ad essere un processo di finalizzazione produttiva43.

 

Pertanto,il technostress va studiato sia dal punto di vista della singola mansione sia dal punto di vista dell’intera organizzazione.Infatti, l’organizzazione ha una sua struttura gerarchica basata sulla distinzione tra progettisti ed esecutori, in cui si tende sempre a controllare di più la velocità di esecuzione.Però non sempre la comunicazione gerarchica è univoca;anzi a volte sono presenti messaggi contraddittori.

 

Nel caso dell’organizzazione del lavoro nei sistemi informatici,ad esempio,da un lato vi è il tentativo di creare operatori terminalisti con una parcellizzazione e standardizzazione dei compiti,dall’altro si nota lo sforzo di convincere gli stessi operatori ad identificarsi con l’immagine aziendale e di fare parte di un’élite.

 

E’ specialmente a carico di lavoratori anziani che si verificano i problemi di una ridefinizione dell’identità professionale,dell’approccio ad un tipo di lavoro più astratto e mentale con conseguente acquisizione di conoscenze,abilità e comportamenti.

 

In linea generale, comunque,i problemi psicosociologici che si presentano agli operatori di un sistema informatico si possono riassumere in:

·        • technostress

·      monotonia

·       • insoddisfazione

       • paura.

 

Il technostress può essere ridotto laddove il lavoro possa essere eseguito con tranquillità(non in fretta!)e senza imposizioni di ritmi di lavoro.Il controllo del superiore gerarchico deve essere discreto e calibrato per non provocare atteggiamenti che,a lungo andare,possono dare adito a disturbi sia psichici sia fisici,configurandosi una vera e propria azione di mobbing,sindrome ormai riconosciuta e giudiziariamente rilevante44.

 

La monotonia e l’insoddisfazione possono essere attenuate dal soggetto,e da lui solo,creandosi un ambiente di lavoro sociale in cui,durante le necessarie pause,si possa proficuamente trattare di altro con i colleghi di lavoro.

 

Si tratta di un modo efficace per compensare la meccanicità del lavoro,la concentrazione su mansioni ripetitive e la limitazione dei contatti personali durante il lavoro che si svolge da soli, a tu per tu col VDT.

 

In caso contrario l’operatore dovrà aspettarsi delle alterazioni del suo stato psicofisico.Non sono rari gli influssi negativi derivati dal fattore paura:

·         • diversi operatori terminalisti provano paura delle novità;

·        • paura di non riuscire a causa delle presunte difficoltà insite nel sistema informatico;

·        • paura di dequalificarsi, perdendo il controllo sul proprio lavoro;

·         paura di poter perdere il posto di lavoro in seguito a disadattamento a quel tipo di mansione ovvero ad errori

    irreparabili commessi più volte durante il lavoro;

·      •paura di dover subire danni a livello fisico (radiazioni, acuità visiva, cattivo posizionamento davanti al VDT).

 

In questo caso è utile sviluppare,attraverso appositi corsi,un’ informazione obiettiva con la trasmissione delle conoscenze di cui oggi disponiamo in questo campo.

 

Per concludere,possiamo affermare che i problemi psicosociologici del lavoro ai VDT vanno affrontati in chiave interdisciplinare,perché sono il risultato di ciò che dicevamo all’inizio:le dimensioni del problema sono ampie e con varie implicazioni di ordine psicofisico,per cui i diversi aspetti sono strettamente correlati tanto da influenzarsi vicendevolmente.

 

Quindi saranno necessari approcci di vario tipo,ma sempre a carattere interdisciplinare:a livello medico,ergonomico,ergoftalmologico,igienistico, psicosociologico.



Note

 

[1]  Cfr. Sumner, W.S., Folkways, Ginn & Company, Boston, 1911; trad. it. Costumi di gruppo, Comunità, Milano, 1962.

[2] Robert Ezra Park (americano, 1864-1944) con Ernest W. Burgess e Roderick D. McKenzie fu tra i fondatori della Scuola di Chicago di sociologia o scuola dell'ecologia sociale urbana. Studiando la diversa incidenza di fenomeni come la criminalità, il divorzio, il suicidio nelle aree urbane ed in quelle rurali, dimostrò che i rapporti sociali e culturali sono strettamente condizionati dall'ambiente di appartenenza. A lui si devono importanti studi sulle personalità marginali, cioè su soggetti non inseriti in un ambiente sociale e perciò caratterizzati dall'insicurezza e dal disorientamento, e sui giornali per immigrati e sul loro significato e funzionamento come mass media.

[3]  Cfr. The city, by Robert E. Park, Ernest W. Burgess, Roderick D. McKenzie, with a bibliography by Louis Wirth, University of Chicago Press, 1925; trad.it. La città,  introduzione di Alessandro Pizzorno Comunità, Milano, 1967.

[4]  Cfr. Shaw. C., Delinquency areas, The University of Chicago Press, 1929;

Cfr. Juvenile delinquency and urban areas: a study of rates of delinquents in relation to differential characteristics of local communities in American cities, by Clifford R. Shaw and Henry D. McKay; with chapters by Norman S. Hayner ... et al., University of Chicago Press, 1942.

[5] Cfr. Glueck S. e E., Unraveling juvenile delinquency, The Commonwealth Fund, New York, 1950, e anche presso Harvard University Press, 1955.

[6]  Cfr. Cloward, R.A. – Ohlin, L..E.,Delinquency and opportunity: a theory of delinquent gangs, Free Press, New York, 1960; e anche presso Routledge & Kegan, London, 1961; in italiano si può consultare: R. A. Cloward, L. E. Ohlin, Teoria delle bande delinquenti in America, Laterza, Bari, 1968.

[7]  Cfr. Sutherland, E.H., White collar crime, Dryden Press, New York, 1949.      

[8]  Principles of criminology,  published. by J.B. Lippincott Company, Madison, Wis, 1944.

[9]  Warner, William Lloyd (americano, antropologo e sociologo, 1898-1970) autore di Yankee city, New Haven, London, 1963, 6 volumi di ricerche che risalgono al periodo che va dal 1935 al 1959 quando insegnò all’Università di Chicago e fu influenzato da quella Scuola.

[10]    Si chiama reputazionale quel metodo che si fonda sul giudizio fornito dalla comunità sui soggetti detentori del potere. Esso rientra tra quei metodi di ricerca della politica locale, affermatisi negli Usa tra il finire degli anni '50 e gli anni '60, che si sono basati, più che sulla ricerca empirica, su schemi di classificazione e misurazione del potere. Si distingue dal metodo posizionale,che consiste nella classificazione del potere, in base ala valutazione dei ruoli e delle posizioni; e dal metodo della partecipazione che definisce il potere in base alla identificazione di coloro che partecipano alla formazione delle decisioni.

[11]  Cfr. The People of the abyss. With many illustrations from photographs, New York, The Macmillan Company; London, Macmillan & co., ltd., 1904; prefazione e tr.it. di Mario Maffi, Il popolo dell’abisso,, Mondadori, Milano, 1988; Cfr. War of the class, Macmillan & Co., N.Y.,1905.

[12]  Per completezza ed obbiettività debbo ricordare che in questa ricerca London era stato preceduto da Arthur Morrison (1863-1945) nel 1896 con un altro “romanzo”(sic!) “A child of the Jago”, Chicago, H. S. Stone & Co.,1896, traduzione italiana e introduzione di Mario Maffi, Londra sconosciuta. Storie dell'East End, SugarCo, Milano 1988, che trattò l’argomento meno ampiamente.

[13]  Il 1° luglio 2007 ho posto un quesito al Prof.Mario Maffi, Professore associato di Letteratura degli Stati Uniti presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano e grande studioso e traduttore di Jack London:”Come mai Morrison e London non sono considerati dalla storia della sociologia e dalla metodologia della ricerca sociologica?”. Questa la sua più che sollecita risposta del 2 luglio:”  Gentile prof. Zamprotta, concordo con lei - ha perfettamente ragione. Purtroppo, la parcellizzazione dei saperi, la gelosia dei rispettivi territori, visioni e approcci miopi, impostazioni fortemente idealistiche se non addirittura metafisiche, e quant'altro ancora, producono questi effetti. Certo, gli studenti/studiosi di sociologia ricaverebbero molte utili suggestioni dalla lettura di questi (e altri) libri, perché in un certo senso vivificano con l'esperienza diretta (e anche - giustamente - polemica) ambiti di studio e ricerca che rischiano invece di essere asfittici, statistici, schematici. E viceversa, naturalmente (farebbe molto bene agli studenti/studiosi di letteratura dimenticarsi ogni tanto delle "dinamiche del testo", e confrontare la letteratura con il reale...). La ringrazio per avermi scritto, e spero che i nostri amati London e Morrison continuino ad avere lettori attenti come lei. Un cordiale saluto, Mario Maffi”.

[14] Questo metodo della ‘participant observation’ fu in seguito imposto con successo da Bronislaw K. Malinowski (1884-1942) nella sua opera Argonauti del Pacifico occidentale (1922), come metodo fondamentale dell’antropologia, che si prefisse di “afferrare il punto di vista dei soggetti osservati, nell'interezza delle loro relazioni quotidiane, per comprendere la loro visione del mondo”; ma fu utilizzato anhe da Franz Boas (1858-1942) e nelle ricerche di sociologia urbana della Scuola di Chicago. Sull’osservazione partecipante ho parlato nella mia tesi di dottorato Efficacy of methods amd techniques of sociological research, NoWeLU,1980, pp.48-49.

[15]  Di questo fenomeno sociale mi sono ampiamente interessato nella mia tesi di Maîtrise ès Sciences Economiques et Sociales:”Une initiative à l’avant-garde dan le domaine CEE: la réalisation du CIDI. Comparaison avec l’EDV d’Allemagne Fédérale, Ecole Supérieure de Sciences et Lettres, Bruxelles, 1977.  

[16]  Cfr. The Iron Heel, The Macmillan Company, New York, London, 1907, tr. it. Il tallone di ferro, Feltrinelli, Milano, 2004:

[17]  Cfr. Revolution and other Essays, The Macmillan Compagny, New York, London, 1910; tr. it. Rivoluzione, Mattioli 1885 SpA, Fidenza, 2007.

[18]  Trattasi di una Relazione presentata dall’autore nel 1974 al Corso di Maîtrise en Sciences économiques et sociales de l’Ecole Supérieure de Sciences et Lettres de Bruxelles.

[19]  Cfr. Zamprotta, I., Efficacy of methods and techniques of sociological research, Doctoral thesis, in Social and Political Science, pp.31-33, NoWeLU, London, UK-USA, con versione italiana Efficacia di Metodi e Tecniche di ricerca sociologica.

[20]  Cfr. Ferrarotti, F., Il pensiero sociologico da A.Comte a M.Horkheimer, Mondadori, Milano, 1974.

[21]  Cfr. Quételet, A., Recherches statistiques sur le royaume des Pays-Bas, impr. de M. Hayez, 1829, Bruxelles ; e cfr.Recherches sur la population, les naissances, les décès, les prisons, les dépôts de mendicité, etc., dans le royaume des Pays-Bas, H. Tarlier, 1827, Bruxelles.

[22] Il proletariato e la borghesia nel movimento socialista italiano : saggio di scienza sociografico-politica, F.lli Bocca, Torino, 1908.

[23] Marx, K.,  Die deutsche ideologie. Kritik der neuesten deutschen, pubblicata soltanto nel 1932 in URSS;  trad.it. L' ideologia tedesca: critica della piu recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, B. Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti, Editori Riuniti, Roma, 1983.

[24]  Weber, M., op.cit.

[25] La psicologia sociale riveste un ruolo fondamentale nello studio dei rapporti familiari, della socializzazione, della cultura e della personalità, del ruolo, comportamento e atteggiamenti, della teoria dei piccoli gruppi e delle grandi organizzazioni complesse, del conflitto tra ruoli (role-conflicts). Di fondamentale importanza il famoso lavoro dell’americano George Herbert Mead (1863-1931):Mind,Self and Society:from the standpoint of a social behaviorist,edited with an introduction by Charles W. Morris,Chicago University Press-London, 1934; trad.it Mente, sé e societa: dal punto di vista di uno psicologo comportamentista, traduzione di Roberto Tettucci, Firenze,Giunti-Barbera,1966, in cui, tra l’altro, possiamo leggere: "Non conosco altri modi in cui l’intelligenza o la mente potrebbero sorgere o essere sorte se non attraverso l’interiorizzazione da parte dell’individuo dei processi sociali dell’esperienza e del comportamento"(p.203). 

[26]  Cfr. Moreno, J.L., Psychodrama, 3 vol., Beacon House, 1946-69, New York;  trad.it. Manuale di psicodramma. Il teatro come terapia, Astrolabio, Roma, 1985;

Cfr. Who shall survive?, Beacon House, New York, 1953; trad. it. Principi di sociometria, psicoterapia di gruppo e sociodramma, Etas Libri ,Milano, 1980

[27]  Relativo a macrosociologia. Dicesi macrosociologia l’analisi sociologica di grandi complessi sociali, quindi di intere società o di loro fondamentali istituzioni o strutture o funzioni (sistemi politici, economici, questioni sociali di grande entità, ampi fenomeni demografici).Termine antitetico a microsociologia, cioè l’analisi sociologica di fenomeni sociali più limitati della vita sociale, come, ad esempio, la dinamica delle relazioni interpersonali, e dei piccoli gruppi, di sottosistemi.

[28]  Trattasi di una Relazione presentata dall’autore al Corso di Maîtrise en Sciences économiques et sociales de l’Ecole Supérieure de Sciences et Lettres de Bruxelles  nel 1975.

[29] Cfr. Braudel, F., Écrits sur l'histoire, Flammarion, Paris, 1969; trad.it. Scritti sulla storia, Mondadori, Milano, 1973.

[30] Cfr. Wagemann, E., Menschenzahl und Volkerschicksal: eine Lehre von den optimalen Dimensionen gesellshaftlicher Gebiete (La popolazione nel destino dei popoli), W.Krüger, Hamburg, 1943 (testo reperibile presso la Biblioteca delle facoltà di Giurisprudenza e Lettere e filosofia dell'Università degli studi di Milano); e Economi?a mundial, Editorial Juri?dica de Chile, Santiago, 1952.

[31]  Cfr. Richesse et population, Payot, Paris, 1943 ;

Cfr. Théorie générale de la population, 2 vol , PUF, Paris, 1952-54.

[32]  Trattasi di Relazione presentata nel 1976 dall’autore al Corso di Maîtrise en Sciences Economiques et sociale, Ecole Supérieure de Sciences et Lettres, Bruxelles.

[33]  Per le traduzioni bibliche mi sono servito prevalentemente de “La Bibbia concordata”, Mondadori, Milano, 1968. In alcuni casi ho tradotto liberamente.

[34]  Ho preferito questa traduzione a quella tradizionale di falegname, grazie alle recenti ricerche di alcuni autori che hanno studiato a fondo il contesto storico-sociale della vita di Gesù. Tra tutti cito Giovanni Magnani, Origini del cristianesimo, pp.159-62, Cittadella, Assisi, 1996.

[35] Cfr. Zamprotta, I., Une initiative à l’avant-garde dans le domaine CEE: la réalisation du CIDI. Comparaison avec l’EDV d’Allemange Fédérale, Thèse de Maîtrise, Ecole Supérieure de Sciences et Lettres, Bruxelles, 1976.

[36] Cfr. De Gasperi, A. (ps.Zanatta, M.), I tempi e gli uomini che prepararono la  “Rerum Novarum”, Vita e Pensiero, Milano, 1931      

[37]  Questo paragrafo è stato tratto da una pubblicazione dell’autore: “Temi e problemi socioreligiosi” del 1983, pp.84-94, ristampata nel 2005, che faceva parte della Collana di Scienze sociali e religiose dell’Università popolare di Biella, con una presentazione del Teologo Dr. Don Aldo Garella; ma costituisce anche un Supplemente al “Notiziario MCL”, n.9., Biella, 1982, e fu gratificato di una lettera di apprezzamento da parte del Card. Pietro Palazzini, già Professore di Teologia morale,e allora Prefetto dells S.Congregazione dei Santi. Lettera pubblicata a p.96 del lavoro citato. Comunque, tutta la problematica è stata ampiamente trattata dall’autore nella tesi di diploma di assistente sociale:Il pensiero sociale cristiano nell’evoluzione dei rapporti politici, economici e socioculturali, ANSI,Milano,1984.

[38] intervento al Corso di Educazione alla salute nell’ambiente di lavoro, UPB, Biella, 24 febbraio 1986.

[39]  Per le nuove tecnologie risulta utile la lettura del testo da me curato nel 1992: Zamprotta, I. (a cura di), Introduzione culturale allo studio delle nuove tecnologie, Libreria Vittorio Giovannacci, Biella, 1992.

[40]  Per una esauriente conoscenza dell’evoluzione dell’ambiente di lavoro e dei sistemi di produzione risulta molto utile consultare i seguenti lavori:

North, D.C.. – Thomas, R.P., The rise of the western world, Cambridge University Press, 1973; trad.it.L’evoluzione economica del mondo occidentale; Mondadori, Milano, 1976;

Macry, P., Introduzione alla storia della società moderna e contemporanea, Il Mulino, Bologna, 1980. 

[41]  Questo termine è stato coniato dal Rosen nel 1968. Attualmente vi è una vasta letteratura in proposito. Nel 1986, all’epoca della prima stesura di questo lavoro, gli studi erano molto limitati e ristretti al mondo anglosassone.Per un ulteriore approfondimento della materia sarà bene consultare i seguenti lavori: Rosen, G., "Some Origins of Social Psychiatry: Social Stress and Mental Disease from the Eighteenth Century to the Present", in Rosen ed., Madness in Society. pp.172-94, London, Routledge, 1968; Brod, C,, Technostress: the Human Cost of the Computer Revolution, Addison-Wesley, Reading, Mass.,1984; Moreland, V., "Technostress and Personality Type", Online 17 (4), 59-62, July 1993; Fisher, D., "Technostress and the librarian: a critical discussion", Education Libraries Journal 39 (2), 9-14, Summer 1996.

[42]  Cfr. Mantovani, G., La qualita dell'interazione uomo-computer: controllo, responsabilità, modelli nei sistemi interattivi, Il Mulino, Bologna, 1991.

Cfr. Vallan, S., Lo stress da nuove tecnologie: l'interazione uomo-computer, tesi di laurea in psicologia del lavoro, Università di Trieste, 1997;

[43]  Cfr. Zamprotta, I., Per una nuova organizzazione del lavoro industriale, in Annuario dell’industria tessile, Unione Biellese, Biella, 1985: in questo articolo analizzavo l’importanza del concetto di “sistema sociotecnico” nell’azienda moderna, secondo gli studi del Tavistock Institute di Londra,della Michigan University, e della PostGraduate School of Business Administration della Harvard University, a cui fa capo la Scuola delle Human Relations.

[44]  Termine inglese con cui di intende indicare un complesso di abusi psicologici ai danni di un lavoratore, spesso consistenti in vessazioni, angherie, persecuzione e ostracizzazione sul posto di lavoro. A questo proposito sarà utile consultare i seguenti lavori:

Cfr. Amato, F., Il mobbing: aspetti lavoristici: nozione, responsabilita, tutele, Giuffrè, Milano, 2002;

Cfr. Corradini, I – Picci, A., Il mobbing: aspetti psicologici e giuridici, Europolis, Roma, 2003;

Cfr. De Asmundis, I., Mobbing: un attacco alla dignità di chi lavora, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2004

(Biblioteca Italo Zamprotta)

 

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Maggio 2016 18:11