11.4 Capitolo Terzo - Lineamenti di storia della sociologia
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Domenica 30 Maggio 2010 17:49

 

 

11.4.Capitolo terzo - Chapitre troisième - Chapter 3

 

 

La sociologia è una delle molte scienze sociali, quelle scienze, cioè, che studiano la società e l’agire dell’uomo in essa. Fra esse ricordiamo, tra le altre: la storia, l’economia, il diritto, l’antropologia culturale, la psicologia sociale.

 

Qualunque fenomeno sociale può essere studiato da diversi punti di vista. Come, ad esempio, una montagna viene osservata in modo sostanzialmente diverso se vista da un botanico, da un geografo o da un geologo. Così, tra le scienze sociali, la sociologia offre una prospettiva particolare.

 

All’inizio della moderna sociologia, colui che ne coniò il termine (dal latino socius e dal greco logos),il francese Auguste Comte,aveva dei propositi ambiziosi: egli pensava che la sociologia potesse riunire in sé tutti i contributi delle scienze particolari, non solo quelle sociali. Anzi, immaginò che la sociologia si trovasse al vertice di una piramide: la religione dell’umanità!1

 

Oggi non è più così. La sociologia si è specializzata e specializzandosi ha trovato, poco alla volta, i suoi limiti. Comunque, possiamo considerarla come bacino collettore nel quale convergono conoscenze provenienti da tutte le scienze dell’uomo, le quali contribuiscono al suo sviluppo.

 

Pertanto, la sociologia si occupa della società e dei fenomeni sociali in termini “generali”. Per esempio, tratta dei piccoli gruppi sociali (come la famiglia), ma anche di diverse attività dell’uomo: abbiamo allora una sociologia dell’economia, del diritto, della religione, dell’arte, del lavoro, ecc.

 

La nostra esposizione illustrerà l’aspetto storico del pensiero sociologico, l’aspetto generale e i motivi della problematica sociologica, e infine la pratica applicazione.

 

Pertanto, la suddivisione è in tre parti, relative ai tre anni di corso, il minimo necessario per offrire un’esauriente panoramica della storia della sociologia, della sociologia generale e della sociologia applicata. In questo modo si renderà più agevole la frequenza degli altri corsi paralleli di sociologia della religione, della letteratura, dell’economia e del diritto.

 

Negli ultimi tempi si è riconosciuto, e giustamente, il filosofo illuminista francese Charles de Montesquieu (1689-1755) come l’autentico precursore della sociologia moderna,quindi possiamo considerarlo un presociologo. Molto utile,a questo riguardo, il suo “Esprit des lois” del 1748,2 da cui si ricavano teorie giuridiche e politico-costituzionali che si possono dividere in due parti:

1.      la teoria generale dei governi

2.      e quella della libertà politica.

 

In concreto egli avvia, specie con la sua analisi della costituzione inglese, una organica teorizzazione del moderno costituzionalismo fondato sulla divisione dei poteri.

 

Sono evidenti ampie implicazioni sociologiche, come osserva il Ferrarotti3, che sono alla base della sociologia delle istituzioni e della sociologia politica che hanno attinto i succhi più vitali della scienza politica.

 

Montesquieu fu il primo a trattare, a livello scientifico, la divisione dei poteri; legislativo, esecutivo, giudiziario. Condizione indispensabile per la conservazione della libertà. Questo principio ebbe molta influenza sulle vicende politiche deI successivI secoli XVIII e XIX ed ebbe la sua prima grande applicazione nella rivoluzione americana.

 

Un altro grande, di cui è riconosciuta l’importanza da qualche decennio, è Alexis de Tocqueville (1805-1859), accademico di Francia nel 1841 e ministro degli esteri nel 1849. La sua opera maggiore, ai fini della nostra esposizione, è la “Democrazia in America”, pubblicata nel 1835, la prima parte, e nel 1840,l a seconda parte. Quest’opera ancor oggi costituisce un saggio esemplare di sociologia empirica (cioè di analisi sociologica di una società contemporanea). Tocqueville, studiando i fenomeni del secolo precedente e quelli in atto al suo tempo, fece delle previsioni sullo sviluppo futuro della società che si discostavano notevolmente da quelle di Karl Marx, dimostrando, però, una maggiore capacità di previsione. Egli avvertì nella grande complessità dei fattori storici i nessi tra strutture sociali e strutture politiche.

 

La storia della sociologia inizia con la separazione della società dallo stato;con l’emancipazione progressiva della realtà sociale da quella propriamente statuale.

 

Se la società nell’età moderna ha capito di essere un oggetto che risponde a leggi proprie, è giusto che una scienza specifica indaghi l’andamento di queste leggi.

 

In base a questi convincimenti nasce la sociologia, ad opera di studiosi che, per primi, cominciarono a ragionare in termini di osservazione, indagine e misurabilità della società attraverso lo studio di tutti i suoi fenomeni e di tutte le sue realtà.

 

Questo processo graduale e progressivo si attua grazie all’emancipazione: emancipazione significa, innanzi tutto, prendere coscienza di una nuova realtà che si cerca di determinare e di verificare. Emancipazione significa anche rottura dei rapporti naturali di dipendenza e fondazione di una società soggetta alle leggi di natura.

 

(Prima di iniziare la nostra trattazione vera e propria, ritengo opportuno riportare l’articolo che pubblicai il 22 novembre 1979 in occasione dell’inizio della riabilitazione di Galileo Galilei da parte di Papa Giovanni Paolo II, perché è la dimostrazione di come la dottrina e le conoscenze sociologiche abbiano, nel tempo, aiutato a modificare il pensiero umano e il modo di rapportarsi alla realtà sociale, storica o contemporanea).

 

§ I               Autocritica su Galileo Galilei:

L’uomo che fu fatto soffrire.

 

La grandezza di Galilei è a tutti nota come quella di Einstein.Ma a differenza di questi che oggi onoriamo di fronte al Collegio cardinalizio del nostro Palazzo apostolico, il primo ebbe molte volte a soffrire da parte di uomini e organismi di chiesa”.

 

Queste le parole testuali pronunciate dal Papa polacco,Giovanni Paolo II,in occasione della celebrazione del centenario della nascita di Einstein, davanti alla Pontificia Accademia delle scienze(promossa da Pio XI).

 

Mi domando dove vuole andare a parare, dopo circa 350 anni, questa sincera autocritica.Infatti vi è anche il rischio che un precedente del genere inneschi tutta una serie di richieste di revisioni di altri numerosi errori storici compiuti dalla Chiesa:Girolamo Savonarola,la Santa Inquisizione,Giordano Bruno,ecc.

 

Ma perché Galileo(preferiamo chiamarlo per nome,come facciamo con Dante)fu processato da Santa Madre Chiesa?

 

Alla base,a mio modesto avviso,vi fu il timore che la Chiesa cominciasse a perdere le sue prerogative temporali,che i suoi insegnamenti cominciassero a vacillare e che,quindi,la sua autorità risultasse incrinata e compromessa.

 

Ma vi furono anche meschini rancori umani, come vedremo, che alimentarono l’odio e la persecuzione contro l’illustre scienziato e credente.

 

1.Il rapporto tra fede e ragione.

Siamo agli inizi del 1600. In quel tempo esisteva ancora un solo sapere, quello aristotelico, a cui si era ispirato Tommaso d’Aquino per dare alla Chiesa cattolica delle opere scientifico-teologiche che avrebbero improntato, per sempre, nei secoli venturi tutto il comportamento ufficiale della Chiesa.

 

L’Aquinate seppe approfittare della filosofia aristotelica per costruire un coerente sistema di filosofia cristiana fondato sulla ragione.

 

Infatti la concezione aristotelica della conoscenza,della natura, della metafisica offre alla filosofia, che si ispira alle verità religiose,un fondamento più sicuro del sistema platonico-agostiniano(seguito invece da S. Bonaventura).

 

Il problema pregiudiziale per Tommaso è il rapporto tra la fede e la ragione, che, secondo lui, ha un campo indipendente di diritto. La ragione si occupa delle verità naturali; la fede, invece, delle verità soprannaturali. Quindi una stessa verità non può essere simultaneamente oggetto di scienza e di fede, per cui “fede e ragione hanno la medesima origine: Dio, unica verità, ma sono distinte”.

 

La fede ha la funzione di rafforzare la ragione sanando le ferite dell’ignoranza e dell’errore, causate dal peccato originale e per mostrarle, con certezza infallibile e anticipatamente, il fine da raggiungere con la dimostrazione razionale, risparmiandole errori e incertezze.

 

La ragione, a sua volta, ha la funzione di dimostrare i preamboli della fede, cioè le verità fondamentali circa l’esistenza di Dio.

 

Fin qui Tommaso, cioè la dottrina ufficiale della Chiesa.

 

2.Il nuovo metodo scientifico.

Galileo ebbe il disguido di andare a sbattere proprio contro questi principi (allora intesi molto alla lettera, in maniera statica non dinamica) e dovette con essi fare i conti,cioè con coloro che di questi principi fondamentali si facevano assertori.

 

Le prime noie il Nostro le ebbe da un frate domenicano,il Lorini,che lo accusò di eresia dal pulpito fiorentino di S.Maria Novella.Ma nel 1618 Galileo ebbe la disavventura di iniziare a disputare con i Gesuiti, e questo, ritengo, fu il suo guaio peggiore.

 

Orazio Grassi (1583-1654),questo il nome del gesuita,con lo pseudonimo di Lotario Sarsi,attaccò Galileo e un suo discepolo con “Libra astronomica ac philosofica”.Galileo rispose nel 1633 col “Saggiatore”.

 

Con quest’opera il Nostro realizzò un capolavoro filosofico e metodologico (oltre che letterario). Nella storia del pensiero scientifico quest’opera costituisce un’innovazione, perché fu descritto per la prima volta il problema metodologico della ricerca scientifica, processo in quattro fasi:

1.      raccolta dei dati sul fenomeno;

2.      formulazione di un’ipotesi interpretativa;

3.      conseguenze logiche delle ipotesi;

4.      verifica sperimentale per convalidare la teoria.

 

Quindi indagine matematica come metodo, che però desume dall’esperienza il valore di verità degli asserti. In ciò risiede l’elemento di rottura di tutta l’opera galileiana rispetto alla tradizione passata, cioè aristotelica.

 

3.Condanna e persecuzione.

Apriti cielo!Infatti,se incontrò il favore dei contemporanei illuminati(il tedesco Keplero [1571-1630],per esempio)non giovò a Galileo per altri versi,quando si andò nei dettagli scientifici. La Compagnia di Gesù, che gli era stata fino ad allora favorevole, iniziò a dargli battaglia.Nel 1632 Galileo pubblicò l’altra sua famosa opera incriminata:”Dialoghi sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico, e copernicano”, in cui affermò le sue convinzioni scientifiche sostenendo la tesi copernicana.

 

Avendo trasgredito al monito precedente del 1618(datogli in privato),questa volta ci fu il processo, e la prigione a vita,mutata nell’isolamento prima a Siena poi ad Arcetri,dopo essere stato costretto all’abiura dei suoi principi scientifici in contrasto con le presunte “verità bibliche”.

 

Quindi Galileo, che era stato anche minacciato di tortura (o, addirittura, la subi?), finito come uomo e come scienziato, avendo varcato la soglia dei settantanni e avendo molto sofferto, anche se nel 1638 pubblicò ancora, a Leida, però, un’ultima opera fondamentale. Era stanco.

 

Giova ricordare che nelle sue aspre polemiche con gli aristotelici Galileo rivendicò sempre di essere il vero seguace di Aristotele, poiché le asserzioni dello Stagirita si rifacevano all’esperienza e non a un principio di autorità, e quindi potevano essere confutate allorchè nuove esperienze e più potenti strumenti di osservazione avessero mutato le informazioni sui fenomeni.

 

L’8 gennaio 1642 Galileo morì. Al Granduca di Toscana fu negato il permesso di erigergli un mausoleo. La persecuzione continuava anche dopo la morte.

 

La sua condanna, sebbene fosse l’unico uomo di scienza cattolico di fama mondiale a quel tempo, fu un esempio per rinsaldare la vecchia autorità della Chiesa. Occorreva quindi un esempio di forza.

 

Mi piace concludere con le parole di Bertand Russell (1872-1970): “L’Inquisizione riuscì a porre fine alla scienza in Italia,dove questa non rifiorì più per secoli,ma non riuscì ad evitare che gli uomini di scienza adottassero la teoria eliocentrica,e con la sua ottusità recò un considerevole danno alla Chiesa”.

 

Italo Zamprotta(da “Eco di Biella”,22 novembre 1979)

 

§ II     Montesquieu (francese, 1689 – 1755)

 

Il Nostro parla delle leggi che hanno origine dalla natura delle cose(De l’Esprit des lois, I, 1,),mentre Rousseau determina questa natura delle cose come volontà generale4 (Contrat social, I, 6, 1762):sono questi i due punti cruciali che hanno influenzato il cammino del pensiero sociologico da allora ad oggi.

 

Il processo di emancipazione, però, è relativo al tipo di società in cui si svolge: pertanto, il citoyen francese vive in una realtà diversa da quella del bürger tedesco.Quindi ogni società avrà il suo tipo di emancipazione, strettamente legato e interdipendente alle contingenti condizioni storiche e sociali.

 

Montesquieu si inquadra nella dottrina dell’Illuminismo francese che è generata dalla crisi dello stato assolutistico e, quindi, della coscienza europea. Quel tipo di stato che, al tempo del Re Sole, considerava uomini e cose come sua proprietà, e non poteva riconoscersi in una società autonoma, in via di emancipazione, in cui tutti cominciavano a reclamare il riconoscimento dei propri diritti.

 

Mentre Comte e Durkheim hanno esaltato il Nostro come fondatore della sociologia, noi dobbiamo ripetere ciò che più volte abbiamo detto in questi anni nelle nostre lezioni di sociologia, sia all’Università popolare di Biella sia alla Scuola Superiore per Assistenti sociali di Biella, e cioè che non c’è un fondatore della sociologia, come non c’è un inventore della radio e della televisione!

 

Il Nostro ha dato il suo contributo alla scienza sociale e possiamo considerarlo un “presociologo”, come fa Raynond Aron5, possiamo ancora dire che il Nostro ha dato alla sociologia il suo oggetto,i suoi metodi,le basi da cui svilupparsi.

 

Nel 1748 apparve “De l’Esprit des lois”,opera condannata dai Gesuiti,dai Giansenisti,dalla stessa Sorbona e proibita dal Governo,ma diffusa da ben 22 edizioni in due anni e poi messa all’indice nel 1751!

 

Con quest’opera il Nostro ha compiuto l’importante tentativo di mostrare l’interdipendenza e l’influenza di condizioni esterne di vita, istituzioni e valori di una data società tra di loro.

 

L’uomo deve governare la sua vita (I,1): le leggi della convivenza umana non si possono costruire come fatti naturali, ma solo dedurre dalle condizioni di questa convivenza. Si debbono conoscere non solo la natura dell’uomo ma anche le istituzioni, i costumi, gli usi e le altre circostanze esteriori per spiegare lo spirito delle leggi di una determinata società6.

 

Ma che cos’è poi “De l’Esprit des lois”?

 

Lo spirito delle leggi è l’equilibrio che la società raggiunge tra i fattori esterni ed interni, quelli che oggi chiameremmo esogeni ed endogeni di una data società.

 

L’opera del Nostro offre un ricco campionario di quelle idee che furono il patrimonio più cospicuo dell’Illuminismo: la tolleranza, la libertà politica, il rifiuto dei dogmatismi:”Non è la fortuna a dominare il mondo”, i fatti umani vanno spiegati in modo umano.

 

Nel Libro XI il Nostro attribuisce la libertà alla separazione dei poteri:

  1. Legislativo
  2. Esecutivo
  3. Giudiziario,

e al loro reciproco equilibrio7.

 

Questa dottrina divenne ben presto uno dei capisaldi del liberalismo ed ebbe una diretta e notevole influenza sulle costituzioni americana e francese: è noto, infatti, che George Washington si ispirò a “De l’Esprit des lois” per la formulazione dei principi costituzionali americani.

 

L’opera del Nostro è sociologicamente importante per avere sottolineato che i fattori razionali e naturalistici influiscono sul comportamento umano e sulle istituzioni.

 

§ III    Adam Ferguson (scozzese, 1723 – 1815)

 

Grande rilevanza assume, per lo sviluppo della sociologia, la filosofia morale scozzese. L’apporto di Ferguson (filosofo e storico scozzese, Logierait,1723-1815) alla dottrina della società lo troviamo nel suo celebre Saggio del 17678,in cui pone la società civile al centro della sua indagine, e in un’altra sua opera del 17929.

 

In lui troviamo, per la prima volta, lo spunto per una dottrina dell’azione sociale. Per lui l’uomo, in quanto essere sociale, è determinato dal fatto di condurre la propria vita attraverso l’apprendimento di esperienze. Per lui la natura dell’uomo è determinata dalla duttilità e flessibilità (Principle of ductility or plancy), da cui scaturisce il “principio della plasticità”, in base al quale – osserva Ferguson -  le bestie si distinguono tra loro e noi ne deduciamo una differenza di specie; mentre gli uomini distinguendosi tra loro ci mostrano una differenza di storia e di società. Non si tratta di una novità, giacchè Ferguson è stato influenzato proprio da Montesquieu.

 

E’ grazie alla plasticità che l’uomo può vivere in società, fondare una società ed essere un essere sociale!

 

Da ciò ne consegue, però, anche che l’individuo è determinato dalla società, come dice giustamente Ferrarotti10:dipendenza dell’individuo dal gruppo.

 

Infatti, in un individuo tutto è determinato dalla società: sentimenti, comportamento, atteggiamenti, intellingenza, linguaggio. Ogni gruppo ha i suoi comportamenti e le sue norme; ogni strato sociale ha un comportamento esterno, un aspetto e un cerimoniale attraverso i quali si distingue dagli altri.

 

L’uomo entra continuamente in conflitto col mondo circostante, con gli altri, attraverso i rapporti sociali. Una conseguenza di esperienze soddisfacenti porta all’integrazione sociale. Pertanto, conflitto sociale e integrazione sociale rappresentano due principi che, uniti, provocano esperienze continue che sono alla base del progresso della realtà sociale.

 

Per Ferguson il conflitto è la via principale verso il progresso sociale, perché porta alla luce comportamenti e abitudini produttive. Le istituzioni sociali che ne emergono rappresentano il legame che unisce il progresso con l’integrazione.

 

Il progresso sociale, comunque, secondo Ferguson, si realizza solo attraverso conflitti. Un esempio, portato dal Nostro, è il mercato con lo scambio di beni, che istituzionalizza un rapporto che diventa poi base del progresso economico.

 

§ IV    John Millar (scozzese, 1735 – 1801)

 

Non deve essere sottovalutata l’importanza di un altro grande moralista scozzese, John Millar (Glasgow, 1735-1801), allievo di Adam Smith e Adam Ferguson, che, pur non occupando una posizione di rilievo nello sviluppo dell’emancipazione della società dallo stato, ha detto qualcosa di utile.

 

Egli fu, innanzi tutto, uno degli storici più famosi del suo tempo (accanto a William Robertson e Edward Gibbon). La sua opera più importante  fu pubblicata in 3 volumi nel 1786, a cui se ne aggiunse un quarto volume, pubblicato postumo nel 180311.

 

Per questo autore la storia inglese va suddivisa in tre periodi:

  1. aristocrazia feudale
  2. monarchia feudale
  3. governo commerciale del 1603.

 

Questa suddivisone ha una sua ragion d’essere motivata dal condizionamento di elementi di sviluppo economico.

 

Secondo Millar, infatti, le trasformazioni tecnico-economiche condizionano lo sviluppo politico di uno stato. Pertanto, non è stata la Riforma a creare le condizioni favorevoli per lo sviluppo e la crescita del capitalismo, ma viceversa. Infatti, prosegue, è stato proprio in quei Paesi dove l’industria e il commercio erano fiorenti che hanno respinto l’autorità e i dogmatismi papisti. Quindi, il regresso della confessione cattolica è la conseguenza, non la causa, dello sviluppo tecnico-economico.

 

E, sulla scia dei suoi maestri Ferguson e Smith, proclama che lo sviluppo dalla caccia all’agricoltura, all’artigianato e al commercio va interpretato come storia del progresso della civiltà.

 

Comunque, la sua influenza sullo sviluppo della scienza sociale è più che altro di carattere storico che teoretico.

 

Vi è in lui l’aspirazione a voler scrivere una storia universale, sul modello dei grandi francesi, ma inserendovi quegli elementi particolari, rappresentati dai fattori tecnico-economici, che sono alla base dello sviluppo politico.

 

Infatti, Millar dichiara che non è stata la “Magna Charta” del 1215 a portare i contadini e le classi più umili della società alla libertà politica, ma i progressi conseguiti in campo economico.

 

Questa connessione tra forme di produzione e struttura della società è naturale già in Ferguson e Smith e anche in Montesquieu, e perciò Millar non fa altro che ricollegarsi a concezioni precedentemente enunciate.

 

Nel 1770 trattò in un suo lavoro12 l’ordinamento gerarchico della società enumerando una massa di fattori diversi da cui si deducono le differenze di leggi e costumi nelle diverse società. E’ evidente il richiamo diretto all’opera di Montesquieu, ma nulla di nuovo egli riuscì a concepire e il suo pensiero restò ancorato, poco originalmente, a quello del suo tempo.

 

Possiamo dire che fu un eclettico che ha scoperto e trattato molti interessanti problemi, che però non ha saputo adeguatamente approfondire rimanendo condizionato dalle impressioni destate in lui dalla nascente era industriale. Quindi non seppe allargare la dottrina dell’azione verso l’inserimento del fattore tecnologico (come, ad esempio, fece  David Ricardo con il cap. On machinery” nel suo “On the principles of political economy and taxation”, 1817).

 

§ V             Thomas Malthus (inglese, 1766 – 1834)

 

Con Malthus (pastore anglicano, 1766-1834) il principio della dottrina liberale vive la sua svolta conservatrice. Egli è famoso per la sua “teoria della popolazione”, esposta in un’opera del 179813.

 

Mentre fino ad allora l’opinione dominante era stata che la popolazione diminuisse lentamente(tant’è vero che il noto studioso di statistica Gregory King nel 1696 aveva affermato che nell’anno 2300 l’Inghilterra avrebbe contato 11 milioni di abitanti!),Malthus teorizzò la crescita della popolazione in proporzione geometrica e i mezzi di sostentamento in progressione aritmetica.

 

Pertanto Malthus esprime l’idea che i problemi sociali non si debbono ricondurre alle istituzioni ma al comportamento degli uomini che li generano.

 

L’impetuoso accrescimento della popolazione porta, necessariamente, a istituire la proprietà come diga contro l’avidità, affinchè tutti coloro che sono diligenti e moderni non vengano depredati dal frutto del loro lavoro dalle masse della popolazione che premono su di loro.

 

I poveri raccolgono solo i frutti della loro sfrenatezza (!). Infatti la società viene sempre minacciata dalla sfrenatezza dell’impulso sessuale e della produzione dei beni.

 

In un’altra opera del 182014 Malthus cerca una spiegazione economica e non biologica dei problemi sociali.

 

Le istituzioni esistenti non vengono più giustificate perché non solo si oppongono all’aumento incontrollato della popolazione, ma perché, con una ripartizione ineguale della proprietà, fanno sì che ci sia sempre una domanda sufficiente per la produzione. Ciò che viene esaminato non è più eccedenza di uomini, ma di merci, non più i problemi di una società agricola, ma quelli della società industriale.

 

Una società non si compone solo di produttori di merci(che corrispondono ampiamente al modello ideale dei seguaci di Smith),secondo la concezione malthusiana non è in grado di trovare acquirenti per tutti i suoi prodotti.

 

I problemi sociali sono problemi di sovrapproduzione e vengono risolti perché nella società esiste uno strato di uomini che consumano soltanto senza produrre. Essi sono gli aristocratici, i proprietari terrieri o, sempli cemente, i ricchi.Affiora qui,anche se con segno opposto,la teoria della sovrappopolazione esposta più tardi da Karl Marx.

 

§ VI             La sociologia speculativa

 

Non è possibile parlare della tradizione speculativa della sociologia senza menzionare Auguste Comte(filosofo e matematico francese, 1798-1857),figlio dell’Illuminismo e della reazione alla rivoluzione,che coniò nel 182415 il termine ibrido “sociologia”,misto di latino e di greco, usandolo per la prima volta nel IV volume del suo “Cours de philosophie positive” pubblicato nel 1839.

 

Il termine si rese necessario perché un altro studioso,il belga Adolphe Quételet(astronomo e statistico belga,1796-1874),nei suoi studi e ricerche usò il termine “physique sociale”,che aveva usato già Comte,il quale si vide così costretto a mutarlo in sociologia.

 

Analizzando i fatti storici Comte elaborò una teoria del mutamento sociale, che chiamò “legge dei tre stadi”:

 

  • Il primo stadio corrisponde allo sviluppo intellettuale (in cui lo spirito umano "si rappresenta i fenomeni come prodotti dall’azione diretta e costante di agenti soprannaturali più o meno numerosi il cui intervento arbitrario spiega le apparenti anomalie dell’universo" [Corso di filosofia positiva]);
  • mentre il secondo stadio porta al progresso sociale con un passaggio dal pensiero teologico a quello metaficiso (“lo stato metafisico,in cui gli agenti sovrannaturali sono sostituiti da forze astratte (...) concepite come capaci di produrre da sé tutti i fenomeni osservati" [Corso di filosofia positiva]);
  • infine, il terzo stadio, che consiste nello sviluppo positivo e scientifico, porta ad un tipo di società militaristica e di tipo legalitario, proprio dell’epoca comtiana, cioè il moderno industrialismo (“lo stato positivo, in cui lo spirito umano, riconoscendo l’impossibilità di ottenere nozioni assolute, rinuncia a cercare l’origine e il destino dell’universo e si impegna a scoprire, mediante l’uso ben combinato del ragionamento e dell’osservazione, le loro leggi effettive, cioè le loro relazioni invariabili di successione e somiglianza"[Corso di filosofia positiva]).

Riassumendo:

1° stadio, quello primitivo o teologico;

2° stadio, quello intermedio o metafisico;

3° stado, quello positivo o scientifico.

 

  • Al primo stadio, secondo Comte, c’erano le credenze sui poteri magici degli oggetti inanimati;
  • al secondo stadio, queste credenze si spostavano gradualmente dall’inanimato all’animato e, quindi, verso nozioni di essenze e di forme;
  • mentre al terzo stadio egli poneva la speculazione logico-scientifica.

 

Comte vedeva nella società un organismo sociale che andava studiato proprio da questa nuova scienza, la sociologia, summa di tutte le altre scienze.

 

In questo senso la sociologia, secondo Comte, con i suoi studiosi, assume il controllo sociale e morale della società costituendo in classe sacerdotale i suoi addetti ai lavori.

 

In tal modo perveniamo a un nuovo tipo di religione, di carattere universale, secondo Comte, che provvede a unificare la società in un’unica unità organica.

 

Introducendo anche la distinzione tra “statica sociale” e “dinamica sociale” (le due parti in cui divise la sociologia),termini mutuati dalla fisica (Comte era un eccellente matematico!),egli tentò di analizzare i fatti sociali.

 

Infatti,compito della statica sociale sarebbe quello di classificare le forme della vita sociale, mentre la dinamica sociale dovrebbe analizzare i dati storici allo scopo di determinare le leggi del mutamento.

 

Per il pensiero comtiamo è la statica sociale la parte principale della teoria sociologica. E’ qui che appare la sua legittimità. “Il principio fondamentale è la solidarietà organica”, così come i fatti della storia si coordinano nello schema della legge dei tre stadi, i fatti della società sono subordinati al “principio della solidarietà”.

 

Per l’analisi dei fatti sociali Comte adottò il metodo storico-comparativo, utile a confrontare analogie e differenze tra diverse società (il metodo era stato usato anche da Montesquieu e molto tempo prima da Aristotele per lo studio dei sistemi politici); avversando il metodo statistico-matematico,che fu invece impiegato,con rara efficacia, dal belga Quételet.

 

Appare qui, per la prima volta, un vero e proprio “conflitto metodologico” tra due studiosi del sociale16.

 

ComteQuételet2

                                                         Auguste Comte                                      Adolphe Quételet

 I due protagonisti del primo conflitto metodologico moderno

 

 

Quételet,dal canto suo,attirò l’attenzione sulla regolarità degli eventi sociali e condusse numerose ricerche statistiche sullo studio di qualità fisiche e intellettuali dell’uomo,dimostrando che la statistica può essere usata strumentalmente per comprendere i fenomeni sociali.

 

Egli affermò che la perfezione di una scienza si può giudicare dalla facilità con cui essa può essere affrontata con il calcolo esercitando così,a lungo termine,una grande influenza sui ricercatori del sociale.

 

Infatti,all’inizio della sua opera del 183517,pose il motto di Leplace:”Applichiamo alle scienze politiche e sociali il metodo fondato sull’osservazione e sul calcolo,che ci ha reso tanti servizi nelle scienze naturali”. Quételet è considerato il padre della statistica moderna.

 

§ VII            La sociologia evoluzionistica

 

Ta la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo J .B. Lamarck (1744-1829) aveva trasferito il concetto di progresso dall’Illuminismo alle basi biologiche della vita18.

 

Herbert Spencer(Derby, Inghilterra, 1820-1903),filosofo e sociologo,è stato poi colui che ha introdotto,rinnovandolo,il concetto di sviluppo biologico nel campo della sociologia.

 

A dire il vero il successo di questo filone della sociologia nel secolo scorso fu strettamente legato a un non sociologo, Charles Darwin (inglese,  1809-1882),che con la sua opera del 1859 modificò teoreticamente in modo decisivo l’idea di Lamarck che lo sviluppo è un processo biologico di scelta e di adattamento19.

 

Mentre Comte vedeva la società come un organismo sociale,Spencer scorgeva alcune distinzioni tra l’organico e il sociale e non considerò mai la società come qualcosa di più di un analogo di un organismo.

 

In una sua opera del 1850 (pubblicata nel 1851) Spencer difese a fondo la tesi di Lamarck e parlò, per la prima volta al mondo, di “sopravvivenza dei più adatti”,anticipando di nove anni lo stesso Darwin20.

 

Secondo Spencer la società presente deve essere  descritta in termini individualistici.Però egli descrive lo sviluppo della società,nel suo complesso,in termini che non sono per nulla individualistici,ma presuppongono una società già esistente e in continuo sviluppo come organismo quasi biologico.

 

Per Spencer esiste un’”analogia reale” tra un organismo individuale e un organismo sociale,che si basa sulla dipendenza funzionale che c’è tra le singole parti dell’organismo.L’evoluzione organica e sociale si conformano,pertanto,alle stessi leggi.La legge generale dello sviluppo biologico vale anche per la società:sviluppo dall’omogeneità discontinua all’eterogeneità continua.

 

Sotto il profilo sociologico questo assunto significa che nello sviluppo le piccole unità che si trovano sotto controllo diretto vengono sostituite da grandi unità che devono autoregolarsi e che costituiscono la società,cioè un tutto organizzato,al cui sviluppo i singoli collaborano senza saperlo, però nell’interesse di tutti i componenti.

 

Autodidatta,fu autore,tra l’altro,di un’ importante opera sociologica21,con cui avanzò la sua famosa teoria dell’evoluzione sociale.

 

Il suo valore sta nell’aver dato rilievo all’idea di funzione e nella sua visione essenzialmente sociologica,in cui ribadì l’importanza della coesistenza nella vita sociale.

 

Un esempio lo portò mettendo a fuoco l’attenzione sulla coesistenza di un alto grado di militarismo in una società in cui le donne si trovano in una condizione di asservimento, e nella connessione tra governo dispotico e un’elaborata etichetta nazionale.

 

§ VIII           Robert Owen (inglese, 1771-1858)

 

Figlio di un sellaio,trascorse un’infanzia povera e, già a 10 anni, fu costretto a lavorare come commesso di negozio prima e poi come operaio in un cotonificio;ma già a 20 anni era direttore di una filanda a Manchester ed a 29 anni comproprietario di fabbriche tessili in Scozia, a New Lanark.

 

Fu qui che concretizzò le sue idee filantropiche e riformatrici,rivoluzionarie,in campo sociale,alla sua epoca.

 

Infatti, tra il 1800 e il 1819 tentò di realizzare un primo esperimento sociale tendente a migliorare le condizioni di vita e di lavoro degli operai tessili e delle loro famiglie attraverso la limitazione dei profitti e l’aumento dei salari;la diminuzione dell’orario di lavoro,il divieto di assumere bambini(al di sotto dei 10 anni),l’istituzione di servizi sociali.

 

E’ in questo quadro che egli formulò i principi di un nuovo tipo di educazione22,a cui interessò uomini di governo britannici ed europei.

 

(Tra l’altro, si impegnò, inutilmente, in un'assidua opera di propaganda, presentando le sue proposte a tutto i grandi personaggi del suo tempo: al futuro zar Nicola I in visita a New Lanark,a Napoleone I confinato all'isola d'Elba,all'imperatore di Russia,Alessandro I, durante il congresso di Aquisgrana,oltre che ai governanti del suo Paese.Ma il mancato successo dei suoi tentativi lo convinse a tentare di persona.Infatti, possiamo affermare, senza téma di smentita che i “grandi uomini di stato” e i “grandi uomini politici” di tutti i tempi, di cui sono pieni i libri di storia,  sono stati sempre incuranti del bene comune e unicamente attaccati al proprio “particulare”, eccetto pochissime eccezioni, che confermano la regola generale).

 

Owen prospettò un tipo di educazione di vari gradi, che unisse strettamente l’apprendimento alla pratica e combinasse istruzione e lavoro produttivo: in ciò fu il precursore della futura pedagogia sociale23.

 

Nello stesso tempo andò maturando un piano di trasformazione della società su basi umanistiche,che prevedeva la costituzione di piccole comunità agrarie di un massimo di 1200 individui,confederate tra loro e autogestite,i cui membri avrebbero partecipato,secondo le capacità e il bisogno,al lavoro collettivo e alla ripartizione del prodotto sociale!

 

Per divulgare le sue idee Owen acquistò dei terreni nello Stato dell’Indiana, negli USA,dove fondò la colonia di New Harmony,che ebbe vita effimira e si rivelò un infelice esperimento di colonia socialista.

 

Tornato in patria,Owen si pose alla testa di un grande movimento sociale (nel frattempo aveva acquistato gran seguito tra gli operai) tendente a raggiungere la riorganizzazione dell’industria su basi cooperative e l’introduzione negli scambi di una sorta di unità monetaria (labour-note), basata sull’ora lavorativa. A tale scopo costituì una banca del lavoro, la National Equitable Labour Exchange (1832).

 

Diede un grande impulso al nascente movimento sindacale britannico,in cui diffuse le sue idee comunitarie e cooperativistiche.Questo suo tentativo ebbe il merito di porre il problema dell’unificazione su scala nazionale dei vari sindacati locali britannici.

 

Socialista, ma non rivoluzionario, ebbe il merito di sistematizzare i suoi programmi di riforma sociale in un’opera, scritta dal 1836 al 1844, colla quale rifiutava i metodi energici e violenti a favore delle riforme graduali e democratiche24.

 

§ IX             Fréderic Le Play (francese, 1806-1882)

 

LePlay

 

Economista,sociologo e ingegnere.Nel 1856 fondò la Società di Economia sociale(precisamente l’”International Society for practical Studies in Social Economics”),che aveva sezioni sparse in diverse nazioni e in pratica propagò le idee di Le Play nei Paesi angloamericani.

 

Contrario al socialismo ed all’interventismo,ma anche al liberismo ottimista,nella sua opera principale,pubblicata in tre volumi nel 1864 su invito dell’imperatore Napoleone III°25,Le Play sostiene che deve esistere un’autorità nell’ambito dell’impresa,dello stato,della Chiesa,della famiglia e che tale autorità deve essere fondata non sulla coercizione,ma sull’amore.

 

Egli auspica un mondo patriarcale le cui diverse cellule devono agire come una famiglia al fine di raggiungere non tanto il benessere materiale quanto il benessere morale fondato sulla sottomissione all’autorità paterna e sull’osservanza del Decalogo.

 

Oltre ad avere contribuito allo sviluppo scientifico della ricerca sociologica, specialmente con l’elaborazione di 36 monografie sui bilanci familiari di altrettante famiglie di operai francesi, pubblicate nel 185526,che ruotano sulle tre categorie “lieu, travail, famille”,cioè luogo, lavoro, gente; Le Play influenzò notevolmente quel movimento sociale chiamato “paternalismo” e ispirò alcuni teorici delle scuole cristiano-sociali(ad esempio,la “Revue catholique de droit et des institutions”, su cui scrivevano autori del Circolo di Studi sociali ed economici, promosso nel 1881 a Roma da Mons. Jacobini, Segretario di Propaganda Fide: questo Circolo ebbe strette relazioni con la genesi della “Rerun Novarum” di Leone XIII°,che segnò,per i cristiano-cattolici,l’ingresso ufficiale della Chiesa cattolica nel controverso mondo della cosiddeta “questione sociale”!).

 

Negli anni successivi al 1871 il pensiero di Le Play presenta notevole interesse per la sua posizione di cattolicesimo contro-rivoluzionario.

 

Infatti,il suo pensiero e l’azione,che andò dispiegando a vari livelli(fu professore di metallurgia e consigliere di stato,oltre che consulente governativo per la riforma sociale)rappresentano una sorta di indagine sistematica sui rapporti tra religione,istituzioni familiari,proprietà e organizzazioni industriali.

 

Assertore di un metodo scientifico e induttivo(che consentì,per esempio,alla sociologia di riunire teorie scientifiche e speculative,di superare la tradizione utopistica e di diventare una vera scienza del sociale),egli proclamò nella “Réforme sociale” una specie di liberazione della religione, della famiglia e della proprietà dai vincoli legislativi e statuali, una rivincita dei costumi e delle tradizioni sulle leggi scritte.

 

Tracciò in tal modo una “costruzione essenziale dell’umanità” fondata – da un punto di vista morale – su una stretta connessione tra religione, autorità paterna e sovranità, e, da un punto di vista materiale, contraddistinta da tre possibili regimi:

  1. comunanza di beni, propria della società primitive;
  2. proprietà individuale;
  3. patronato.

Quest’ultimo,chiamato “patronage”,gli appariva come la panacea dei mali sociali, in quanto articolato su un diretto rapporto di assistenza e di aiuto tra i ceti ricchi e quelli poveri, capace di sostituire l’egoismo di classe e di impedire le rivoluzioni.Il suo obiettivo fu quello di mantenere una gerarchia sociale armonica più che egualitaria.

 

§ X     Il pensiero sociale evoluzionistico in Europa

 

La teoria evoluzionistica di Spencer influenzò diversi studiosi che in misura diversa si occuparono dell’evoluzione sociale, spesso condizionati dalle analogie con l’evoluzione organica biologica.

 

Ricordiamo tra questi studiosi: P.E.Von Lilienfeld-Toailles(1829-1903);A.Espinas(1844-1922);R.Worms (1869-1929);A.Fouillée(1838-1912),e A.E.F. Schaffle(1831-1903).

 

Paul E.Von Lilienfeld-Toailles(1829-1903),russo d’origine svedese,affermò che la società è un organismo reale.Scrisse in russo e fu tradotto in tedesco.Fu presidente dell’Istituto internazionale di Sociologia,al cui III° Congresso partecipò.Nel 1896 scrisse la “Patologa sociale”.

 

Alfred Espinas(1844-1922),suo conternporaneo,fu famoso docente dell’Università di Bordeaux,quando vi insegnava E.Durkheim.Nel 1877 pubblicò “Delle società animali” con teorie antiindividualistiche e antisocialiste.Come il precedente,sostenevache la società è un corpo vivente,un’entità vivente soggetta a leggi naturali come quelle di cooperazione,divisione del lavoro,delega delle funzioni.Affermò e sostenne che la sintesi di organicismo e di pensiero evoluzionistico rappresentava l’unica base possibile per una scienza della società.

 

Fu autore anche di un articolo scientifico ritenuto fondamentale: “Essere o  non essere, o del postulato della sociologia”.

 

René Worms(1869-1929),influenzato dai precedenti,scrisse “Organisme et Société27,ravvisando anch’egli una stretta analogia tra i due elementi.Secondo lui,organismo e società sono soggetti alle leggi naturali,ma il più alto livello evolutivo conseguito dalla società rispetto all’organismo biologico è il tisultato di processi sociali più complessi.Fu tra l’altro autore di “Filosofia delle scienze sociali”, “I princìpi biologici dell’evoluzione sociale”.Fondò la Revue Internationale de Sociologie(1892),e l’anno seguente l’Institut Internationale de Sociologie,e nel 1895 fu il fondatore della Société de Sociologie di Parigi.

 

Alfred Fouillée(1838-1912)si differenziò dai precedenti autori sostenendo che lo stadio finale dell’evoluzione era l’unione completa della individualità e della socialità nella forma più moderna di contratto sociale. Sono le idee le forze che tengono uniti i membri di una società. Autore di “L’Evolutionnisme des idées-forces”(1890)28,e di “Les études récentes de sociologie29.

 

Il tedesco Albert Schäffle(1831-1903),sociologo ed economista, dal 1868 professore di scienza politica all’Università di Vienna, e Ministro del Commerciò per l’Austria, fu autore di un’opera in quattro volumi30(1875-78),cercò di sviluppare un sistema filosofico che unificasse le scienze naturali e sociali.Cercò anche egli l’analogia organica,ma ebbe una visione meno materialistica di altri autori e,anzi,introdusse nella sua teoria degli elementi idealistici hegeliani.

 

Non fu un individualista e si augurò una trasformazione della società capitalistica che avrebbe dovuto tener conto dello sviluppo delle funzioni professionali, idea accolta e modificata nel secolo successivo dal francese Durkheim.

 

 

§ XI    Dal darwinismo sociale alle teorie razziste

 

Tutti gli autori che seguirono questa corrente furono in seguito conosciuti sotto il nome di darwinisti sociali. Alcuni di essi si occuparono delle razze e delle differenze razziali, elaborando delle teorie che furono poi alla base di certe ideologie politiche.

 

In particolare ricordiamo J.A. de Gobineau e L. Gumplowicz.

 

Joseph Arthur de Gobineau(1816-1882),aristocratico francese, autore nel 1853-55 di una famosa opera inquattro volumi31,di ispirazione antidemocratica e filotedesca,in cui affermava i suoi punti di vista sulla purezza della razza consigliando di conservare il culto degli avi come mezzo per preservare questa purezza.

 

De Gobineau arrivò ad affermare che la decadenza di una civiltà è conseguenza della mescolanza delle razze, che provoca mancanza di iniziativa e di coraggio. Affermava inoltre che le razze sono diverse tra loro, alcune capaci di progredire, altre incapaci di raggiungere la civiltà.

 

Ludwig Gumplowicz(1838-1909),polacco,docente a Graz,fu un cattedratico e sociologo professionista.Sosteneva che l’evoluzione non è lineare ma discontinua e consegue ai conflitti sociali.

 

Non era convinto delle differenze razziali, ma parlava di fonti diverse delle razze che, pertanto, non hanno legami di sangue.

 

E’ il conflitto sociale a provocare la selezione, che ha quindi un carattere economico.Ciò lo possiamo notare sia nelle società tribali sia nelle società progredite dove vi è la lotta di classe.

 

Come dicevamo prima,queste teorie razziste,che ebbero molti altri seguaci,influenzarono enormemente la vita politica e sociale suropea e furono adottate dal Partito Nazional-socialista tedesco,il famigerato Partito nazista,e imposte per legge,e con la forza,durante quel regime, sebbene i sociologi le avessero già da tempo abbandonate.

 

Anche l’Italia mussoliniana e fascista,per scimmiottare la grande Germania,nel 1938 adottò le leggi razziali,proposte dal duce del fascismo e promulgate dal Capo della stato,che era il re Vittorio Emanuele III°:atto vile e inutile che disonorò il buono e solidale popolo italiano.

 

Qui di seguito riporto l’esperienza vissuta dal caro amico milanese Danilo Disoteo,all’epoca studente dell'Istituto magistrale a Milano,che nel 1938 si vide portare via la professoressa di lingua tedesca.

 

§ XII Testimonianza resa davanti alla classe V C dell’Istituto Virgilio nel marzo 1999 dal Dott.Danilo Disoteo.

 

“Mi presento,sono Danilo Disoteo,e attualmente sono il vicepresidente dell’Università Popolare di Milano e ho iniziato a frequentare il Virgilio proprio in questa sede.L’Istituto infatti,all’inizio,non si chiamava Virgilio e si trovava in via Sant’Agnese.Lì abbiamo iniziato il primo anno.Qui in Piazza Ascoli doveva essere collocato,se non vado errato,il Liceo scientifico Vittorio Veneto,che non ha voluto questa sede perché era ritenuta troppo periferica,così in questo bellissimo palazzo si è trasferito l’Istituto Magistrale.

 

Erano gli anni in cui c’era il boom delle iscrizioni agli istituti magistrali e ciò si può facilmente spiegare: erano gli anni 1936-37-38 in cui si parlava di Impero; si parlava di un bisogno assoluto di insegnanti; si doveva trasmettere cultura, portare la civiltà, per cui i ragazzi erano invogliati a frequentare l’istituto magistrale. 

 

Qui al Virgilio eravamo 1000-1100 ragazzi. Allora il Magistrale era così articolato: 4 anni di corso inferiore e 3  anni di corso superiore. Non c’era ancora la scuola media,perché nacque nel 1940 con la riforma Bottai.Chi,terminato l’Istituto magistrale,voleva andare all’università aveva solo la possibilità di frequentare la Facoltà di Magistero all’Università Cattolica.

 

Dunque noi siamo arrivati qui che la scuola era tutta nuova:era magnifica.La nostra aula magna era all’avanguardia.Si tenevano anche parecchi concerti, perché alle magistrali si insegnava musica e forse è l’unico istituto superiore dove si insegna musica, perché purtroppo negli altri istituti, sia al liceo che negli istituti tecnici, l’insegnamento della musica non c’è. C’era anche l’insegnamento degli strumenti musicali. 

 

In questo ambiente poi, nel 1938, sono maturate le leggi razziali. 

 

Ecco quindi che possiamo iniziare a parlare della Prof.ssa Gisella Maylander, con la quale, all’inizio c’è stata un po’ di difficoltà: l’approccio è stato un po’ difficile anche a causa dell’insegnamento del tedesco, che era  molto duro, a partire fin dal primo anno. 

 

Lo studio del latino e della lingua straniera avveniva contemporaneamente in seconda inferiore, quindi ragazzini dai dodici ai tredici anni, si trovavano il primo anno a fare un gran ripasso di analisi logica e di analisi grammaticale. Noi avevamo come insegnante la Sig.ra Magaldi: era veramente molto, molto coscienziosa e ci aveva preparato molto bene, però l’impatto immediato con due lingue straniere, il latino e il tedesco creò profondi disagi tra noi studenti; soprattutto perchè non si poteva scegliere nonostante le cattedre fossero distribuite tra inglese, tedesco e francese. Erano gli anni dell’ Asse quindi gli insegnanti di tedesco erano meglio accetti e il tedesco prevaleva a scapito del francese e dell’inglese.

 

Immediatamente la Prof.ssa Maylander ci fece fare la scrittura in gotico, per noi assai difficile. Alle prese col latino e le cinque declinazioni, alle prese col tedesco (4 declinazioni), la costruzione latina e la costruzione tedesca e soprattutto l’imparare la scrittura gotica era una cosa aberrante: per noi è stato veramente un inizio difficoltoso.

Si aggiunga poi i rapporti che intercorrevano tra allievo e insegnante non erano quelli che io spero ci siano oggi, di reciproca conoscenza: allora l’insegnante si metteva in cattedra e lui era il professore. Quindi noi ci siamo trovati abbastanza a disagio.

 

Per quanto riguarda la Prof.ssa Maylander, era una persona molto “tedesca”: tedesca nel senso molto dura, molto precisa. Era una persona abbastanza, se posso dirlo, scostante, non era una persona alla mano, teneva molto, molto le distanze, trattava col “lei” e quindi intimidiva noi ragazzi ancora di più. Dopo le cose migliorarono, sinceramente, e siamo arrivati a un certo modo di convivere.

 

Poi nel 1938 arrivano le leggi razziali. Nel luglio il Gran Consiglio del fascismo decise di emanare le leggi razziali, davvero una bella pensata, e cacciar via gli insegnanti ebrei, ma soprattutto cacciar via gli studenti. Noi in classe non ne avevamo, però qui al Virgilio ce n’erano e questi non sono stati più ammessi, immediatamente dal settembre del ‘38: avevano cercato di fare altre cose, si erano rifugiati in istituti privati, fin quando li hanno tenuti, fin quando cioè è arrivato il peggio, cioè nel 1943.

 

Ricordo il giorno in cui il Preside, Prof. Leopoldo Fontana, entrò in classe chiedendo alla Maylander di uscire urgentemente per problemi burocratici... Una cosa stranissima, perché il Preside era una figura che si vedeva una volta ogni tre mesi quando veniva in classe a portare le pagelle, altrimenti non si vedeva mai. Noi eravamo in classe, stavamo facendo delle esercitazioni e ad un certo punto entrò dentro e disse all’insegnante che doveva uscire un momento: fuori c’erano altre due persone.

 

Lei era impallidita,era diventata veramente pallida,vi assicuro che in quel momento lì era diventata di tutti i colori,e da allora non l’abbiamo più rivista.

 

Dopo una quindicina di giorni di interregno in cui venivano i supplenti, è venuta un’altra insegnante la quale ci ha accompagnato fino al 40 perché poi noi nel ‘41 siamo passati alle superiori e lì abbiamo trovato altri insegnanti:Tortoreto,Basso,che era una persona veramente eccezionale, Vassalli.

 

Ad un certo punto avevano imposto lavori domestici alle donne e  cultura militare agli uomini, e Tortoreto, che insegnava latino e storia, ha iniziato a insegnare cultura militare.

 

La lezione si faceva al pomeriggio, dalle tre alle quattro, e dalle quattro alle cinque vi era l’ora di cultura fascista.

 

Circa l’allineamento politico dei nostri professori, l’idea è che si barcamenassero e che non fossero assolutamente fascisti;  non si sbilanciavano molto. Basso, posso dirlo, era dichiaratamente antifascista. Della Vassalli non posso dirlo.

La cosa buffa dell’epurazione è che magari si è andati ad epurare il povero bidello e poi si è lasciato ai posti di comando, soprattutto ai ministeri, quelli che venivano dal fascismo. E questo fu un errore terribile.

 

All’inizio pensavamo alle leggi razziali come a una gran strombazzata: non ci rendevamo conto... Lo abbiamo capito più tardi, verso i 18 anni”.

Fonte: http://www.novecento.org/giovani/Virgi9.htm

(Ulteriori ricerche hanno consentito di accertare che la prof.ssa Gisella Maylander,sorella di Eleonora anch'essa insegnante ma non perseguitata,presentò ricorso e fu riammessa in servizio a Belluno.In seguito si trasferì a Bologna,si sposò ed ebbe due figli.Morì nel 1986. Cfr.Alessandra Chiappano,"Alla ricerca della professoressa Gisella Maylander.Un laboratorio di storia basato su fonti d'archivio",consultabile on line).

 

 

§ XIII           Karl Marx (tedesco, 1818 – 1883)

 

Questo autore, poichè è la punta di diamante degli studiosi che hanno dettato le teorie politiche, economiche e sociali del comunismo, viene studiato in storia della filosofia, in scienza della politica, in economia, in sociologia.A suo tempo mi cimentai con un lavoretto in cui lo inquadravo sotto tutti questi aspetti32,ma in questa sede mi limiterò agli aspetti che attengono la sociologia.

                                                

Per comprendere l’influenza esercitata da Marx sullo sviluppo del pensiero sociologico bisogna, comunque, obbligatoriamente rifarsi all’impostazione del pensiero filosofico marxiano che, in senso lato, abbraccia anche gli aspetti politici ed economici.

 

Marx ha cercato di realizzare una formula in cui si assommasse tutta l’evoluzione dell’umanità: una pretesa utopistica quanto quella comtiana.

 

Per Marx l’alienazione che l’uomo fa di sé nel mondo divino è determinata da una contraddizione che dilacera lo stesso mondo umano e per la quale l’uomo si sente alienato nella sua stessa vita terrena.

 

Il problema filosofico non è quello di interpretare il mondo, ma di cambiarlo: solo la prassi ci introduce nel cuore della realtà e ci permette di rinnovare le contraddizioni ad essa inerenti.

 

I vincoli che collegano l’uomo all’uomo sono unicamente quelli creati dal lavoro, ossia la prassi produttiva dei beni necessari a soddisfare i bisogni: il lavoro è attività socializzatrice e quindi generatrice delle classi sociali. Questa enunciazione fu chiamata da Marx (e dal suo amico e collaboratore Friedrich Engels) materialismo storico o dialettico:

 

  • materialismo, perché per esso la radice della vita umana, il fattore determinante della struttura sociale di un popolo in una data epoca è dato dall’attività economica, produttrice di beni materiali: quello che gli uomini sono dipende dalle contraddizioni materiali della loro vita;
  • storico, perché le forze materiali produttive sono in continuo sviluppo;
  • dialettico, perché il processo storico della produzione si svolge secondo il ritmo dell’opposizione e della risoluzione di essa nei tre momenti di tesiantitesisintesi.

 

L’attività economica costituisce la struttura della società e della storia. Tutti i sistemi di idee(morali,religiose,giuridico-politiche,scientifico-filosofiche) attraverso i quali gli uomini acquistano coscienza di sé, di quel che sono o credono di essere,tutte le ideologie sono sovrastrutture della realtà economica,in sostanza dipendono da essa. Non è la coscienza degli uomini che determina la loro vita,ma è la loro esistenza sociale ed economica che determina la loro coscienza.

 

In questa concezione della storia rientra l’analisi della società capitalistiche che Marx elaborò nella sua opera più famosa “Das Kapital”, “Il Capitale33(il primo volume pubblicato nel 1867,gli altri,postumi,a cura di Engels nel 1885 un secondo libro sul processo di circolazione del capitale,nel 1895 un terzo sulla formazione del processo complessivo e, dal 1905 al 1910, a cura di Karl Kautsky, dirigente e principale teorico del Partito socialdemocratico tedesco,un quarto sulla storia delle teorie economiche,intitolato anche Teorie sul plusvalore),che si conclude con l’affermazione dello sbocco rivoluzionario in cui dovrà sfociare il suo sviluppo secondo una necessità immanente(vedi la storia seguente della Russia e della Cina).

 

Il processo di formazione del capitale è analizzato con l’intento di dimostrare che esso è illecito accaparramento a danno dei lavoratori; è un prelevamento sul prodotto del lavoro dell’operaio;è un vero e proprio furto fatto al lavoratore.

 

Il capitale è accumulazione del lavoro altrui, in quanto il profitto dell’imprenditore è costituito dalla differenza tra il costo effettivo di produzione – consistente nel numero di ore di lavoro effettivamente pagate all’operaio – e il prezzo di vendita che viene misurato sul numero di ore impiegate dall’operaio, superiore a quello delle ore a lui pagate.

 

Questa differenza è il risultato di un aumento artificiale del valore, corrispondente alla quantità di lavoro non pagato(chiamato da Marx plusvalore).

 

Il marxismo pertanto prevede che lo sviluppo dell’economia capitalistica porterà al concentramento del capitale in una minoranza sempre più esigua, a uno sfruttamento sempre più esoso del proletariato e, correlativamente,a uno sviluppo più grande della coscienza di classe e dell’organizzazione del proletariato stesso, finchè non si determinerà un urto violento tra le due classi.

 

Si arriverà in tal modo alla rivoluzione che porterà all’espropriazione dei capitalisti e all’instaurazione dello stato collettivistico,ossia dello stato come unico imprenditore e datore di lavoro.

 

Il mezzo per il raggiungimento di questo ideale è l’organizzazione dei lavoratori contro le forze degli imprenditori. L’unione dei lavoratori di tutto il mondo contro gli sfruttatori determinerà l’avvento della società socialista sulle rovine della società borghese.

 

Cerchiamo ora di dare un significato sociologico a questo delirio di uno studioso che parlava del lavoro altrui, perchè a livello personale poteva vantare ben poca esperienza, come molti dei suoi seguaci politici.

 

Certamente Marx appare il più autorevole studioso speculativo del XIX secolo.Gli aspetti del “Capitale” che maggiormente interessano la sociologia sono due:

  1. innanzi tutto,Marx ci ha fornito un’interpretazione della storia.Essa,secondo Marx, ha un carattere economico o materialistico.
  2. In secondo luogo,egli ha impostato un’ipotesi del mutamento sociale in cui la struttura di classe ha un rilievo particolare.

Questi due aspetti sono collegati da un argomento comune: l’ascesa e la caduta del capitalismo.

 

Ciò che ha importanza,dal punto di vista sociologico,è la sua certezza in una logica dello sviluppo che prescinde dalla volontà umana,e che inevitabilmente porta a mutamenti nella struttura della società.

 

Le origini di tale processo si trovano nel rapporto esistente tra l’uomo e i mezzi di produzione(fabbriche,macchinari,officine),mentre esso è,a sua volta, condizionato dai metodi di produzione prevalenti, cioè la forza manuale e l’energia del vapore.

 

Secondo Marx, la storia dell’umanità è la storia della lotta tra le classi, che tende ad assumere la forma più semplice dell’antagonismo tra la borghesia e il proletariato.La storia è ben delineata e le profezie sono audacemente formulate nel “Manifesto” del 184834.

 

L’influenza del pensiero marxiano sui suoi contemporanei in America e in Gran Bretagna è stata di scarso rilievo.In Germania, negli ultimi decenni del XIX secolo,essa fu più rilevante e gli studiosi meditarono a lungo,e attentamente,sulla sua opera.Non è trascurabile,anzi, l’influenza che egli ha esercitato nel XX secolo sugli studiosi di economia e sui sociologi.

 

Fu Marx,ad esempio,che,seguendo e correggendo la concezione idealistica di alienazione così come era stata semplificata da Hegel, introdusse per primo il concetto nella teoria sociologica.

 

Per Marx le soluzioni sociali che formavano il contesto del lavoro nella società capitalistica “alienavano” il lavoratore nella misura in cui mancavano di fornirgli l’opportunità per un’esistenza creativa e degna di significato.Il lavoratore era alienato per il fatto che non riceveva il pieno prodotto della sua fatica. Per di più il lavoratore è – conseguentemente – alienato dalla vera natura dell’uomo.L’idea sembra essere che la specializzazione del ruolo e la diseguale distribuzione di autorità e di ricompense economiche,caratteristiche della produzione industriale avanzata,impedivano al lavoratore di esercitare appieno le proprie capacità creative e quindi di estrinsecare pienamente le potenzialità della natura.

 

Per concludere,sento l’obbligo di ricordare che in occasione del Congresso di fondazione del Parti Ouvrier(PO)a Le Havre nel novembre del 1880,Marx aveva redatto,insieme a Jules Guesde,Friedrich Engels e Paul Lafargue,un documento nel mese di maggio,in cui fece la famosa osservazione che,se la loro politica rappresentava il marxismo,:”Tout ce que je sais, c'est que je ne suis pas marxiste",cioè "Tutto quel che so,è che non sono marxista",accusando Guesde e Lafargue di "mercanteggiamento rivoluzionario" e di negazione del valore della lotta riformista.Questa osservazione di Marx è stata anche citata da Engels in una lettera a Conrad Schmidt il 5 agosto 1890.

 

In questo conflitto vi è già il germe della futura contrapposizione tra massimalismo radicale e socialismo riformista,che caratterizzerà tutta la storia della sinistra mondiale.

 

Molti comunisti-marxisti dovrebbero riflettere su questa categorica affermazione,che dimostra come già allora la dottrina marxista fosse stata ampiamente manipolata dai suoi stessi sedicenti compagni.(Come hanno fatto le chiese cristiane,per 15 secoli,nel tramandare,manipolandoli, i quattro evangeli!).

 

§ XIV  Leonard Trelawney Hobhouse (1864-1929)

 

Politico liberale britannico, filosofo e professore di sociologia.

 

Nella corrente di studiosi dell’orientamento evoluzionistico troviamo questo studioso, direttore della Sociological Review, autore di numerose importanti opere35.

Secondo Hobhouse, influenzato da Comte, vi sarebbero stati quattro gradi di sviluppo intellettuale:

  1. il pensiero logico appena distinguibile;
  2. sviluppo delle nozioni di comune buon senso;
  3. stadio dialettico di concettualizzazione e spirito critico;
  4. livello di ricostruzione basato sull’esperienza, che provoca uno stadio finale critico e costruttivo.

 

C’è una legge universale di sviluppo della natura che vale anche per le società umane.Nella sua opera più importante Hobhouse cerca di dimostrare che nella storia possiamo seguire uno sviluppo progressivo delle idee morali et etiche e che il progresso deriva dal crescente controllo dell’uomo sulla natura,ottenuto mediante un’interazione cooperativa.

 

Le regole di condotta espresse in forma di organizzazione sociale,la natura della giustizia, la condizione della donna,i rapporti tra le comunità umane, tra le classi sociali e i rapporti economici,in tutto ciò Hobhouse vide un progresso,ma per lui si trattava dell’ampliarsi dell’armonia tra lo sviluppo della personalità e gli obblighi sociali.

 

Per fare una corretta valutazione del progresso elencò dei criteri a cui attenersi:

  • maggiore efficienza nel controllo e nella direzione;
  • ampliamento a livello di organizzazione sociale;
  • crescente grado di cooperazione tesa alla soddisfazione di reciproche necessità;
  • più ampio campo di realizzazione personale.

 

In uno studio comparativo di 400 società, scritto in collaborazione con Morris Ginsberg e C.H.Wheeler nel 1915 e ristampato postumo nel 195136,tentò una verifica empirica delle sue ipotesi.

 

Infatti,quest’opera cerca di dimostrare che lo sviluppo delle istituzioni sociali è correlato con il mutamento delle condizioni economiche.

 

La sua riflessione politica è rivolta alla ricerca di una possibilitàdi incontro tra liberalismo e socialismo.Tra fine Ottocento ed inizio Novecento ha tentato la difficile sintesi tra il valore della libertà e l'ansia di giustizia.Ha cercato dunque di introdurre nell'apparato filosofico-politico liberale una più marcata dimensione etica,riconoscendo come la questione della giustizia sociale debba rientrare nella più generale valutazione circa la libera autodeterminazione della personalità individuale.Ruolo delle istituzioni è allora quello di facilitare la continua emancipazione di nuove energie spirituali ovvero il progresso morale dei cittadini.

 

§ XV   Emile Durkheim (Epinal, 1858 - Paris, 1917)

 

ZEmile Durkheim

 

Fondatore della scuola sociologica francese, psicologo sociale ed etnologo.Già docente di filosofia,inegnò poi a Bordeaux pedagogia e scienze sociali,e nel 1902 divenne titolare della cattedra di scienza dell’educazione alla Sorbona,che,nel 1913, prenderà il nome di cattedra di educazione e sociologia:fu lui ad imporre in Francia la sociologia come disciplina universitaria.Morì precocemente nel 1917,fortemente intristito e depresso per la morte del figlio André in guerra nel 1916.

 

Rappresenta uno dei pilastri della scienza sociologica.Ad avviso di chi scrive,possiamo considerarlo a tutt’oggi il più grande dei sociologi.

 

Nella sua opera del 189337,che è considerata anche il suo migliore lavoro,anche egli cerca di determinare le caratteristiche essenziali della società moderna,ma successivamente,dopo lo studio sul suicidio38,il suo interesse centrale si sposta sul fondamento della solidarietà sociale in generale.

 

Egli non espose il suo pensiero sul contenuto proprio della sociologia nel modo dettagliato dell’organicista Spencer,ma chiarì in diverse occasioni che la sociologia non poteva diventare scienza “finchè essa non rinuncia alla sua iniziale e generale intesa di spiegare la totalità della realtà sociale…e non distingue tra le parti gli elementi e i diversi aspetti che possono diventare oggetto di problemi specifici39.

 

La sua posizione fu chiarita nello schema che egli stesso fissò per i primi volumi di “L’Année sociologique”,la prima rivista di sociologia,che fu da lui fondata nel 1896.

 

Egli divise la Rivista in sette sezioni con numerose sottosezioni.

 

Eccone un esempio:

  1. sociologia generale, che includeva una sottosezione sulla personalità dell’individuo e sulla collettività;
  2. sociologia della religione;
  3. sociologia del diritto e della morale, che includeva sottosezioni sull’organizzazione politica, sull’organizzazione sociale, sul matrimonio e sulla famiglia;
  4. sociologia criminale;
  5. sociologia economica, che comprendeva sottosezioni sulla misurazione del valore e sui gruppi occupazionali;
  6. demografia, che comprendeva sottosezioni sulle comunità urbane e rurali;
  7. infine, una sezione di sociologia dell’estetica.

 

Questo schema,che porta la data del 1896,potrebbe essere usato ancor oggi per un’analisi generale della sociologia contemporanea.

 

Uno dei maggiori contributi alla sociologia – egli affermò -  sta nella consapevolezza che c’è uno stretto legame tra questi fatti sociali molto diversi tra loro,che finora sono stati studiati in una completa indipendenza reciproca” (“De la méthode dans les sciences”,Alcan, Paris,1902).

 

Durkheim si occupò essenzialmente della costante,progressiva socializzazione dell’adulto e dell’ininterrotto scambio tra coscienza individuale e opinione pubblica (leggasi collettiva).

 

Riconobbe in quale modo la società esercita il proprio potere sull’individuo:

  • da un lato,abbiamo la coercizione esterna, con le leggi scritte e non, la cui infrazione viene punita:con l’esclusione dal gruppo sociale, con la derisione e il disprezzo per ridurre alla ragione l’individuo aberrante;
  • dall’altro,abbiamo la coercizione interiore che l’individuo avverte, la “voce della coscienza”.

 

Già nel 1897, nel suo lavoro sul suicidio,egli parlò della coscienza individualeformata dalla società,risolvendo così l’antica e dibattutissima antitesi tra individuo e società:l’individuo in fase di formazione assimila a tal punto una parte della sostanza sociale da farla intimamente sua; la società composta dalle opinioni collettive e dalle loro estrinsecazioni, le istituzioni sociali per il cui tramite le opinioni collettive si consolidano nuovamente e vengono tramandate di generazione in generazione, si incarna nell’individuo.E’ questo il concetto della famosa “coscienza collettiva”.

 

Grazie a Durkheim,entrò nella terminologia sociologica un altro importante concetto,quello di “anomia”.Intendiamo per anomia una carenza di regole e una mancanza di orientamento che di solito si manifesta in tempi di rivolgimenti sociali e alla quale fanno riscontro,nell’individuo, quello smarrimento e quell’instabilità che oggi chiamiamo comunemente “alienazione” o smarrimento dell’identità.L’anomia è pertanto la particolare condizione della società in cui i valori tradizionali non possiedono più alcuna autorità e i nuovi ideali,i nuovi scopi e le nuove regole non hanno ancora forza sufficiente.Quindi condizione sociale in cui ciascun individuo o ciascun gruppo cerca la propria strada per conto proprio,senza un’organizzazione vincolante.

                                                                                      

Le sue ricerche di sociologia della religione sui primitivi lo convinsero che la società costituisce per i suoi membri un assoluto e che la stessa idea di Dio è la proiezione dell’immagine della società.

 

Durkheim arrivò alla conclusione che la religione,fonte originaria dei comandamenti e dei divieti di natura etica,avesse una funzione sociale, precisamente quella di integrare la comunità.

 

Poiché,come ho già detto all’inizio del paragrafo,considero Emile Durkheim il più grande dei sociologi,per rendergli omaggio pubblico qui di seguito una sua acuta osservazione:

 

"La società non è una semplice somma di individui;al contrario,il sistema formato dalla loro associazione rappresenta una realtà specifica dotata di caratteri propri.Indubbiamente nulla di collettivo può prodursi se non sono date le coscienze particolari:ma questa condizione necessaria non è sufficiente.Occorre pure che queste coscienze siano associate e combinate in una certa maniera;da questa combinazione risulta la vita sociale, e di conseguenza è questa che la spiega.Aggregandosi,penetrandosi, fondendosi,le anime individuali danno vita ad un essere(psichico, se vogliamo)che però costituisce un’individualità psichica di nuovo genere"(Le regole del metodo sociologico,V,p.102).

 

 

 

§ XVI         Max Weber (Erfurt, 1864 – Monaco, 1920)

 

ZMax Weber

            Max Weber

 

Terminati gli studi liceali,Weber studiò giurisprudenza,economia,storia,filosofia e teologia nelle Università di Heidelberg,Strasburgo, Berlino e Gottinga.Fu ufficiale dell'esercito imperiale.Aderì al "Verein für Sozialpolitik",una sorta di "Fondazione dei socialisti della cattedra".

 

Nel '96 ottiene la cattedra di economia politica all'Università di Heidelberg.Dopo un’esperienza politica all’epoca della Repubblica di Weimar (in cui fu suggeritore dell’articolo 8 della Costituzione repubblicana,che di fatto agevolava l’affidamento dello stato tedesco ad un “principe” straordinario,cosa che permise l’avvento di Hitler!),termina l’insegnamento all’Università di Monaco.

  

In Italia il suo nome cominciò a diventare noto con la traduzione di Parlamento e governo del 1918.E’ da rilevare il fatto che in Italia questo lavoro fu pubblicato già l'anno seguente,dalla casa editrice Laterza,su iniziativa di Benedetto Croce40.

 

Weber è tra i moderni sociologi quello il cui ragionamento fu e resta il più grande,sia per l’ammirazione sia per la contestazione che suscitò.

 

Alcune sue opere continuano ad essere argomento di vivi dibattiti,proprio come all’epoca della loro pubblicazione.

 

Si è sottolineata la sua straordinaria personalità,la sua erudizione enciclopedica e il suo temperamento vulcanico messi al servizio di una visione particolarmente perspicace delle cose.

 

Dalla prima traduzione in russo di una delle sue opere fino ai lavori che si sono moltiplicati in Giappone,egli non ha cessato di influenzare in maniera determinante l’evoluzione della sociologia in tutti i Paesi.

 

Gli faremmo torto,però,se considerassimo soltanto la sua opera sociologica,perchè egli fu anche un notevole giurista,un brillante economista, uno storico di gran classe.Ma ai nostri giorni si mette maggiormente l’accento sulla dimensione filosofica e politica del suo pensiero,perché, anche in questo àmbito,egli fu all’altezza dei più grandi spiriti della sua generazione,per esempio Husserl, Simmel o Scheler.

 

Dedicò la maggior parte delle sue osservazioni alla sociologia come disciplina per l’esposizione del metodo da lui adottato,chiamato del comprendere(verstehen:Weber parlava di verstehen,ossia comprendere,intendere.Egli usò tale termine per definire la "sociologia comprendente",verstehende soziologie.Lo scopo della sociologia è "rendere intelligibile" il fenomeno sociale),e alla discussione intorno al fenomeno sociale dell’obiettività e della neutralità dei giudizi di valore nella scienza sociale.

 

Tuttavia offrì una generale definizione di sociologia:“La sociologia(questo termine impiegato in maniera così univoca)deve designare una scienza che si propone di intendere, in virtù di un procedimento interpretativo,l’agire sociale e quindi di spiegarlo causalmente nel suo corso e nei suoi effetti”.

 

Da questa definizione è chiaro che il concetto ruota intorno ad “agire sociale”,cioè l’azione sociale.

 

Lo stesso Weber definì l’agire sociale “ogni atteggiamento umano se e in quanto l’individuo che agisce o gli individui che agiscono congiungono ad esso un senso soggettivo”.

 

In effetti Weber propose un sistema elaborato per classificare gli atti sociali e le relazioni sociali,sebbene concretamente non li studiasse a questo modo.Egli infatti non costruì la sua sociologia come un insieme di affermazioni descrittive intorno a tali modelli,ma si dedicò soprattutto all’analisi di istituzioni concrete,come ad esempio la religione,vari aspetti della vita economica,compresa la moneta e la divisione del lavoro, i partiti politici e altre forme di organizzazione politica e di autorità,la burocrazia,e altre varietà di organizzazione su larga scala,le classi,le caste e così via.

 

In polemica con Marx nell’opera “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo41mostrò come i principi etici calvinisti favoriscano lo sviluppo economico capitalista.

 

Il suo principale lavoro,“Economia e Società”,pubblicato postumo(1922)42,è in realtà una monumentale summa in cui vengono posti i fondamenti della sociologia dei fenomeni economici,del potere,della religione,del diritto,della politica,e perfino della sociologia urbana e della musica!

  

Idea centrale dell’opera è quella di un “agire dotato di senso”,in base al quale la sociologia ha il compito di “comprendere” il senso dell’agire sociale;per questo la sua è stata chiamata “sociologia comprendente”.

 

Fondamentale è anche stato il suo apporto sul piano metodologico(per primo applicò mirabilmente il metodo comparativo)43 con l’introduzione del concetto di “tipo ideale”(idealtypen)con cui è possibile un’analisi e una classificazione dell’enorme massa di dati dei fatti sociali contemporanei e storici.

 

I tipi ideali di Weber non esistono,ovviamente,nella realtà obiettiva(altrimenti non si chiamerebbero ideali!),ma si dimostrano necessari per la sua comprensione.Infatti costituiscono serie di definizioni convenientemente riunite in un complesso interdipendente.

 

Essi si pongono tra la definizione astratta e le teorie, e sono mezzi euristici(cioè di ricerca)di grande importanza.A volte vengono chiamati modelli,ma occorre distinguere:i modelli differiscono dai tipi ideali in quanto i primi sono spiegazioni di complessi sistemi di rapporti sociali e cercano di spiegare i vari tipi di rapporti esistenti nel mondo sociale.Così i modelli sono anch’essi mezzi euristici,ma che cercano di spiegare serie di fenomeni in quanto più complessi ed ampi che non i semplici tipi ideali,sebbene entrambi siano modi di odinare e strutturare le nostre percezioni del mondo in un insieme significativo.

 

 

L’università di Monaco ha pubblicato un libro collettivo in occasione del centenario della nascita,curato da Karl Engisch,Bernhard Püster, Johannes Winckelmann44.

 

A proposito di Max Weber, ritengo opportuno riportare qui di seguito il mio articolo,pubblicato a sessantanni dalla morte,che integra il presente paragrafo.

Sessantanni dalla morte

Ricordando Max Weber.

 

Ricorre questo mese il sessantesimo anniversario della morte di Max Weber, uno dei padri della sociologia, che abbiamo il dovere di ricordare perché i suoi insegnamenti ed il suo impegno civile, a distanza di tempo, risultano ancora validi per noi contemporanei.

 

Come giustamente afferma il Ferrarotti:45Max Weber,come tanti altri studiosi,è tornato in Europa passando per gli Stati Uniti”,passaggio non indolore che ha significato per lui la perdita del suo caratteristico pathos per i grandi problemi.

 

Tralasciamo,volutamente,gli aspetti economici,religiosi e metodologici dell’opera weberiana per cercare di scoprire,in questi particolari momenti ricchi di tensione sociale,quali possono essere gli aspetti di contemporaneità del nostro alla società attuale.

 

Premesso che Weber difese l’autonomia del giudizio sociologico contro l’abitudine di certi colleghi accademici di valersi della cattedra e di argomentazini pseudoscientifiche per propagandare i propri pregiudizi personali come verità assolute,va rilevato che egli fece delle allarmanti previsioni circa le tendenze razionalizzanti e burocratizzanti di tutta la società, il professionismo politico,sempre crescente e l’insufficienza della leadership europea di fronte ai problemi reali46.

 

Tuttavia,essendosi reso conto che l’organizzazione amministrativa rappresenta la chiave per capire la natura della società moderna,Weber si era dato da fare studiando e analizzando varie forme di ammnistrazione del passato proprio per cercare di spiegare,attraverso il passato,il presente.

 

Aveva in tal modo riconosciuto anche che la forma capitalistica era già apparsa in diverse epoche della storia del mondo e in luoghi disparati: nella città libera di Anversa,nell’Inghilterra elisabettiana,nella Repubblica Veneta, ecc.

 

Fu una sua preoccupazione quella di risparmiare alla democrazia il regno dei politici senza vocazione,arrivando infine alla conclusione che il mondo è razionalizzato dalla scienza,dall’amministrazione e dalla gestione rigorosa delle imprese economiche,ma la lotta tra le classi,le nazioni e gli déi continua.

  

Non a caso Eugène Fleischmann47 ha messo in luce due influenze decisive sulla formazione di Weber,quella di Marx e quella di Nietzsche,definendolo un nuovo Machiavelli per le sue intuizioni avveniristiche di filosofia politica.

 

La sua contemporaneità,infine,la rinveniamo molto lucidamente nei suoi Gesammelte politische schriften(p.20)48:“Non abbiamo il diritto di abbandonarci alla speranza ottimistica, secondo la quale avremmo adempiuto al nostro compito portando al suo più pieno sviluppo la civiltà economica,mentre la selezione, grazie al gioco della libera concorrenza economica ‘pacifica’,contribuirebbe da sé al trionfo del tipo più sviluppato.I nosri discendenti,davanti alla storia,non ci renderanno responsabili in primo luogo del genere di organizzazione economica che gli avremo lasciato in eredità,ma dell’estensione di spazio libero che gli avremo conquistato e trasmesso.In ultima analisi,i processi di sviluppo sono anch’essi lotte per la potenza;ovunque gli interessi di potenza della nazione sono messi in questione si tratta degli interessi ultimi e decisivi al servizio dei quali la politica economica è una scienza politica.Lo stato nazionale non è,ai nostri occhi,qualcosa di indeterminato che crediamo di elevare tanto più quanto più celiamo il suo essere sotto il velo di una mistica oscurità;è l’organizzazione temporale della potenza.Così la ragion di stato per noi è la misura ultima dei valori, anche nella sfera delle considerazioni economiche”.

 

Tutto ciò era, agli inizi del secolo, il risultato di profondi studi e ricerche.

 

Abbiamo tenuto conto della lezione oppure continueremo a camminare senza fare tesoro delle esperienze del passato?

 

Italo Zamprotta       (da “Eco di Biella”, lunedì 9 giugno 1980, p.3).

 

Di Max Weber, dai più ritenuto il più grande sociologo, desidero riportare alcune acute osservazioni:

 

  • Ogni conoscenza concettuale della infinita realtà da parte dello spirito umano finito poggia [...] sul tacito presupposto che soltanto una parte finita di essa debba formare l'oggetto della considerazione scientifica, e perciò risulterà "essenziale" nel senso di essere "degna di venir conosciuta"

(Il metodo delle scienze storico-sociali, Mondadori, Milano, pag. 85);

 

  • La "cultura" è una sezione finita dell'infinità priva di senso del divenire del mondo, alla quale è attrbuito senso e significato dal punto di vista dell'uomo"

(Il metodo delle scienze storico-sociali, Mondadori, Milano, pag. 96)

 

 

·       Chi vorrà provarsi a "confutare scientificamente" l'etica del Sermone della Montagna, o, per esempio, la massima: "non far resistenza al male", oppure l'immagine del porgere l'altra guancia? Eppure é chiaro che, dal punto di vista mondano, vi si predica un'etica della mancanza di dignità: bisogna scegliere tra la dignità religiosa, che è il fondamento di questa etica, e la dignità virile, che predica qualcosa di ben diverso: "Devi far resistenza al male, altrimenti sei anche tu responsabile se questo prevale". Dipende dal proprio atteggiamento rispetto al fine ultimo che l'uno sia il diavolo e l'altro il dio, e sta al singolo decidere quale sia per lui il dio e quale il diavolo. E così avviene per tutti gli ordinamenti della vita.[...]Ma il destino della nostra civiltà è appunto questo, di essere noi oggi divenuti nuovamente e più chiaramente consapevoli di ciò che un millennio di orientamento - che si presume o si afferma esclusivo - verso il grandioso pathos dell'etica cristiana aveva celato ai nostri occhi.

(La scienza come professione, in Id., Il lavoro intellettuale come professione, trad. it. di A. Giolitti, Einaudi, Torino, 1966, pp. 29-31)

 

 

§ XVII                  Vilfredo Pareto (Paris, 1848 – Céligny, 1923)

Quell’isolato interessamento del Croce,di cui abbiamo parlato all’inizio del paragrafo precedente,non tragga in inganno,perché ormai non è un mistero più per nessuno:lo sviluppo della sociologia in Italia fu ostacolato proprio dall’imperante idealismo crociano.Addirittura il grande Croce gratificò di ottusità sia la nascente(per l’Italia!)disciplina sia i cultori di essa.(L'unico grande studioso era lui:storico,critico, letterato, storiografo.Con tanta scienza infusa non riuscì comunque a capire la grandezza di un Pascoli e di una Ada Negri!).E tutto tacque.Fu buio.Un buio che si è cominciato a rischiarire soltanto negli anni ’50,tant’è vero che la prima cattedra di sociologia fu messa a concorso solo nel 1962,vinta da Franco Ferrarotti presso l’Università di Roma.Quel Ferrarotti che nel 1951,insieme col grande filosofo Nicola Abbagnano,fece uscire la prima rivista di sociologia in Italia,“Quaderni di sociologia”, a cui seguirono “Rassegna italiana di sociologia”,diretta da Camillo Pellizzi,e più tardi “Studi di sociologia”,diretta da Francesco Vito e curata dal medico-sociologo Francesco Alberoni.

Ma non anticipiamo i tempi e, soprattutto, non perdiamoci in sterili quanto inutili polemiche.

 

ZVilfredoPareto

Vilfredo Pareto nacque a Parigi da famiglia italiana (il padre, anch’egli ingegnere era stato fatto marchese da Napoleone) e frequentò il Politecnico di Torino, dove si laureò in Ingegneria, studiando anche Scienze matematiche e fisiche.Lavorò a Firenze come ingegnere minerario e divenne direttore generale della Società delle Ferriere italiane,ma nel 1894, grazie all’intervento dell’insigne economista Maffeo Pantaleoni,suo amico,ottenne la cattedra di Economia politica all’Università di Losanna,succedendo al grande economista Léon Walras.

 

In seguito per motivi di salute abbandonerà progressivamente l’insegnamento,dedicandosi però alla redazione della sua opera più importante pubblicata nel 1916: il Trattato di sociologia generale49.

 

Alla fine del 1922 accettò di rappresentare l’Italia nella Commissione per la riduzione degli armamenti della Società delle Nazioni.Probabilmente sia per questo servizio sia per la sua notorietà all’estero,il 1° marzo del 1923,su proposta del neonato governo fascista,fu nominato dal Re Senatore del Regno. La nomina non potè essere convalidata perché Pareto rifiutò di presentare alla presidenza del Senato i documenti richiesti.

 

E’ l’unico sociologo italiano di statura mondiale,ma dovette emigrare perché come tanti altri,prima e dopo di lui, non era bene accetto in patria o poco considerato.

 

Quindi iniziò come economista,ma proseguì come sociologo,cercando di realizzare nel suo “Trattato” una teoria generale della società.

 

Secondo la sua concezione,tutta la vita sociale scaturisce da alcune proprietà umane fondamentali(“i residui”,manifestazioni di sentimenti irrazionali che condizionano la vita e l’attività umana, bisogno di sviluppi logici, persistenza degli aggregati,bisogno di manifestare con atti esterni i sentimenti, ecc)e dalla elaborazione successiva di questi (“i derivati” o “derivazioni”,principi di giustificazione,affermazione,autorità,ecc… ).

 

Nella teoria di Pareto l’equilibrio e il mutamento sociale sono determinati dal diverso prevalere di queste componenti.

 

A Pareto si deve l’introduzione chiara del concetto di “sistema sociale” e la teoria delle élites che fu contemporaneamente sviluppata da altri due sociologi italiani(Roberto Michels,tedesco di nascita,e Gaetano Mosca,più noto come politologo).Insieme,questi studiosi,costituiscono il trio dei più eminenti scienziati politici del nostro primo Novecento.

 

Il “Trattato” fu immediatamente tradotto in francese50,e in inglese nel 1935,ed esercitò un forte influsso sugli studiosi americani51.

 

La concezione di Pareto,derivata indirettamente da alcuni teorici americani,che vede nella società un sistema che si mantiene in equilibrio o che procura con tutte le sue forze di ritrovarlo,è divenuta oggi uno dei principi fondamentali della sociologia.Così Pareto superò le precedenti analisi comparative tra società e organismo.

 

Vedere la società come un organismo significava immancabilmente esagerare sia la reciproca dipendenza delle parti sia la loro unità e rendeva difficile una discussione o una spiegazione dei suoi conflitti e delle sue trasformazioni,per non dire impossibile.

 

Secondo Pareto,la società è quindi un sistema di parti interdipendenti in cui ogni cambiamento di una influisce sulle altre e sul tutto.Le molecole del sistema sono gli individui umani, sui quali agiscono una quantità di fattori costanti, di “forze sociali” che a suo giudizio sono alogiche,arazionali, inspiegabili,ma osservabili e misurabili.

 

La condizione del sistema sociale viene determinata,secondo Pareto,dal suo ambiente non umano;da altre società, dalla sua storia e dalle energie sociali,o,più propriamente,psicologiche, he agisscono in lui;non ultime la resistenza ai mutamenti e soprattutto alle alterazioni dell’equilibrio.Questa resistenza provoca la restaurazione dell’equilibrio e Pareto citava gli esempi della reazione alla criminalità,la storia delle rivoluzioni e l’effetto delle guerre.

 

Pareto non fu però felice profeta in campo politico,anzi in proposito si è discusso molto su di lui,tanto da indurre il sociologo americano Earle Edward Eubank(1887-1945),che nel 1934 visitò i maggiori esponenti della sociologia europea,quasi a definirlo,sia pure fra virgolette,“padre del fascismo”52.In effetti l’anno stesso della sua morte Vilfredo Pareto scriveva a Carlo Placci,a meno di tre mesi dall’avvenuta “marcia su Roma” da parte dei fascisti:“Il Mussolini stette alcun tempo a Losanna e venne ai miei corsi,ma io non lo conobbi personalmente.Egli ora si è rivelato proprio come l’uomo che la sociologia può invocare.E ora potrei porre termine ai miei due volumi con le stesse parole che usa il Machiavelli in fine del Principe”53,pensando così al “principe nuovo”,al “redentore”,al liberatore dell’Italia dai barbari.Singolare destino quello di Pareto,accomunato in questo a Max Weber,come abbiamo visto nel paragrafo precedente.

 

Tutto questo,però,nulla toglie alla grandezza dei due studiosi,anzi mette unicamente in risalto la piccolezza e la meschinità dei critici,invidiosi e incapaci di elaborare le teorie che questi due studiosi produssero.

 

Davanti a tanto studioso,il massimo sociologo italiano,apprezzato anche all’estero,noi ci inchiniamo riverenti e deprechiamo i critici che,addirittura,lo ritengono precursore del fascismo!Chi scrive ritiene che per Pareto si sia messo in atto un’altra “damnatio memoriae”,analoga a quella perpetrata contro Guglielmo Marconi,anch’egli tacciato di connivenza col fascismo.

 

Abbiamo imparato che quando qualcuno è scomodo,per togliercelo dai piedi basta addebitargli simpatie fasciste e il gioco è fatto.E’ un giochetto di prestigio a cui sono adusi massoni e comunisti,ma a cui i veri uomini di scienza debbono intelligentemente sottrarsi.

 

I “Cultural Studies54angloamericani hanno ampiamente rivalutato l’opera di Pareto affiancandolo ai grandi,come Comte, Durkheim e Weber,quale padre della sociologia e studioso di statura mondiale.

 

Per concludere e per rendere a Pareto i meriti che gli spettano, desidero riportare nell’originale inglese con la traduzione italiana l’incipit di un articolo scientifico,comprensivo delle note,pubblicato da Barbara Sherman Heyl(Docente disociologia alla Illinois State University),intitolato The Harvard “Pareto Circle”:

 

“The concepts of social system and social equilibrium have been key ideas in sociological theory and have been debated from pre-Comtian times to the present. But these concepts enjoyed a special importance during the 1930s and early 1940s for a group of scholars at Harvard. These men were interested in Vilfredo Pareto, whose sociological writings were based on a mechanical model of society 'as a system of mutually interacting particles which move from one state of equilibrium to another'.[1] The group consisted of such men as George C. Homans,Charles P. Curtis, Jr.,Lawrence J. Henderson, Joseph Schumpeter, Talcott Parsons, Bernard DeVoto, Crane Brinton, and Elton Mayo.[2] This paper concentrates on four of these men - Homans, Henderson, Parsons, and Brinton - in an effort to study in depth the sources of their conceptions of society as a system with a built-in homeostatic tendency.

 

The four men under study had all read Pareto's sociological writings, and his ideas became an integral part of their scholarly production during the 1930s.Two of them,Henderson and Homans, wrote books which dealt solely with Pareto's writings.[3] A third,Parsons, wrote a lengthy analysis of Pareto's ideas in Structure of Social Action[4] And Brinton wrote two books in the 1930s in which he relied heavily on Paretan ideas.[5] In addition, three of the men - Parsons, Henderson and Brinton - wrote articles during the 1930s which were either explicitly on the works of Pareto or made reference to him.[6] A later part of this paper will trace the use of the specific social system, and equilibrium concepts from Pareto in the writings of the four scholars.

 

The impact of Pareto's ideas on these men was clearly important, not only as an impetus for the use of social system concepts, but also as a foundation for much of their more general theoretical thinking. But while attempting to uncover the intellectual influences on the four men, one should ask why Pareto won such a warm reception at Harvard during this time”... (from Journal of the History of the Behavioral Sciences, 1968, 4 (4):316-34).

 

Traduzione italiana:

” I concetti di sistema sociale e di equilibrio sociale sono stati le idee chiave della teoria sociologica e sono stati dibattuti dai tempi precomtiani fino ad oggi. Ma questi concetti hanno goduto un'importanza speciale durante gli anni ‘30 e l'inizio degli anni ‘40 grazie ad un gruppo di studiosi di Harvard. Questi uomini erano interessati a Vilfredo Pareto, i cui lavori in campo sociologico sono stati basati su un modello meccanico della società ‘come sistema di particelle reciprocamente interagenti, che si muovono da uno stato di equilibrio ad un altro’.1

 

Il gruppo era composto da uomini come George C. Homans, Charles P. Curtis Jr, Lawrence J. Henderson, Joseph Schumpeter, Talcott Parsons, Bernard De Voto, Crane Brinton ed Elton Mayo.2

 

Questo articolo si concentra su quattro di questi uomini - Homans, Henderson, Parsons e Brinton - nello sforzo di studiare approfonditamente le fonti delle loro concezioni della società come sistema con una tendenza omeostatica integrata.

 

I quattro uomini in esame hanno letto tutti gli scritti sociologici di Pareto, e le sue idee sono diventate parte integrale della loro produzione didattica durante gli anni ‘30.Due di loro, Henderson e Homans, hanno scritto i libri che si sono occupati solamente degli scritti di Pareto.3

 

Un terzo,Parsons,ha scritto un' estesa analisi delle idee del Pareto,Struttura dell’ azione sociale4,e Brinton ha scritto due libri negli anni ’30,in cui si è affidato massicciamente alle idee di Pareto.5

 

Inoltre, tre di essi, Parsons, Henderson e Brinton, hanno scritto degli articoli durante gli anni ‘30 che si basavano sulle idee fondamentali di Pareto o vi hanno fatto riferimento.6

 

La parte successiva di questo articolo traccerà l'uso dello specifico sistema sociale ed i concetti di equilibrio di Pareto utilizzati negli scritti dai quattro studiosi.

 

L'impatto delle idee del Pareto su questi uomini fu chiaramente importante, non solo come spinta all'uso dei concetti di sistema sociale, ma anche come base per la maggior parte delle loro teorizzazioni più in generale. Ma, mentre si tenta di scoprire le influenze intellettuali sui quattro uomini, ci si dovrebbe chiedere perchè mai Pareto ha ottenuto una tanto cordiale accoglienza ad Harvard in questo periodo”.(Desidero ringraziare mio figlio Lorenzo per la collaborazione alla traduzione).

 

Note

1. Vilfredo Pareto, Sociological Writings, selected and introduced by S. E. Finer. New York, Praeger, 1966: 31.

2. Ibid.: 28-9; also, George C. Homans, Sentiments and Activities: Essays in Social Science. New York, Free Press,1962: 5; Elton Mayo's membership in the group was brought to my attention in letters from G. C. Homans (19 June 1967) and Talcott Parsons (18 July 1967).

3. Lawrence J. Henderson, Pareto's General Sociology: A Physiologist's Interpretation. Cambridge, Harvard University Press, 1935; George C. Homans and Charles P. Curtis, Jr., An Introduction to Pareto: His Sociology. New York, Alfred A. Knopf, 1934.

4. Talcott Parsons, The Structure of Social Action, 2nd edn. New York, Free Press, 1961.

5. Crane Brinton, Anatomy of Revolution, 2nd edn. New York, Vintage Books, 1952; Crane Brinton, French Revolutionary Legislation on Legitimacy 1789-1804. Cambridge, Harvard University Press, 1936.

6. Talcott Parsons, 'Pareto's central analytical scheme', Journal of Social Philosophy, I (April, 1936): 244-62; Lawrence J. Henderson, 'Pareto's science of society', Saturday Review of Literature, X11 (25 May l935):3-4+; Crane Brinton, 'What's the matter with sociology?' Saturday Review of Literature, XX (6 May 1939): 3.

 

§ XVIII        Giuseppe Toniolo (Treviso, 1845 – Pisa, 1918)

 

In campo cattolico troviamo Giuseppe Toniolo,anch’egli professore di economia politica.Nel 1889 fondò l’Unione degli studi sociali e nel 1893 la Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie.Toniolo riteneva che l’azione politica dei cattolici dovesse servire direttamente il fine apostolico della Chiesa e sosteneva che il solo mezzo in grado di permettere la ricostituzione dell’ordine sociale cristiano-cattolico e la riforma della legislazione sociale e operaia stesse nel promuovere la creazione di unioni professionali(o corporazioni)chiamate a stipulare il contratto di lavoro e ad integrare numerose funzioni pubbliche e politiche.Oppose ai marxisti l’importanza dei fattori etici e spirituali sullo sviluppo dell’economia suggerendo un metodo di analisi,ripreso poi anche da Werner Sombart(1863-1941),suo giovane allievo a Pisa,e difese il valore economico-sociale della religione conciliando così fede e scienza.Fu autore,tra l’altro,di “L’odierno problema sociologico55.

 

§ XIX          Achille Loria (Mantova, 1857 – Luserna S.G.1943)

 

Il Marx italiano,come fu allora chiamato,fu socialista e professore di Economia politica in diverse università.Accademico dei Lincei.Al suo tempo fu uno degli economisti italiani più noti nel mondo,ma anche bersaglio delle critiche di Croce e di Gramsci,e insultato da Engels come travisatore e plagiario di Marx(in quest’ultimo caso,però,dobbiamo notare che era in buona compagnia,tenuto conto di ciò che Marx disse in vita)56.

 

La sua teoria è definita “fisiocraticismo fondiario”.Riscontriamo in lui il primo vero tentativo di analisi scientifica sociologica,attraverso il metodo storico-comparativo che caratterizza questa prima generazione di sociologi italiani.

 

La sua opera fa continui riferimenti al pensiero marxista e per questo possiamo vedere in lui anche l’iniziatore in Italia di una sociologia marxista, anche se il Loria cercò sempre di integrare la dottrina del materialismo storico con altre teorie.

 

Soffermiamoci brevemente sui contenuti della sua teoria prima accennata.

 

Egli parte dall’affermazione che il rapporto capitale-lavoro dipende da una causa unica: la cessazione della terra libera.

 

Privato della terra,il lavoratore è caduto in preda all’arbitrio dell’imprenditore,che ha creato,a sua volta,il suo sistema produttivo capitalistico privando colui che produce del frutto del suo lavoro.

 

Invece la terra libera avrebbe impedito l’accumulo del capitale fondato sul profitto e perciò il capitale si difende sopprimendola.

 

Tra popolazione e occupazione-lavoro esiste un rapporto.Quando tutte le terre sono occupate,il lavoratore è costretto a vendere la sua forza-lavoro a profitto del capitale e di conseguenza questo manterrà in stato di inferiorità l’agricoltura,mentre farà ingigantire gli agglomerati urbano-industriali che garantiscono una fonte sicura di profitto.

 

Per convalidare questa tesi il Loria chiama in causa la storia della civiltà,in cui si può scoprire come tutti i mutamenti siano sempre legati al rapporto variabile tra popolazione e terra occupata.

 

Questo nuovo principio, permettendo la riunificazione di lavoro e capitale,avrebbe dovuto unire i nuovi proprietari-lavoratori con gli antichi padroni in un rapporto di uguaglianza e reciproca concordia57.

 

 

§ XX            Gaetano Mosca (Palermo,1858–Roma,1941)

 

Giurista,storico del pensiero politico,sociologo in senso lato.

 

Gaetano Mosca formulò il principio di “classe politica e classe dirigente”,cui è rimasta legata la sua fama.

 

Secondo il Mosca,le classi sociali costituiscono la caratteristica costante di qualsiasi tipo di società e sono il criterio per una classificazione delle forme dei governi, dotata di valore scientifico,

 

Per Mosca oggetto proprio della sociologia sono quei fatti sociali macroscopici che hanno una vera portata politica.Rifiutando la nozione di “legge sociale” di Comte e il principio di “divisione degli stati” di  Spencer,Mosca cerca di liberare la sociologia dalle sue origini positivistiche.In tal modo formulò chiaramente,per la prima volta in Italia,gli elementi fondamentali del metodo storico-camparativo.

 

L’originalità della sociologia come scienza per lui va fondata sullo studio della complessa situazione psicologica dell’uomo,come è testimoniata dalla storia;in secondo luogo che non è possibile operare divisioni aprioristiche degli stati quando la storia dimostra che qualsiasi organizzazione politica è in sé complessa e contraddittoria.Infatti,ogni ipotesi va verificata per il caso particolare a cui va applicata, in costante riferimento alla storia.

 

Le sue teorie sono egregiamente formulate in opere58che furono molto diffuse ai suoi tempi, grazie anche all’attività di brillante divulgatore del Mosca lungo tutta la Penisola.Debbo ricordare,ad esempio,che tenne conferenze anche nelle Università popolari:a Milano nel 1902,a Biella nel marzo 190359.

 

§ XXI          Luigi Sturzo (Caltagirone, 1871 – Roma, 1959)

 

Sacerdote cattolico,fondatore in Italia del Partito Popolare Italiano.Uomo politico.Antifascista,in esilio a New York dal 1924 al 1945.

 

L’apporto di don Sturzo alla sociologia è di natura prevalentamente metodologica.Il suo merito consiste nell’avere impresso alla sociologia italiana un indirizzo non deterministico,in rottura con il passato e in apertura verso la problematica dell’avvenire.

 

Con lui termina il periodo sistematico della sociologia: infatti, negli anni ’60 non si cercherà più di costruire grandi sintesi sistematiche,ma ci si preoccuperà di chiarire la posizione della sociologia nel movimento culturale internazionale,che concepisce la sociologia come partecipazione, impegno e intervento nella società.

 

In don Sturzo troviamo formulato in maniera completa e attuato con rara precisione il metodo storico-comparativo,già esposto dal Loria e precisato dal Mosca.

 

 

Per don Sturzo dire società vuol dire pensare all’attività interpersonale organizzata nel suo essere e nel suo divenire.

 

Vero oggetto della sociologia, pertanto,è proprio lo studio dei fatti sociali,che non possono essere conosciuti se non attraverso la storia dei diversi Paesi.

 

Due sono le critiche apportate da don Sturzo al metodo storico-comparativo:

1.      il lavoro del sociologo non può fondarsi unicamente sul metodo statistico-matematico;

2.      il metodo storico-comparativo deve diventare analitico,perché non può fondarsi semplicemente sul paragone tra diverse civiltà.

 

Lo storicismo sociologico presentato nel famoso saggio del 1935[60](pubblicato a Parigi prima e a New York nel 1944, e finalmente in Italia nel 1949!) rappresenta quindi la concezione sistematica della storia come processo umano che si realizza in virtù di forme immanenti unificate da un principio e da un fine trascendentale.

 

Pertanto, la sociologia di don Sturzo si può dire fondata su un’etica sociale,per quella sua convinzione che la società umana deve progredire per superare l’irrazionale e perciò la sociologia deve fondarsi su un principio trascendentale.

 

A questo punto,però,a parere di chi scrive, non siamo più in sociologia,ma andiamo a finire in teologia(don Sturzo si era laureato in Teologia nel 1896 alla Pontificia Università Gregoriana di Roma):potremmo chiamare,dunque,quest’ultimo concetto,fondamentale per l’autore,teologia sociologica.Sono,però,due termini inconciliabili, a parere di chi scrive.

 

Passiamo adesso all’esposizione di alcuni altri autori, e di rappresentanti di scuole di diversi Paesi(Tönnies;cosiddetta Scuola di Francoforte; Sartre,Sorokin,Toynbee,Levy-Strauss,Aron).

 

§ XXII         Ferdinand Tönnies (tedesco, Oldenworth, 1855 – Kiel, 1936)

                  Ricordando un sociologo.

 

Tonnies

 

Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della morte di F.Tönnies,deceduto a Berlino nel 1936,dopo essere stato privato della cattedra (era stato professore all’Università di Kiel) dal nazismo.

 

Filosofo e sociologo,“maestro della sociologia tedesca”(come più volte la chiama F.Jonas[61],Tönnies fu influenzato dalla dottrina di Thomas Hobbes(1588-1679)sull’ordine sociale e sulla legge naturale.

 

Pertanto,il problema hobbesiano di come l’ordine sia mantenuto nella società moderna fu il problema di Tönnies(come,del resto,lo fu per il contemporaneo padre della sociologia francese, Emile Durkheim).

 

Innanzi tutto Tönnies effettuò numerose inchieste sulla Germania settentrionale(dove era nato,da una famiglia contadina),interessandosi principalmente alla descrizione del grande sciopero nel porto di Amburgo tra il 1896 e il 1987, in cui rintracciò l’influenza dei vari gruppi di potere.

 

Tönnies attribuì grande importanza all’uso appropriato della statistica e usò,tra i primissimi,negli studi sociologici,il termine ‘sociografia’,con cui intese gli studi sociologi descrittivi che si servono della statistica.

 

Il termine ‘sociografia’ lo mutuò dall’etnologo olandese Sibald Rudolph Steinmetz (1862-1940),che lo aveva usato in una sua opera62per indicare le descrizioni delle condizioni di vita dei popoli civili(in verità,lo ‘sociografia’ a Utrecht,in Olanda,veniva chiamata ‘geografia sociale’), e lo preferiva al termine ‘statistica sociale’ che veniva abitualmente utilizzato per i censimenti.

 

Ma la fama di Tönnies è legata a due sue opere non sociografiche:

1.      Gemeinschaft und Gesellschaft63,K.Curtius,Berlin,1912;

2.      Geist der neuzeit,Buske,Leipzig,193564.

 

Con la prima di queste opere Tönnies fece il tentativo di analizzare la natura delle relazioni sociali e di fare un paragone tra i due tipi di sistemi sociali caratterizzati,rispettivamente,dalle relazioni sociali che dànno origine alla comunità,intesa come vita reale organica(in tedesco, gemeinschaftliche);e le relazioni che dànno origine alla società intesa come formazione ideale meccanica(in tedesco,gesellschaftliche).

 

Ne consegue una distinzione tra volontà arbitrale(in tedesco,kurville)e la volontà essenziale(in tedesco,wesenville):alla prima fanno capo la società e l’associazione,connesse con una scelta deliberata e preordinata di tipo specifico;alla seconda,invece,fanno capo le comunità, espressione del comportamento tradizionale,dell’agire in accordo con il consenso dei propri parenti.

 

Tönnies spiegò che queste ultime,le relazioni comunitarie,hanno carattere completo, come lo sono nel matrimonio e nella famiglia,dove le persone si uniscono più come fine che come mezzi per uno scopo,condividono gioie e dolori,successi e preoccupazioni.

 

Invece,le relazioni societarie sono specifiche e limitate,giacchè in esse le persone vi mostrano,a vicenda,solo alcuni aspetti di sé stesse, come nell’appartenenza a un’associazione,dove l’unità dipende da accordi e contratti che precisano i limiti degli obblighi.

 

Comunque,questi due tipi non sono sempre in contrapposizione e,quindi,possono coesistere,in vario modo,come elemento di relazioni comunitarie in rapporti di tipo societario e viceversa.

 

Per riassumere il pensiero di Tönnies su comunità e società possiamo quindi dire che la comunità è un tipo di organizzazione sociale che si basa su tre elementi: comunità di sangue;comunità di luogo;comunità spirituale.

 

Invece la società basa la sua organizzazione sociale su interessi individuali,che rappresentano relazioni “fredde”(quelle comunitarie,invece, Tönnies le definiva “calde”),dominate  dalla diversità di interessi e dal calcolo:lo scambio commerciale è l’esempio più tipico di una relazione societaria.

 

Quindi il mondo del commercio,degli affari,del lavoro industriale sono forme di organizzazione sociale di carattere societario.

 

Ma come si è passati dalla comunità alla società?

 

E’ il tema che Tönnies affronta e tratta ampiamente nell’altra sua opera, quella del 1935.In Geist der neuzeit(“Lo spirito dei tempi moderni”, ultima sua opera,scritta l’anno prima della morte,non tradotta in italiano)Tönnies ha voluto applicare la sociologia all’evoluzione storica dell’occidente moderno.

 

Secondo lui,la storia occidentale,dal medioevo ai giorni nostri,è la storia del passaggio da un’organizzazione sociale di carattere comunitario a un’organizzazione sociale a carattere societario,come lo abbiamo definito prima.

 

Pertanto, la nostra civiltà è passata,secondo Tönnies,da un tipo di organizzazione sociale basato su unità familiari,di sangue,di vicinanza,in cui la comunità di pensiero si realizzava nell’unanimità religiosa,ad un tipo di organizzazione sociale,in cui appare e gradualmente progredisce l’individualismo che fa esplodere la comunità medievale e nascere la società moderna con l’incremento progressivo delle relazioni fredde, egoistiche,interessate,e con l’emancipazione,la libertà religiosa e l’uguaglianza dei diritti del cittadino.

 

Quindi,partendo dall’antica comunità medievale di tipo rurale,artigianale,corporativo,gerarchico e religioso,si perviene a un’organizzazione sociale di tipo societario,urbano,industriale,capitalistico,democratico e scientifico.

 

In tal modo Tönnies,per sfuggire alla problematica complessiva della conoscenza sociologica,partendo dalla ricerca sociale empirica, perviene, attraverso la sociologia pura, alla sociologia applicata,che rappresenta la scienza dello statista e ha per fine una politica positiva,cioè governata dalla scienza;ma è anche storia universale,in base al suo contenuto,e sistematica sociale,in base alla sua forma.

 

Applicando questo schema interpretativo alla storia dell’umanità,Tönnies denuncia nella moderna società industriale il prevalere degli aspetti istituzionali e pragmatici a danno della naturalezza,spontaneità e immediatezza del rapporto comunitario(crisi della famiglia e decadenza di certi valori).

 

E’ in questo contesto che Tönnies si schiera a favore di radicali riforme sociali,ma il luogo e i tempi non erano adatti e maturi per considerare queste istanze.

 

L’analisi sociologica di Tönnies segna l’inizio della teoria sociologica generale in cui le due categorie fondamentali di comunità e società di sociologia pura diventano due tipi di società concrete e storiche,che possono essere paragonate seguendone l’evoluzione nel tempo.

 

Si tratta del primo tentativo,ben riuscito,di sociologia analitica che preparò la strada allo sviluppo della sociologia formale.

 

Italo Zamprotta (da “Eco di Biella”, 24 febbraio 1986)

 

Il successivo lunedì 3 marzo a pag.3 di “Eco di Biella” apparve un articolo del Prof. Benito Rimini,che può essere considerato una vera e propria recensione e un’utile integrazione di quanto prima riportato,e che riteniamo doveroso pubblicare per intero.

 

§ XXIII   Un sociologo che anche Parsons ha preso a modello,Ferdinand Tönnies. 50 anni dopo la morte.

 

Ho letto con piacere e con vivo interesse il bellissimo articolo su Ferdinand Tönnies scritto da Italo Zamprotta e pubblicato lunedì scorso da “Eco”.

 

Come ha rimarcato l’articolista, lo sviluppo della società europea,secondo Tönnies,è dato dal passaggio da “unioni” ad “associazioni” di “Gemeinschaft”, e da qui ad “associazioni” di “Gesellschaft” e,finalmente,ad “unioni” di “Gesellschaft”.

 

Le “Gemeinschaft” – come sottolinea Tönnies – sono perfettamente interpretabili come amicizia,“Gemeinschaft” di spirito o intelletto,basata su lavoro e professioni comuni e quindi su credenze comuni.

 

Diversamente, la “Geselleschaft” riflette il processo di modernizzazione della società europea.

 

Con la “Gesellschaft” ci muoviamo verso un  tipo di associazione che non riproduce né il modello di parentela né dell’amicizia.In breve, l’essenza della “Gesellschaft” consiste nella razionalità e nel calcolo.

 

Vorrei aggiungere che,secondo Tönnies,si può percepire,proprio a questo riguardo,un’importante affermazione tipologica fra i due sessi.La donna è per natura più facilmente portata alle attività e ai valori connessi alla “Gemeinschaft”.

 

Il sociologo tedesco precisa,infatti,“come gli affari siano poco congeniali alla natura e allo spirito femminili”.Che le donne possano essere e, di fatto,siano convertite ai ruoli della “Gesellschaft”è ormai chiaro nella storia europea ed è un fenomeno legato a quello dell’emancipazione femminile,ma non appena la donna entra nella lotta per guadagnarsi la vita “è evidente che l’attività commerciale,la libertà e l’indipendenza dell’operaia – scrive Tönnies – tendono a sviluppare la sua volontà razionale,rendendola capace di pensare in modo calcolato.La donna diventa razionale,fredda,consapevole.Non c’è nulla,però,di più terribile ed estraneo alle sue caratteristiche innate”.

 

Secondo Tönnies,sono questi elementi di “Gemeinschaft” presenti nelle donne(ed anche nei bambini)che spiegano la facilità con cui esse sono state sottoposte allo sfruttamento nelle prime fabbriche:le donne,infatti,sono, sotto questo aspetto almeno,più vulnerabili del maschio adulto.

 

Un’altra considerazione che ritengo importante e di notevole rilevanza per l’attualità che essa manifesta,riguarda lo “schema di azione” di Talcott Parsons – sociologo funzionalista di grande fama deceduto nel 1979 – le cui variabili strutturali si basano sulla tipologia di Tönnies di “Gemeinschaft-Gesellschaft”.

 

La comunità è caratterizzata da stretti legami personali o di parentela, mentre la “società” è caratterizzata dalla prevalenza di relazioni più impersonali e neutre, di tipo commerciale.

 

Quando gli “attori”(i singoli,le istituzioni,i gruppi)effettuano delle scelte,lo fanno in modo che esse siano appropriate alla situazione.Infatti,i contemporanei connessi all’”agire” potranno dirsi appropriati a società di tipo tradizionale(“comunità”,“Gemeinschaft”),o a società moderne (“Gesellschaft”).Ne deriva che le variabili strutturali dello schema di azione di Parsons potranno classificarsi come caratterizzate da elementi di “Gemeinschaft”(variabili espressive)o da elementi di “Gesellschaft”(variabili strumentali).

 

Nella società moderna avranno miglior gioco e quindi tenderanno ad affermarsi le variabili strumentali, quindi l’”universalismo” dovrebbe fare aggio sul “particolarismo”,la “realizzazione” dovrebbe contare di più dell’”attribuzione”,la “neutralità” non sarebbe mai seconda all’”affettività”.

 

Tanto per fare un esempio,i rapporti fra medico e paziente,fra insegnante e allievo,fra direttore ed impiegato,in una società moderna(quindi del tipo “Gesellschaft”)dovrebbero essere improntati ai principi dell’”universalismo”,della “realizzazione”,della “neutralità”.

 

La presenza di “variabili espressive”(“particolarismo”,“attribuzione”,“affettività”),che comunque non si può né si deve assolutamente escludere almeno in una certa misura,non risulterebbe in linea con quelle che sono le caratteristiche di una società burocratica, complessa e articolata.

 

Tanto per essere chiari,come potrebbe spiegarsi,oggi,un rapporto tra dentista e paziente basato sulla “diffusione”(variabile espressiva del tipo “Gemeinschaft”)anziché sulla “specificità”(variabile strumentale del tipo “Gesellschaft”)?

 

Non si tratta di dover formulare ad ogni costo giudizi di valore,quanto individuare “schemi di azione” da parte di attori legati al tipo di società (moderna e tradizionale)in cui essi trovano in concreto svolgimento.

 

Bravissimo,dunque,Zamprotta nell’avere così bene tratteggiato la figura di Ferdinand Tönnies cinquant’anni dopo la morte del grande studioso:un sociologo che non si può ignorare,un “classico” della sociologia come lo sono Durkheim, Weber e Simmel,le cui opere fanno ancora testo.

 

Benito Rimini          (da “Eco di Biella”, 3 marzo 1986)

 

 

 

§ XXIV          La Scuola di Francoforte

("Frankfürter Schule")

 

Una delle correnti sociologiche più influenti e più conosciute,sia per il suo apporto teorico sia per l’incidenza da essa avuta sui movimenti rivoluzionari della gioventù e sulla “nuova sinistra” occidentale,è senza dubbio la cosiddetta Scuola di Francoforte.

 

Tra i ricercatori di tale Scuola i più noti sono Max Horkheimer(1895-1973),Theodor W.Adorno(1903-1969),e Herbert Marcuse(1898-1979).

 

Horkheimer e Adorno diedero un forte contributo all’attività dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte,partecipando tra l’altro alla famosa ricerca promossa da Horkheimer,Fromm, e Marcuse nel 1936:Studien uber Autorität und familie65,raccolta di studi sulla famiglia autoritaria borghese,e al saggio “Dialettica dell’illuminismo66,in cui assumono un’importanza centrale concetti come totalità,alienazione,regressione, e dove la società capitalistico-borghese viene interpretata come realtà contraddittoria.

 

Durante il suo esilio negli Stati Uniti Adorno collaborò alla ricerca “The authoritarian personality67,in cui applicò i metodi della sociologia empirica e della psicoanalisi allo studio dei fenomeni come il razzismo,il nazismo,l’etnocentrismo,mettendo in luce le connessioni tra struttura della personalità e struttura socioculturale.

 

Di famiglia ebrea,Marcuse ha conosciuto da giovane il movimento rivoluzionario, perché assistette all’insurrezione spartachista dopo la prima guerra mondiale68.Professore a Friburgo,dove conobbe Heidegger(filosofo tedesco,1889 – 1976).Pubblicò un’importante tesi su Hegel nel 193269.Poi fu costretto a fuggire il nazismo nascente e andò in esilio in Svizzera, Francia e Stati Uniti.Ciò che caratterizza la sua dottrina filosofica e sociologica è il concetto di contestazione che, adottato da molti giovani, sarà in gran voga negli anni ’60 e ’70 nella maggior parte dei paesi occidentali.

 

Marcuse

 

Marcuse ha ricavato dalla teoria psicoanalitica di Freud i concetti di repressione,di sublimazione,di contraddizione tra principio del piacere e principio della realtà,tra istinti della vita e istinti della morte,e li ha considerevolmente rimaneggiati.

 

Analogamente,ha spostato le diverse istanze della topica freudiana(l’es,l’io e il super-io)dal terreno psichico al terreno sociale.

 

Un certo numero di psicoanalisti sostengono che Marcuse non è altro che frode,una specie di estrapolazione sociale con cui egli utilizza, secondo una sua convenienza,cioè in maniera fantasiosa, elementi della teoria freudiana,separandoli gli uni dagli altri a tal punto che essi perdono ogni pertinenza a livello teorico.

 

Anche molti marxisti lo accusano di avere mistificato la teoria marxista,dalla quale egli ha tratto i concetti di alienazione(cfr. § XI Marx,p. 159-68 e 321) di sfruttamento e di merce,respingendo però ciò che li ricollega all’insieme della teoria di Marx e,in sostanza,rifiutando tale teoria in sé stessa.

 

Riteniamo che,nonostante queste critiche,il discorso di Marcuse non manchi di una certa coerenza.Infatti,egli ha dichiarato di non essere né marxista né freudiano,e classifica il marxismo e la psicoanalisi tra gli elementi repressivi della società moderna.

 

Secondo Marcuse,infatti,le forme di libertà offerte dalla società moderna non sono altro che un’illusione, a cominciare dalla libertà dei costumi e anche dalla libertà sessuale.

 

Analogamente dicasi per la cosiddetta “società dell’abbondanza”.Il relativo benessere che questa arreca alla classe operaia e ai ceti medi non ha altro scopo che di distogliere queste classi dalla lotta per la trasformazione della società.

 

Il progetto marcusiano però è utopistico.Infatti,egli sogna una società senza costruzioni, con un uomo libero dal lavoro obbligatorio e dagli ostacoli posti dai feticci della società consumistica.Si comprende come tale progetto abbia potuto affascinare i giovani della contestazione.

 

Su Marcuse pubblicai un articolo su “Eco di Biella” di giovedì 2 agosto 1979, p.8,in occasione della sua scomparsa,che di seguito riporto.

 

§ XXV            In morte del filosofo. Ricordo di Marcuse

Ritenuto profeta dei sessantottisti, fu spesso travisato e infine dimenticato.Molti non lo hanno capito classificandolo marxista, anzi mistificatore marxista e freudiano,ma Marcuse dichiarò di non essere né marxista né freudiano.

 

Nato a Berlino,da famiglia ebrea,nel 1898,Herbert Marcuse è stato eminentemente un filosofo che,però,ha influito in maniera considerevole in campo psicologico e sociologico.

 

Si laureò nel 1921 con una tesi su Hegel che terminava in una critica marxista a Hegel e nel 1927 iniziò la sua carriera accademica a Friburgo in Brisgovia,dove era già stato compagno di studi di un altro grande filosofo,Martin Heidegger(1889-1976).

 

Grande influenza ebbero sulla sua formazione culturale e spirituale coloro che sono universalmente ritenuti i maestri della coscienza critica moderna:Hegel,Marx e Freud,ma da giovane aveva assistito all’insurrezione spartachista postbellica.

 

Pensiero marcusiano.

Entrato a fare parte dell’Istituto di ricerca di Francoforte,erroneamente ricordato come Scuola di Francoforte(una “Scuola” di Francoforte, infatti,non è mai esistita,tranne forse che nei primi anni della fuga dalla Germania a causa del nazismo),Marcuse entrò in contatto con Max Horkheimer,Theodor Adorno e altri,con i quali collaborò attivamente dando un forte impulso all’Istituto.

 

E’ di quel periodo la famosa ricerca “Autorität un Familie”(1936),raccolta di studi sulla famiglia autoritaria borghese,e il saggio “Dialettica dell’illuminismo”,in cui assurgono per la prima volta alla ribalta concetti analitici fondamentali come totalità,alienazione,regressione e dove la società capitalistico-borghese viene interpretata come realtà contraddittoria.

 

All’avvento del nazismo,Marcuse fu costretto a rifugiarsi all’estero:prima a Ginevra(1933),e l’anno seguente negli USA,dove cominciò l’insegnamento in diverse università.

 

La dottrina filosofica e sociologica marcusiana è caratterizzata prevalentemente dal concetto di “contestazione”,che  è stato poi adottato, anche in maniera errata ed esagerata,da molti giovani negli anni ’60 e ’70.

 

Nelle sue numerose opere Marcuse denuncia in permanenza le cosiddette “società dei consumi” e “società dell’abbondanza”.Infatti,secondo lui le forme di liberà offerte dalla società moderna non sono altro che illusione,a cominciare dalla libertà dei consumi ed anche dalla libertà sessuale.

 

Il benessere che la società moderna apporta alla classe operaia e ai cosiddetti ceti medi serve solo a distorglierli dalla lotta per la trasformazione della società.

 

In “One dimensional man70Marcuse avanza la tesi del gran rifiuto:”L’uono ad una dimensione è colui che accetta la sua esistenza,che si è conciliato con la sua realtà,che concepisce questo mondo come il mondo del suo lavoro e della sua ragione.La società terrena sottrae il terreno all’opposizione radicale.Essa riassorbe in sé le antitesi e diviene quindi una realtà unidimensionale in cui ragione e scienza divengono sostegni della mobilitazione totale”.

 

La società moderna diviene un processo sociale globale che non può più essere superato dal pensiero razionale a causa della sua apertura e della sua capacità produttiva.Posta innanzi al carattere totale delle realizzazioni della società industriale avanzata - scrive Marcuse – la teoria critica si trova priva di argomenti razionali a causa della sua società stessa

 

Nella protesta contro la ragione,la tecnica e la scienza Habermas(Dusseldorf,1929)ha ritenuto di vedere una svolta regressiva del pensiero marcusiano verso l’esistenzialismo,e il Kaltenbrunner ha osservato:”Si resta sconcertati di fronte al caso di un pensatore di sinistra che ha rinunciato agli strumenti della critica ideologica progredita e della teoria della scienza e che si rifà con ostinazione addirittura disperata a tradizioni si potrebbe dire precritiche,a un sapere salvifico e al romanticismo71.

 

Il Kaltenbrunner dimostra di aver stabilito degli steccati in cultura e nella speculazione del pensiero:cultura di destra e cultura di sinistra!

 

Ma molti non hanno capito Marcuse classificandolo marxista,anzi mistificatore marxista e freudiano(quest’ultima etichetta per i suoi concetti di sublimazione,regressione e contraddizione tra principio del piacere e principio della realtà,tra istinti della vita e istinti della morte).

 

Ma Marcuse stesso dichiarò di non essere né marxista né freudiano,classificando,anzi,marxismo e psicoanalisi tra gli elementi della società moderna!Vedasi a questo proposito “Eros e civiltà” del 195572.

 

Italo Zamprotta  (da “Eco di Biella” del 2 agosto 1979)

 

 

§ XXVI                   Che cos’è l’esistenzialismo.

            Ricordando Jean Paul Sartre

 

Sartre

 

(Jean Paul Sartre,Paris 1905-1980,filosofo e scrittore francese che ha influenzato profondamente il pensiero occidentale,e quindi anche la sociologia,anche se non è annoverato tra i sociologi).

 

La morte di Jean Paul Sartre mi ha richiamato alla mente un concetto che più volte ha avuto modo di rammentare ad amici conversando di scienze umane.

 

Mi riferisco al concetto di “nientificazione” arrivato alla filosofia esistenzialista di Sartre attraverso Heidegger(1889-1976):per quest’ultimo la nientificazione è le negazione della totalità dell’essere,che fa emergere dal nostro essere l’esistente propriamente detto, con i suoi limiti,la sua precarietà e la sua apertura problematica.

 

1.Pensiero sartriano.

 

Nato nel 1905 a Parigi,Sartre è morto pochi giorni or sono. Dalla fine degli anni ’30 alla fine degli anni ’60 ha caratterizzato non solo la storia della filosofia in Francia,ma in Europa e nell’Occidente in generale,dando una sua impronta anche alla storia della cultura e della civiltà e svluppando un discorso in campo letterario,teatrale,saggistico,attingendo anche alle teorie marxistiche,freudiane e della sociologia statunitense degli anni ’50 e ’60,mediante le quali ha tentato di illuminare il processo di sviluppo personale nell’ambito di quello più generale della storia umana.

 

Le tappe principali di questi concetti filosofico-sociali sono rappresentate da “L’essere e il nulla”(1943)[73],saggio di ontologia fenomenologica, e dalla “Critica della ragione dialettica”(1960)[74],quest’ultima seguita dalla “Trascendenza dell’ego”(1965)75.

 

L’esistenzialismo sartriano utilizza il metodo fenomenologico e si riallaccia alla rinascita della metafisica di Heidegger risolvendosi in una “filosofia della libertà”.

 

2.Esistenzialismo: le conseguenze.

 

L’uomo – secondo la concezione sartriana – è condannato ad essere libero e porta il peso di questa sua libertà e del mondo sulle sue spalle: quindi è totalmente responsabile sia di sé stesso sia della realtà storica.

 

L’uomo è responsabile altresì della “fatticità” irrudicibile(per esempio, del suo essere venuto al mondo),giacchè è in rapporto con essa secondo un progetto: la accetta o la respinge, e pertanto è costretto a sceglierla!

 

In questo modo l’essere si fa coscienza di sé stesso nel sentimento di angoscia suscitato da tale potere di decisione assoluta.La scelta,però, coinvolge sempre altri uomini.Quindi,ammesso che la libertà è incompatibile con ogni forma di necessità storica, è anche vero che tuttavia essa si estrinseca nelle condizioni offerte dalle totalità sociali particolari e specifiche di un determinato Paese e di un determinato momento.

 

Nasce così la ‘Critica della ragione dialettica’ “dall’esigenza di mettere alla prova la filosofia della libertà cimentandola con la dialettica di derivazione hegeliano-marxista”.

 

Il pensiero filosofico-politico sartriano sul comportamento pragmatico dell’intellettuale si precisò nel maggio del 1968, durante il quale partecipò in prima persona alla lotta politica assumendo la presidenza del Tribunale Russel76,sposando la causa del proletariato rivoluzionario e mantenendo,però,sempre la propria autonomia intellettuale rispetto ad ogni chiusa ideologia di partito.

 

Non a caso nel 1964 rifiutò il Premio Nobel per la letteratura che gli era stato conferito per la sua prodigiosa e feconda attività letteraria,che intercala le sue maggiori opere filosofiche,della giovinezza e della maturità,segnandole anche di palesi contraddizioni,proprio per questo molto umane e significative.

 

Italo Zamprotta      (da “Eco di Biella”, 21 aprile 1980)

 

 

 

§ XXVII                  Pitirim Sorokin (russo, 1889 – 1968)

 

Condannato a morte nel 1923,mentre insegna all’Università di Pietroburgo,dove ricopre l’incarico di preside dell’istituendo dipartimento di sociologia(cattedra da lui creata nel 1919),fugge negli USA.Qui insegnò dapprima nell’Università del Minnesota e poi,dal 1930,in quella di Harvard,dove fondò e diresse fino al 1959 il Dipartimento di sociologia.

 

Nel 1949 fonda l’Harvard Research Center in Creative Altruism.Nel 1963 viene nominato,con grande ritardo,presidente dell’Associazione Americana di Sociologia (ASA).

 

La fama di Sorokin,autore di una trentina di libri in russo e in inglese,è soprattutto legata a Social and Cultural Dynamics (1937-1941,4 volumi, circa tremilacinquecento pagine, tradotte in italiano in edizione ridotta77,Utet,Torino,1975.

 

Tentò di ricostruire la storia della cultura occidentale,sulla base di alcune personalissime tipologie di mentalità socioculturale,come il periodico alternarsi di ideazionalismo(il pensiero religioso),sensismo (il pensiero materialistico) e idealismo(una sintesi delle forme precedenti). In buona sostanza,per Sorokin il pensiero umano fluttua tra la celebrazione dello spirito e il culto della materia.Nella storia, malgrado le apparenze,non è dato progresso,ma solo fluttuazione di forme di pensiero(e dunque di società storiche,che ne riverberano “istituzionalmente” le idee) caratterizzate dalla “propensione” verso i beni ultraterreni o terreni. Come nel caso del XX secolo,epoca sensista per eccellenza,e soprattutto, secondo Sorokin, sull’orlo del precipizio storico.

 

Le sue tesi, corroborate da una massa spaventosa di dati statistici, gli provocarono attacchi da tutte le parti, da sinistra come da destra. Il suoi studi sull’altruismo78,da lui visto come forza sociologica positiva, e dunque in grado di aiutare il trapasso - per Sorokin più che certo - dalla società sensistica del XX secolo a quella altruistica e idealistica dei secoli successivi,furono ridicolizzati.E negli anni ‘50 il suo ostentato pacifismo, attirò l’interesse della Polizia Federale(FBI).

 

Dopo essere stato perseguitato in Russia,Sorokin rischiò perciò di essere perseguitato [anche] in America.Le indagini federali tuttavia non ebbero seguito,perché,tra l’altro,Sorokin era anche inviso ai pochi comunisti americani.Ma negli anni ‘40 e ‘50 fu comunque emarginato dalla comunità sociologica americana, che aveva scelto Parsons come proprio mentore”.Morì di cancro nel 1968.

 

Sorokin ci offre la prima sintesi tra la sociologia europea e quella americana,fino ad allora distinte e separate.Fu il primo a precisare il concetto di sistema sociale distinguendolo da quello della cultura e da quello della personalità;l’importanza dei valori socioculturali,come fattore di espansione,resistenza e crisi,nelle fasi di sviluppo e decadenza delle civiltà.

 

Sviluppò una teoria ciclica del mutamento sociale,oggi molto criticata,mentre gli viene universalmente riconosciuto il merito di avere per primo definito e studiato la “mobilità sociale”79.

 

E’ stato uno dei rappresentanti più autorevoli dell’indirizzo nominalistico della sociologia americana,e cioè della tendenza che persegue lo studio sistematico dei processi strutturali e dei rapporti dinamici interindividuali caratteristici dei vari gruppi.La sua influenza è stata senza dubbio grandissima,specialmente su Talcott Parson,suo allievo.

 

 

§ XXVIII        Talcott Parsons (americano,1902–1979)

 

Grande studioso ed estimatore di Pareto(come abbiamo visto nel § XVI, p.67-72),Durkheim e Weber.Ha centrato la sua attenzione sull’azione sociale con una continua rielaborazione del suo pensiero,cercando di realizzare una teorizzazione sistematica80.

 

Per Parsons la moderna società post-industriale si distingue dall’antica per più caratteri.Così i “ruoli” e i “modi valutativi” nella moderna società sono “universalistici”,nell’antica “particolaristici”,nella prima “neutrali”, nell’altra “emozionali”;nella prima “assunti” o raggiunti”,nell’altra “ascritti”(cioè ereditati),e così via.

 

Secondo Parsons,ogni società esiste in quanto sistema se soddisfa quattro speciali “prerequisiti funzionali”:

 

1.      un soggetto-agente,che (si badi)può essere un individuo,ma anche un gruppo,un ceto,o una collettività;

2.      una situazione,che include,gli oggetti sia fisico-naturali che sociali coi quali il soggetto entra in rapporto;

3.      un insieme di simboli,alla luce dei quali il soggetto vede e valuta elementi della situazione e in proprio stesso agire;

4.      un insieme di regole,in rapporto alle quali l'azione si sviluppa e di determina.

 

Ma il fatto essenziale è che l'azione sociale presenta i caratteri di un "sistema".Ciò implica due cose congiunte:

·         che l'azione è composta di elementi relativamente stabili,costituenti una totalità o un insieme organico;

·         che tali elementi sono connessi tra loro secondo vincoli relativamente invarianti,e obbedienti a una determinata logica.

 

Parsons è soprattutto un teorico:infatti,egli tratta il sistema delle relazioni sociali come un insieme di informazioni.

 

Nelle ultime opere degli anni ’60 e ’70 prosegue la sua sistematica analisi delle istituzioni sociali nel tentativo di giungere ad una sintesi tra i due livelli dell’azione e dell’interazione sociale,e della struttura e del sistema sociale.E’ stato accusato di formalismo da C.Wright Mills,ma il suo insegnamento è essenziale per la sociologia contemporanea.

 

§ XXIX         Arnold Joseph Toynbee

(inglese, 1889 – 1977)

 

Filosofo della storia e storico inglese.Prima docente di Filogia classica a Oxford,poi di Letteratura bizantina all’Università di Londra,infine Direttore del Chatam House (Istituto di studi internazionali).Tra le sue numerose opere il monumentale “Studi di storia”(12 vol, 1934-1961)81,in cui ha sottolineato tutti i fattori che incidono sulla nascita,sviluppo,e sulla decadenza di una civiltà.

 

Si tratta di un tipo nuovo e unico di storiografia,volta a cogliere delle costanti e delle variabili scientificamente assai utili,ma ovviamente non elevabili a significazione assoluta.

 

Le 21 civiltà di cui tratta Toynbee nella sua monumentale opera corrispondono ad aree supersocietarie e multinazionali, intendendo per società un sinonimo di civiltà.

 

Ad esempio,la storia inglese acquista un senso solamente se si estende lo sguardo ad abbracciare tutti i fattori e i momenti,dal feudalesimo alla Riforma,dal Rinascimento alla fondazione del capitalismo industriale82,che nell’insieme costituiscono, come campo intellegibile di studio storico, la cosiddetta cristianità occidentale,alla quale si affiancano altre società(cioè civiltà),come quella islamica o quella indù.

 

L’opera di Toynbee è stata parzialmente tradotta in italiano e pubblicata da Einaudi nel 1950 col titolo molto significativo di “La civiltà nella storia”,e in seguito dalla casa Newton Compton di Milano in tre volumi.Trattasi di vera e propria sociologia storica,sociologia della cultura,al confine tra scienza e filosofia della storia.

 

§ XXX         Uno studioso del ‘sociale’.

In morte di Aron.

 

Aron

 

In un certo senso sono rimasto un uomo del secolo dei lumi”,non per motivi storici o filosofici,ma perché allora un pensatore era teso a guardare ai fenomeni della realtà sociale in maniera distaccata per poterli analizzare con obiettività.

 

Possiamo così presentare Raymond Aron(Paris,1905 – 1983),morto a Parigi,uno dei massimi pensatori contemporanei,che sarebbe un vero peccato voler qualificare filosofo o sociologo o in un qualsiasi altro modo.Fu,comunque,prima professore di liceo,poi professore alla “Normale” di Parigi,poi docente di Filosofia sociale all’Università di Tolosa e,infine,a Parigi,prima alla Scuola nazionale di Amministrazione,e poi all’Istituto di studi politici.Directeur d'études à l'École Pratique des Hautes Études de Paris VI,e Professore di Sociologia della civiltà moderna alla Sorbona di Parigi.Svolse sempre attività giornalistica per i maggiori giornali francesi,come editorialista e anche come direttore di periodici culturali impegnati.

 

Potremmo,forse,definirlo un epistemologo.

 

Quale la sua formazione?Ci viene in aiuto egli stesso nell’ Introduzione,p.26,dell’edizione italiana di una sua notissima opera,“Le tappe del pensiero sociologico83,in cui dichiara:”…rivendico la mia appartenza alla Scuola dei sociologi liberali:Montesquieu,de Tocqueville,ai quali aggiungo Elie Halévy…”.

 

Di origine ebrea,aveva assistito tra il 1930 e il 1933 alla nascita del nazismo e dell’antisemitismo,che segnarono la sua formazione socioculturale,che delineò qualche anno dopo, nel 1938,in un suo lavoro scientifico sui “limiti dell’obiettività storica84.

 

Infatti,secondo Aron,la storia non è retta da leggi necessarie e,quindi ne discende che non si può parlare di obiettività storica che in senso moto lato.Quella che noi intendiamo come obiettività nelle scienze storiche,è soltanto a livello metodologico e,quindi,del tutto relativa.

 

Quindi Aron,pur essendosi nutrito di cultura marxista,è riuscito,con grande distacco ed obiettività,a polemizzare con il marxismo che pretende di riconoscere nella storia una legge asoluta.

 

Non è stato soltanto uno studioso,perché,oltre a tentare di analizzare i fenomeni della realtà sociale del nostro tempo,ha partecipato anche come “spettatore impegnato”,senza essere però afflitto da inutili e fuorvianti dogmatismi,ma sempre pronto a mettere in discussione quella famosa “obiettività storica”.

 

La filosofia liberale sulla quale seppe brillantemente formulare certi concetti e schemi di analisi marxista,che aveva profondamente studiato ed assimilato,anche nel dialogo continuo con gli studiosi di scienze sociali dei Paesi del blocco orientale,gli consentì di avere a disposizione un valido sistema di valori,che servisse a mediare il passaggio dalla teoria alla prassi.

 

Di qui la completa chiarezza del suo pensiero e della sua azione sempre coerente.

 

Ha teorizzato molto:vedansi a questo proposito alcuni dei suoi maggiori lavori85,oltre quelli precedentementi citati,ma ha anche previsto molto,senza però avere mai il carisma del profeta,giustificandosi così:”Quando si analizza la storia di una società, le previsioni della sua evoluzione sono quasi matematiche”.

 

Che cosa ci ha lasciato?

 

La sua vita di studio,di ricerca e di impegno civile nel sociale è un tentativo di cercare di saldare il momento teorico a quello pragmatico partendo dalla conoscenza storica per arrivare all’azione sociale attraverso l’impegno politico.Però più volte fece intendere che “una cosa è pensare e scrivere di fatti sociali e politici,e un’altra cosa è poi fare la politica”.E’ il problema della nostra società!

 

Il suo tentativo non ha escluso aprioristicamente nessuno,anzi è stato,soprattutto,un tentativo di dialogo di altre ideologie per superare gli schematismi e i dogmatismi e poter vedere chiaro il nucleo centrale dei problemi che ci circondano per poterli affrontare e cercare di risolverli.

 

Quindi una ricerca e un tentativo coerenti, che ci indicano con chiarezza una strada precisa da percorrere.

 

Italo Zamprotta   (da “Eco di Biella”, 31 ottobre 1983)

 

 

§ XXXI                        Claude Levy-Strauss (Bruxelles, 1908 - 2009)

 

 

levistrauss

 

 

Non possiamo concludere questa carrellata senza menzionare un altro grande pensatore contemporaneo,non sociologo,ma antropologo ed etnologo che ha influenzato non poco lo sviluppo delle scienze sociali.Si tratta di Claude Levy-Strauss,belga di nascita,figlio di genitori francofoni di religione ebraica,ma francese per formazione.

 

Dopo alcuni soggiorni all’estero(Brasile,Amazzonia,Mato Grosso,e USA,dove viene a contatto con l'antropologia americana e stringe amicizia con Jakobson),si è sistemato in Francia,dove ha prima insegnato all'Ecole Pratique des Hautes Études,e poi dal 1954 Antropologia sociale al Collège de France;nel 1973 è stato eletto all'Accademia di Francia.

 

Padre dello strutturalismo(termine caratteristico di diverse discipline,ma nel nostro contesto costituisce “l’interpretazione dei fatti sociali, intesi come messaggi e sistemi di comunicazione, analizzati secondo schemi matematici da cui si può derivare la formulazione della logica interna ai modelli culturali”),sostiene che la nozione di struttura si applica anche ai modelli sociali elaborati dalle comunità umane sulla base dei dati empirici.

 

Ogni struttura deve essere considerata come un insieme di relazioni logiche(leggasi ‘sistema’).Ad esempio,la nozione di classificazione ritenuta una tipica espressione del pensiero scientifico,è invece alla base anche delle più elementari forme di ragionamento e di organizzazione sociale.

 

Gli ultimi lavori lavori di Levy-Strauss hanno posto maggiormente l’accento sulle ‘mythologies’:non tanto sui materiali mitologici,quanto sul meccanismo del fenomeno del mito,come schema di base dell’attività culturale esposta all’indagine dell’antropologo.

 

Il pensiero e le opere di questo autore sono stati da me ampiamente analizzati in due mie precedenti opere86.

 

 

§ XXXII           Polemica su Eduardo De Filippo senatore a vita

 

In questo paragrafo riporto una gustosa ed interessante polemica,maturata sui giornali locali nel 1981,in occasione della nomina di Eduardo De Filippo a senatore a vita.Penso che quella polemica possa trovare spazio in queste anomale “Lezioni di sociologia”,giacchè ne parlai anche in classe ai miei allievi.

 

Il 26 settembre 1981 fu nominato senatore a vita Eduardo De Filippo(1900-1984)dal Presidente della repubblica Sandro Pertini.

 

A Biella ci fu più d’uno che espresse la propria contrarietà:l’amministratore di “Eco di Biella”,il brillante giornalista Rodolfo De Bernardi,con toni concitati mi disse che si trattava di un “burattinaio”.

 

Ci fu chi,forte della cattedra di Lingua e lettere italiane nel celebre Istituto tecnico commerciale cittadino, “Eugenio Bona”,credette di dover dire la sua,ospitato proprio dalle colonne di quel bisettimanale,ma trovò pane per i suoi denti e fu costretto,dopo due interventi,ad un saggio silenzio.

 

Tutta la “vexata quaestio” fu poi da me trasferita nelle lezioni di sociologia dell’anno accademico 1981-82,con ulteriori discussioni con i miei corsisti,e ritengo perciò opportuno riportare gli articoli “incriminati” che tanto appassionarono sia i lettori sia i corsisti.

 

1.                              De Filippo, senatore a vita: “Un tardo epigono di un angusto teatro dialettale”

 

Il professor De Filippo è stato nominato senatore a vita per altissimi meriti artistici.E noi dobbiamo ridere,piangere o stupirci?Niente.Non c’è niente da fare,se non prendere atto:anche questa è commedia,con un finale molto prevedibile.

 

Infatti l’Edoardo nazionale risulta ormai santificato dal conformismo italico,dalla stampa di regime e dalla Rai-Tv:il suo valore non si discute più,nonostante i natali e le pasque in casa Cupiello.

 

Eppure – testimoni le scene date in saggio alla Tv a contorno della bella notizia(assai più importante dei disastri del nostro povero Pienonte) – solo i ciechi non vedono che il De Filippo superstite,lungi dall’essere quel grande attore-autore del teatro italiano moderno,è in sostanza un tardo epigono di un ristretto,angusto teatro dialettale,e di una commedia dell’arte già superata ai giorni del Goldoni.

 

Basterebbe il coraggio della verità per riconoscere che da Filumena Marturano in poi,dai tempi cioè che Titina era viva e recitante,il presunto grande ha sfornato una produzione in continuo calando.

 

Si parla beninteso di qualità e non di quantità.Che abisso,per esempio(lo diciamo tornando col pensiero alla Tv)tra un De Filippo e un Olivier! Ecco un riprova, sia pure alla rovescia.

 

La televisione nzionale,quella dei Pippo Baudo,dei Buongiorno,dei festival di San Remo e di Venezia,ci rioffrirà – è da temerlo – tutto Eduardo De Filippo;una di Shakespeare interpretato da Olivier decide,bontà sua,di mettere in onda una tantum,sul secondo canale,preceduti,è ovvio, da robaccia insulsa e da congrua dose di pubblicità;confinati insomma,il vero grande e il suo inteprete,a tarda ora come è aurea regola televisiva per la buona musica.

 

La povera Italia,in conclusione,poteva un tempo contare su senatori d’eccezione come Trilussa;oggi invece non solo deve godersi la Tv e il Parlamento che tutti sappiamo:non le rimane neppure la soddisfazione di un senatore per autentici meriti d’arte.

 

E Montale?Chiederanno i cittadini istruiti.Già!Eugenio Montale non tanti anni fa era,per i conformisti dell’epoca,meno di un poeta minore, rigorosamente escluso dalle antologie scolastiche;era un “ermetico”,un incomprensibile(il quale,a onor del vero,per parte sua non si preoccupava troppo di farsi capire).E aveva già scritto gli “Ossi di seppia” e le “Occasioni”…Dopo non scrisse di meglio(parliamo dei versi, lasciando da parte le ottime traduzioni dall’inglese).

 

Ebbene,è diventato il “massimo poeta del secolo” e…senatore a vita”.

 

Lorenzo Greggio       (da “Eco di Biella”, ottobre 1981)

 

2.       Uno strenuo difensore del grande Eduardo

 

Sono rimasto,a dir poco,allibito nel leggere le molto personali,più che discutibili obiezioni che il sig.Greggio fa su De Filippo senatore nell’ ”Eco di Biella” dello scorso giovedì.

 

Non posso passare in silenzio certe affermazioni prive del pur minimo ed obbiettivo senso critico.Ma ne vale poi la pena?

 

D’innanzi al plauso unanime dell’opinione pubblica per l’alto riconoscimento al prestigio della personalità artistica dell’attore,la sua è proprio una “vox clamantis in deserto” aggiungendo inoltre che in questo fatto unico di un teatrante che per la prima volta arriva alla massima istituzione parlamentare,vedo un qualcosa di giusta eccezionalità.

 

Constato che il suddetto signore ignora completamente chi veramente sia Eduardo ed il suo teatro.

 

Dopo Filumena Marturano afferma che il “presunto grande attore” come si degna di classificarlo)ha “sfornato una produzione in calando” per cui ne deduco che non ha capito assolutamente nulla di cosa contengono le altre commedie che seguono,sempre che le abbia viste,e cioè “Napoli milionaria”,“Questi fantasmi”,“Le voci di dentro”,“Gli esami non finiscono mai”,“Sik Sik l’artefice magico” ed il “Sabato, domenica, lunedì”,per il quale a Londra il grande Olivier(almeno in questo siamo universalmente d’accordo) riconoscente e commosso gli baciò le mani.

La fantasia,la poesia,l’essenzialità,la modernità di questo teatro,sì proprio la modernità di questo teatro,e lo metterei in certi casi al pari di Pirandello,l’ha recepita?

 

E se proprio volesse un contentino potrei solo fare qualche piccola riserva sul valore duraturo di questi testi.Null’altro.

 

Nella recente storia del teatro italiano ci sono stati ottimi commediografi quali Viola,Ludovici,Adami,Tierri,Rosso di San Secondo,Sem Benelli per citarne solo alcuni, oltre naturalmente i massimi D’Annunzio e Pirandello,ma Eduardo quale drammaturgo,attore,regista,cioè teatrante completo,non ha uguali.

 

E circa la sua arbitraria affermazione “quale epigono di un angusto teatro dialettale”,è a conoscenza che il nostro teatro nasce proprio dal dialettale napoletano e veneto in specie?

 

Vuole proprio essere paragonato a Gianni Brera,pseudo scrittore,che tempo addietro giudicò Manzoni e Goldoni dei sorpassati?

 

Due righe su Montale per un’altra categorica affermazione.

 

Se dopo “Ossi di seppia” e “Le occasioni”, “non scrisse altro di meglio” crede proprio che i saggi vecchietti svedesi,presi da improvvisa crisi sclerotica,abbiano totalmente dimenticato,nell’assegnargli il Nobel,tutta la sua ulteriore poetica opera altamente meritoria?

 

Altro che solo le traduzioni dall’nglese!

 

Guido Giachino         (da “Eco di Biella, ottobre 1981)

 

3.              Un aureo consiglio manzoniano

 

Mi aspettavo anzitutto repliche – e sdegni – da persone “qualificate”,perché nel nostro Bel Paese,quanto più si è qualificati,tanto più si parla e si scrive da conformisti;non dico però che si pensi;non sempre infatti gli scriventi e i parlanti applicano l’aureo consiglio manzoniano di meditare prima di aprir bocca o metter mano alla penna.

 

Invece la vibrata protesta viene da un candido signor Giachino,il quale mi ha l’aria dell’uomo di pianura che,sbarcato da un’auto alla Caulera, si crede in alta montagna,per il semplice fatto che mai è salito fino al Mucrone né su vette finitime,e il Monte Bianco l’ha visto si e no in cartolina.

 

(Non è stato,lo strenuo paladino del De Filippo,sfiorato dal dubbio che un temerario ignoto abbia osato formulare riserve sul Partenopeo proprio perché confortato,anzi spinto, da lunga dimestichezza con gli autori citati nella sua filippica un po’ alla rinfusa?).

 

Ma ognuno ha la sensibilità che madre natura concede.Meno male  che non mi sia toccata l’accusa,oltre che d’ignoranza delle patrie lettere, di vilipendio della letteratura dialettale!

 

Sarebbe stato il colmo,per chi da sempre ama i Porta,i Belli,i Di Giacomo;e qui non si può tacere un sospetto inerente al tema: se certi valorosi poeti nostrani avessero sciacquato i loro umili panni nel mare di Posillipo e Mergellina – magari sfidando il colera – chi sa! Forse la sacrestia critico-letteraria li piglierebbe oggi in considerazione.

 

Piuttosto, c’era da aspettarsi che un severo Giachino chiedesse conto di una frase incomprensibile,molto grave per il Lorenzo Greggio che mette in dubbio perfino la grandezza del non sempre limpido Montale.

 

Colgo ora l’occasione per chiarire la frase,resa oscura da un errore di stampa(“una di Shakespeare”)e dall’omissione di parole necessarie(“tre lavori”).L’intera frase doveva dunque suonare così: “…ma di Shakespeare, interpretato da Olivier la Tv decide,bontà sua,di mettere in onda tre lavori una tantum,sul secondo canale…”.”

 

Lorenzo Greggio  (da “Eco di Biella”, 12 ottobre 1981)

 

 

4.         Gli influssi del grande Plauto

 

Tragedia e farsa,dolore e gioia,pianto e riso:è l’eterno divenire dell’uomo che,nel “Paese di Pulcinella”,Napoli,Eduardo ha sublimato in arte rappresentando le umane vicende e gli umani sentimenti in chiave drammatica e comica.

 

Il conferimento del laticlavio all’81enne Eduardo De Filippo,mio illustre concittadino,offre lo spunto non per tesserne il panegirico,ma per ribadire la valida funzione della sua arte a livello nazionale e mondiale.

 

Figlio d’arte,nutrito fin da bambino alla scuola del bisogno che,nei temperamenti volitivi,aguzza l’ingegno,Eduardo calca le scene da tempo oramai immemorabile!Ha avuto al fortuna di nascere in una terra provata e ricca di tradizioni culturali,che dalla Magna Grecia,attraverso la romanità,ci porta al Rinascimento ed all’Illuminismo.

 

Nella vis comica di Eduardo si possono scorgere,per reminiscenza,gli influssi del grande Plauto,del mimo italico,dell’atellana,dei fescennini,che tanta parte hanno nella filosofia di vita partenopea.Tutti questi elementi,di nobile origine teatrale,sono serviti ad Eduardo,però,per dare vita ai suoi personaggi,che sono sempre maestri della propria vita,eroi nel senso di una continua lotta con la fatalità,soltanto in apparenza accettata come ineluttabile e in realtà assunta come nemica da sconfiggere.

 

Talvolta,in questa lotta del napoletano(perché napoletani sono i suoi personaggi eroici)con la società e con il destino,in questa battaglia condotta con malizia e con malinconia,con grande ostinazione e con disperazione, qualcosa si rompe,il patetico si volge al comico e nasce in tal modo il grottesco tipico di Eduardo,la maschera del personaggio,che ci riporta alla maschera tipica di Napoli,Pulcinella,

 

In questo modo il teatro di Eduardo si sublima in arte,perché riesce a raggiungere le alte vette della vis comica attraverso la verità poetica!

 

E’ questo un modo originale e sentito per fare teatro,quello vero,dove il sentimento può farsi linguaggio e il pensiero tramutarsi in gesto.

 

In tal modo non solo Napoli,ma l’intera civiltà dell’uomo può acquistare senso e peso vivendo in creature che hanno del concreto e durano molto di più della spazio di una rappresentazione:vivono, immortali,nella storia letteraria.

 

Infatti Eduardo appartiene già da tempo alla storia letteraria non solo italiana ma mondiale ed il mondo intero ce ne ha dato atto rappresentando in diverse lingue, ed in diversi luoghi,le sue mirabili commedie,spesso conferendo all’autore meritati riconoscimenti.

 

Qualcuno ha detto che con Eduardo entreranno in Senato i suoi personaggi(cfr.Ugo Rònfani,Il Giorno,27 settembre 1981).

 

Non c’era bisogno della sua nomina a senatore a vita perché i suoi personaggi entrassero in Parlamento:quei personaggi,quegli eroi,quelle vicende,sono i fatti di ogni giorno,che i nostri politici hanno fin troppo bene sotto gli occhi da anni.Quei personaggi reclamano giustizia sociale, equità,chiarezza.

 

La lezione di Eduardo,in fondo,è proprio questa ed il riconoscimento voluto dal Presidente Sandro Pertini lo conferma.

 

Quindi niente retorica,come purtroppo siamo abituati a fare,ma decisioni dinamiche,come quella di ritornare a recitare nel Sud per ricostruire dopo il terremoto.

 

E’ un esempio che,ancora in vita,ci dona un uomo schivo e alieno dagli onori e dalla pubblicità(aveva già rifiutato la nomina a Senatore a vita al tempo del Presidente Giovanni Leone),che con la sua arte ha cercato di dare una mano al proprio prossimo,alla società in cui vive, rappresentandone le vicende,nel bene e nel male,nel riso e, ancor più,nel pianto e nel dolore”.

 

Italo Zamprotta    (da “Eco di Biella” 12 ottobre 1981)

 

5.         Per chiudere, da parte mia, su De Filippo

 

Rispondo per la seconda ed ultima volta al sig.Greggio, col dire che il mio precedente scritto terminava in questi termini:”Per nuove ulteriori delucidazioni, un nostro eventuale incontro,Professore”.

 

E’ stato omesso per mancanza di spazio o per altri motivi.

 

E questo lo dicevo per non alimentare una pubblica polemica che è di utilità a pochi in questo nostro odierno generale sconquasso.

 

E vengo alle ultime mie necessarie osservazioni. Nel volermi “vedere presuntuoso”,parola molto più esplicita che non la scalata figurativa al Monte Bianco che credo di fare,mi aggrada molto il fatto di essere solo uomo di pianura,più che sufficiente per aver confutato le sue saccenti obiezioni sul teatro di Eduardo.

 

Riguardo poi alla mia scarsa sensibilità, data la sua dimestichezza con gli autori da me citati e ripeto i primi che mi siano venuti in mente sia pure alla “rinfusa”,mi meraviglio ulteriormente non solo delle sue riserve, ma di qualcosa di peggio asserito sull’arte di Eduardo.

 

E per tornare alla nostra diatriba iniziale legga,rilegga meditando,l’esplicito e più che esauriente articolo di Italo Zamprotta sul nostro caro novello Senatore”.

 

Guido Giachino                            (da “Eco di Biella”, 22 ottobre 1981)

 

 

Nel mese di  novembre 1981 pubblicai il mio intervento sulla rivista culturale da me diretta,“Panorama Biellese87,ma anche un altro articolo con le osservazioni dell’amico Prof. Gaetano di Nardi che di seguito riporto.

 

Polemiche a Biella per De Filippo senatore.

6.         Eduardo nominato Senatore a vita

 

La nomina di Eduardo De Filippo a Senatore a vita, al posto della scomparso poeta Eugenio Montale,è stata voluta dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini,che ha voluto così premiare uno dei nostri maggiori artisti viventi.

 

Ovviamente non tutti sono stati d’accordo sulla nomina:c’è stato chi ha detto che Eduardo è solo unburattinaio”,chi ha detto che si  tratta di una “montatura”,altri hanno detto  che si tratta “di un tardo epigono di un angusto teatro dialettale”!

 

D’altro canto c’è stato,e sono la stragrande maggioranza,chi ha espresso la propria adesione ad una tale decisione osannando all’arte genuina di Eduardo.

 

Non staremo qui a riportare quanto è stato detto e scritto,ma ci corre l’obbligo di riportare una dichiarazione rilasciata dal Prof.Gaetano Di Nardi,che vive da tanti anni a Biella ed insegna materie letterarie(oltre ad essere un valido Docente di Sociologia dell’arte e della letteratura e di Critica letteraria all’Università popolare di Biella)88:

 

”Eduardo De Filippo ha dato un valido contributo al teatro italiano contemporaneo.La sua arte è semplice,perché porta sulla scena avvenimenti quotidiani di gente comune con i suoi problemi e difficoltà.Ama fare il protagonista non per esibizionismo,ma per interpretare i vari stati d’animo di numerosi personaggi,non solo per divertire,ma anche per insegnare al pubblico che parecchie volte il sorriso nasconde delle lacrime amare.

 

La sua figura esprime l’anima napoletana appassionata e sincera,facile agli slanci ed agli abbattimenti.

 

Eduardo si serve del teatro per affrontare, anche se velatamente,veri problemi sociali che affliggono Napoli e il Meridione,come qualsiasi altra zona depressa.

 

I personaggi,che si ‘arrangiano’ ricorrendo a modi leciti e non,dimostrano che hanno delle risorse nascoste che permettono,se non altro, di sopravvivere.

 

La nomina a Senatore a vita,secondo me,è un meritato premio per un uomo che ha dedicato il proprio genio al teatro, inteso non come hobby,ma come ragione di vita”.

 

Gaetano Di Nardi   (da “Panorama Biellese”, 30,

                             novembre 1981)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

[1] Cfr. Comte, A.,Système de politique positive ou Traité de sociologie, instituant la religion de l’humanité,Carilian-Goeury et Dalmont, Paris, 1851-54 ; in italiano si trova in Vidal, E., Saint-Simon e la scienza politica, in appendiceil Sistema di politica positiva di A.Comte, Giuffrè, Milano, 1959;

[2]  Cfr. De l’Esprit des lois, version etablie par Laurent Versini, Gallimard, Paris;  trad. it. Lo spirito delle leggi, a cura di Sergio Cotta, Utet, Torino, 1952

[3]  Cfr. Ferrarotti, F., Trattato di sociologia, p.39-42, Utet, Torino, 1971

[4]  Cfr. Rousseau, J.J.,  Du contrat social, ou Principes du droit politique : discours sur les sciences et les arts, Garnier, Paris, 1969; trad. it. Il contratto sociale, Torino, Einaudi, 1973.

[5]  Cfr. Aron, R., Les étapes de la pensée sociologique, p.73-4, Gallimard, Paris, 1965;   trad.it. Le tappe del pensiero sociologico, Mondadori, Milano, 1974.

[6]   Per i brani dell’opera di Montesquieu mi sono servito di: Cerroni, U., Il pensiero politico, p.499-533, Editori Riuniti, Roma, 1967.

[7]  Dalla mia modesta posizione debbo fare osservare ai “sapienti”, che su tutto scrivono e pontificano, che al tempo in cui scriveva Montesquieu il potere giudiziario era in parte sottoposto al Re di Francia: infatti il Procuratore si chiamava “Procuratore del Re”, e quindi la sua azione era sottoposta a vincoli che oggi sono ugualmente in vigore in molti ordinamenti giuridici. Quindi Montesquieu parlando di separazione dei poteri, per quello giudiziario si  riferiva ai Giudici non ai Procuratori, perché questi ultimi dipendenvano dal potere regio e, quindi, direttamente dallo stato.

[8]  Cfr. Ferguson, A., An essay on the history of civil society, printed for A. Millar and T. Cadell in the Strand, and A. Kincaid and J. Bell, Edinburgh, London, 1768; trad.it. Saggio sulla storia della società civile, Vallecchi, Firenze, 1973.

[9]  Cfr. Principles of moral and political science, A. Strahan and T. Cadell, Edinburgh, 1792.

[10]  Cfr. Ferrarotti, F., op.cit., p.16

[11]  Cfr. Millar, J., An historical view of the English government, from the settlement of the Saxons in Britain to the accession of the house of Stewart, printed for A. Strahan, and T. Cadell, in the strand; and J. Murray, London, 1787 (testo reperibile presso la Biblioteca Nazionale Universitarai di Torino).

[12]  Cfr. Millar, J., Observations on the prevailing diseases in Great Britain, together with a review of the history of those of former periods, and in other countries,  printed for T. Cadell successor to mr. Millar and T. Noteman in the Strand, London, 1770; trad. it. Osservazioni sull'origine delle distinzioni di rango nella società,  a cura e con introduzione di Enzo Bartocci, Angeli, Milano, 1989.

[13]  Cfr. Malthus, T.R., An essay on the principle of the population, London, Johnson, 1798;  trad.it. Saggio sul principio di popolazione: (1798) ,seguito da : Esame sommario del principio di popolazione (1830), a cura di Guido Maggioni, Einaudi, Torino, 1977.

[14] Cfr. Malthus, T.R., Principles of political economy: considered with a view to their practical application, J.Murray, London, 1820; trad.it. Principi di economia politica considerati in vista della loro applicazione pratica, a cura di Piero Barucci, Istituto Editoriale Internazionale, Milano, 1972.

[15]  “In una lettera a certo Valat Comte usava per la prima volta (per quanto se ne abbia notizia) l’ibrido latino-greco per indicare la nuova scienza della società di cui, ancor sotto l’influenza di Saint-Simon, egli stava accarezzando il disegno. Quindici anni  più tardi, nella XLVII  lezione del Cours de Philosophie positive che rappresentava la ponderosa realizzazione pubblica di tale disegno, egli proponeva formalmente di sostituire la vecchia espressione fisica sociale, in uso fin dal XVII secolo ed impiegata in quegli stessi anni, oltre che dal Comte, da altri “scienziati della società”, tra cui Quételet, con il neologismo Sociologia. In una nota della predetta lezione XLVII, Comte parve quasi scusarsi di tanto ardire linguisitico”: cfr. Gallino, L., Dizionario di sociologia,  p.635, Utet, Torino, 1978.

[16]  Cfr. The first methodological argument in sociology: Comte against Quételet, in Zamprotta, I., Efficacy of methods and techniques of sociological research, Doctoral thesis,  p.31, NoWeLU, London, UK-USA, 1980.

[17] Cfr. Quételet, A., Sur l'homme et le developpement de ses facultes, ou Essai de physique sociale, Muquardt, Bruxelles; versione italiana Fisica sociale ossia svolgimento delle facolta dell'uomo, 1869 (testo reperibile presso la Biblioteca del Dipartimento di Filosofia dell'Universita' degli Studi di Bologna).

[18]  Nel 1802 espose la sua teoria nel trattato Filosofia zoologica: una raccolta antologica delle opere di Lamarck si trova in:  Opere di Jean BaptisteLamarck, a cura di Pietro Omodeo, UTET,  Torino, 1969.

[19]  Cfr. On the origin of the species, London, Murray, 1859; trad.it. L' origine della specie per selezione naturale o la preservazione delle razze privilegiate nella lotta per la vita, introduzione di Pietro Omodeo, Newton Compton, Roma, 1981.

[20]  Cfr. Social statiics: the conditions essential to human happiness specified, and the first of them developed, J. Chapman, London, 1851.

[21]  Cfr. Principles of sociology, Williams and Norgate, London, Edinburgh, 1874; trad.it. Principi di sociologia, a cura di Franco Ferrarotti, Utet, Torino, 1967.

[22]  Cfr. A new view of society, or, Essays on the principle of the formation of the human character, and the application of the principle to practice,  printed for Cadell and Davies, Strand by R. Taylor and Co., London, 1813; trad.it. Per una nuova concezione della società e altri scritti, introduzione di G. D. H. Cole, Laterza, Bari, 1971.

[23]  A proposito di pedagogia sociale, mi corre l’obbligo di ricordare con affetto e riverenza Fratel Giovannino (al secolo Dr.Prof.Carlo Verri), dei Fratelli delle Scuole Cristiane, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore per Assistenti sociali di Biella, dove ebbi l’onore e il privilegio di insegnare per 10 anni accademici. Fratel Giovannino era stato Assistente ordinario di Pedagogia sociale all’Università Cattolica di Milano ed insegnò questa disciplina nella Scuola da lui  fondata a Biella: cfr. I Fratelli delle Scuole Cristiane e la storia della scuola in Piemonte (1829-1859): contributo alla Storia della Pedagogia del Risorgimento, Erba, Como, 1939 (tesi di laurea con dignità di stampa); e cfr. Spunti di antropologia e di pedagogia in A. Rosmini, Rivista lasalliana, Torino, 1958.

[24]  Cfr. Owen, R., The book of the new moral world, Kelley, New York, 1970, Ripr. facs. dell'ed. London, Home colonization society, 1842; trad. it. Il nuovo mondo morale, e altri scritti sugli effetti del sistema industriale e sulle possibilità di migliorare il carattere e le condizioni di vita dei poveri e delle classi lavoratrici, Angeli, Milano, 1979.

[25]  Cfr. Le Play, F., La réforme sociale en France: déduite de l'observation comparée des peuples européens, 3. ed. revue et corrigée, E.Dentu, Paris, 1867. 

[26]Cfr. Le Play, Fréderic, Les ouvriers européens. Études sur les travaux, la vie domestique et la condition morale des populations ouvrières de l'Europe, précedées d'un exposé de la méthode d'observation, Imprim. Imperiale, Paris, 1855. In lingua italiana vedasi: Il lavoro operaio: nella ricerca sociologica di Pierre Frederic Guillaume Le Play, a cura di Gabriele Orsini, Angeli, Milano, 1984.

[27] Cfr. Worms, R., Organisme et Société, Giard & Briere, Paris, 1895 . Cfr. La sociologie: sa nature, son contenu, ses attachés, Giard & C.ie, Paris, 1921. Cfr. Institut international de sociologie, La solidarité sociale: ses formes, son principe, ses limites / travaux et paroles de René Worms, V. Giard et E. Briere, Paris, 1911.

[28]Cfr. Fouillée, A., L’e?volutionnisme des ide?es-forces, F.Alcan, Paris, 1890

[29]Cfr. Les e?tudes re?centes de sociologie, V. Giard et E. Brière,Paris, 1895.

[30] Cfr. Schäffle, A.E., Bau und Leben des socialen Korpers, Laupp, Tubingen, 1875-1878 (testo reperibile presso la Biblioteca dell 'Istituto di diritto pubblico della Facoltà di giurisprudenza dell' Università degli studi di Milano).

[31]Cfr. de Gobineau, J.A., Essai sur l'inégalité des races humaines, Firmin-Didot frères, Paris, 1853-1855; trad.it. Saggio sull' ineguaglianza delle razze  umane, Longanesi, Milano, 1965.  

[32]Cfr. Zamprotta, I., Il pensiero di Karl Marx (1818-1883): aspetto filosofico-politico, economico- sociale, UPB, Biella, 1986

[33]  Cfr. Marx, K., Uber das Kapital : Briefwechsel / Karl Marx, Friedrich Engels ; ausgewahlt und eingeleitet von Hannes Skambraks, Dietz, Berlin, 1985; versione.it. Il capitale: critica dell'economia politica, Utet, Torino, 1924. 

[34]  Cfr. Marx, K., Das Kommunistische Manifest / mit den Vorreden von Karl Marx und Friedrich Engels sowie Materialien zur Geschichte des Bundes der Kommunisten; mit Vorwort und Fremdworterverzeichnis herausgegeben von Hermann Duncker, Vereinigung internationaler, Berlin, 1924; tr.it. Manifesto del Partito comunista, introduzione di Palmiro Togliatti ; a cura di Franco Ferri, Editori Riuniti, Roma, 1962.

[35] Cfr. Principles of sociology, Routledge, London, 1918-24, Thoemmes reprints 1993;

Cfr. Social evolution and political theory, Columbia University Press, New York, 1911;

Cfr. Social development: its nature and conditions, G. Allen & Unwin, London, 1924.

[36]  Cfr. The material culture and social institutions of the Simpler peoples: an essay in correlation, Routledge & Kegan Paul, London, 1965 (Ristampa dell'edizione Chapman & Hall, 1915).

[37]Cfr. De la division du travail social: étude sur l'organisation des sociétés supérieures, F.Alcan, Paris, 1893; trad.it. La divisione sociale del lavoro, intr.di Alessandro Pizzorno, Ed.Comunità, Milano, 1971.

[38]Cfr. Le suicide: étude de sociologie, Alcan, Paris, 1897; trad.it. Il suicidio; L'educazione morale, introduzione di Luciano Cavalli,  Utet, Torino, 1969.

[39]Cfr. Les régles de la méthode sociologique,  Alcan, Paris, 1895;  trad.it. Le regole del metodo sociologico: sociologia e filosofia, Ed. Comunità, Milano, 1979.

[40]Cfr. Weber, M., Parlament und Regierung im neugeordneten Deutschland, in Gesammelte politische Schriften, München, 1921; trad.it. Parlamento e Governo nel nuovo ordinamento della Germania: critica politica della burocrazia e della vita dei partiti, Laterza, Bari, 1919

[41]Cfr. Die protestantische ethik und der geist des kapitalismus, in Archiv für sozialwissenschaften und sozialpolitik, Bd. XX und XXI, 1904-05; trad.it. L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze,1965.

[42]Cfr. Weber, M., Wirtschaft und Gesellschaft, J.C.B. Mohr, Tübingen, 1976;  versione.it. Economia e Società, Comunità, Milano, 1961.

[43]Cfr. Weber, M., Gesammelte Aufsatze zur Wissenschaftslehre, J.C.B. Mohr, 1922, Tubingen; trad.it. Il metodo delle scienze storico-sociali, Mondadori, Milano, 1974.

A proposito di metodologia della ricerca sociologica cfr. la mia tesi di dottorato in sociologia: Efficacy of methods and techniques of sociological research, CoAS-NoWeLU, 1980

[44]Cfr. Max Weber, Duncker und Humbolt, Berlin, 1966.

[45]Ferrarotti, F., La società come problema e come progetto, O.S.Mondadori, Milano, 1979

[46]cfr. Weber, M., Economia e Società, trad.it. Comunità, Milano, 1961

[47]cfr. Fleischmann, E., De Weber à Nietzsche, in Archives européennes de sociologie, 1964,  Cambridge, pp.190-238

[48]Gesammelte politische schriften,Tübingen, Mohr, 1971. In italiano si può consultare Scritti politici,  saggio introduttivo di Antonino Bruno: Politica e valori in Max Weber,Giannotta, Catania,1970

[49]Cfr. Pareto, V., Trattato di sociologia generale, G.Barbera, Firenze, 1916 (testo disponibile presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (che conserva anche alcuni manoscritti autografi di Pareto, catalogo a cura di Lapo Melani); cfr. anche Compendio di sociologia generale, Barbera, Firenze, 1920.

[50]Cfr. Traité de sociologie générale, édition française par Pierre Boven, revue par l’auteur, Payot & C.,  Paris-Lausanne, 1917-19.

[51]Cfr. The mind and society: a treatise on general sociology, by Vilfredo Pareto, edited by Arthur Livingstone, translated by Andrew Bongiorno and Arthur Livingstone, with the advice and active cooperation of James Harvey Rogers, Dover Publications, New York, 4 vol., 1935; anche presso Harcourt, Brace & Co., New York, 1935. Va rilevato che fu soprattutto attraverso gli scritti del sociologo funzionalista Talcott Parsons (1902-1979) che la lezione impartita da Pareto sociologo assunse rilevanza per il dibattito sulle fondamenta metodologiche dell’economia politica negli USA. Il Parsons compilò la prefazione all’edizione americana del “Treatise” paretiano (1935). Molte tracce di un’influenza profonda di Pareto si ritrovano in The human Group (1950) del sociologo G.C.Homans (1910-1989)

[52]Cfr. Scaglia, A. La sociologia europea del primo Novecento. Il conflitto fra sociologia e dittatura, Angeli, Milano, 1992.

[53]Cfr. Giacalone-Monaco, T. Vilfredo Pareto dal carteggio con Carlo Placci, con 40 lettere inedite. Cedam, Padova, 1957.

[54]I “Cultural Studies” sono quell’ambito di studi dell’area anglo-americana che in quella germanica comprendono invece le cosiddette Kulturwissenschaften. Sono un particolare indirizzo di studi sociali come ampliamento del settore della critica letteraria verso i materiali della cultura popolare di massa. La loro data di nascita viene fissata all'uscita dei lavori di Raymond Williams (Culture and society, 1958) e Richard Hoggart (The Uses of Literacy, 1957).

[55]Cfr. L' odierno problema sociologico: studio storico-critico, prefazione editoriale di Amintore Fanfani, Comitato opera omnia di G. Toniolo, Città del Vaticano, 1947.

[56]Cfr. pp.151-56 di questo lavoro.

[57]La teoria del Loria è esposta nelle sue opere principali:

cfr. La legge di popolazione ed il sistema sociale, Tipografia sordo-muti di L. Lazzeri, Siena, 1882;

cfr. Analisi della proprieta' capitalistica, F.lli Bocca, Torino, 1889;

cfr. La costituzione economica odierna, Bocca, Torino, 1899; 

cfr. I  fondamenti scientifici della riforma economica, Bocca, Torino, 1922;

cfr. Dinamica economica: studio sulle leggi delle variazioni, Utet, Torino, 1935.

[58] Cfr. Mosca, G., Le costituzioni moderne, Amenta Palermo, 1987;

Cfr. Elementi di scienza politica, F.lli Bocca, Roma, 1896;

Cfr. Storia delle dottrine politiche, G. Laterza & Figli, Bari, 1937.

[59]  Cfr. Rabaglio, R. – Zamprotta, I., Università popolare di Biella: ieri e oggi (1902-1986), Libreria Vittorio Giovannacci, Biella, 1986;

Cfr. Rabaglio, R., - Zamprotta, I., L’azione sociale, culturale e di educazione permanente dell’Università Popolare di Biella dal 1902 al 1992, Edizioni dell’Università Popolare, Biella, 1992. 

[60]Cfr. Sturzo, L., Essai de sociologie, traduit de l'italien par Juliette Bertrand, Bloud & Gay, Paris, 1935; La società, sua natura e leggi: sociologia storicista, Istituto Italiano Edizioni Atlas, Bergamo, 1949.

[61]Cfr. Jonas, F., Geschichte der soziologie, 1970;  trad.it. Storia della sociologia, Laterza, Bari, 1975.

[62] Cfr. Steinmetz, S.R., Geloog en Misdaad, 1913; maggiore importanza rivestono altri due suoi lavori:

Ethnologische Studien zur Ersten Entwicklung der Strafe, P. Noordhoff, Groninge,1928;e Gesammelte kleinere Schriften zur Ethnologie und Soziologie,P. Noordhoff, Groninge, 1928-35, textes en néerlandais, allemand, anglais, français ou italien.

[63] Quest’opera fu pubblicata per la prima volta nel 1887.

[64] Di quest’opera non esistono traduzioni a tutt’oggi in lingua italiana.

[65] Cfr. Studien uber autorität und familie, Alcan, Paris, 1936; trad.it. Studi sull'autorita e la famiglia, a cura di Max Horkheimer, con la collaborazione di Erich Fromm, Herbert Marcuse e altri; introduzione di Franco Ferrarotti, Utet, Torino, 1974.

[66] Cfr. Cfr. Horkheimer, M. – Adorno, Th., Dialektik der Aufklarung und Schriften,  Fischer, Frankfurt am Main, 1944; trad. it. Dialettica dell’illuminismo,  con una premessa degli autori all'edizione italiana, Einaudi, Torino, 1966.

[67]Cfr. Adorno, Th., The authoritarian personality, Harper & Brothers, New York, 1950;

[68]Lo spartachismo fu una corrente politica tedesca, sorta nel 1916, da cui nacque in seguito il partito comunista tedesco. Fu così chiamata da una pubblicazione illegale, “Spartakusbriefe”, cioè Lettere di Spartaco, apparsa durante la prima guerra mondiale e portavoce dell’estrema sinistra del partito socialdemocratico. Nel dicembre del 1918 il gruppo si trasformò in partito comunista tedesco e si lasciò trascinare prematuramente in uno scontro armato a Berlino nel gennaio 1919 con le forze conservatrici. L’assassinio di Rosa Luxembourg e di Karl Liebknecht li privò di direzione indebolendo il movimento).

[69]Cfr. Marcuse, H.,Hegels ontologie und die grundlegung einer theorie der geschichtlikeit, V.Klostermann, Frankfurt am Main, 1932; trad. it. L' ontologia di Hegel e la fondazione di una teoria della storicità, La Nuova Italia, Firenze, 1969.

[70]Cfr. Marcuse, H., Der eindimensionale Mensch : Studien zur Ideologie der fortgeschrittenen Industriegesellschaft, Neuwied u. Berlin, Luchterhand, 1964; trad.it. L' uomo a una dimensione: l'ideologia della societa industriale avanzata, traduzione di Luciano Gallino e Tilde Giano Gallino, Einaudi, Torino, 1967.

[71]Cfr. Kaltenbrunner, G.K.,Herausforderung der konservativen, Herderbucherei, Freiburg, 1975, trad.it. La sfida dei conservatori, G.Volpe, Roma, 1977.

[72] Cfr. Eros and civilization; a philosophical inquiry into Freud, Beacon Press, Boston, 1955;     trad.it. Eros e civiltà, Einaudi, Torino, 1955.

[73] Cfr. L'Être et le néant: essai d'ontologie phénoménologique, Gallimard, Paris, 1943 ; trad. It. L’essere e il nulla,  saggio di fenomenologia ontologica, il Saggiatore, Milano, 1984;      

[74] Cfr. Critique de la raison dialectique, Gallimard, Paris, 1960 ; trad.it. Critica della ragione dialettica, preceduto da Questioni di metodo, il Saggiatore, Milano, 1990;

[75]  Cfr. La Transcendance de l'″ego″, esquisse d'une description phénoménologique, J.Vrin, Paris, 1965 ; trad.it. La trascendenza dell’ego : idee per una descrizione fenomenologica, A. Berisio, Napoli, 1971.

[76] Il Tribunale internazionale B.Russell  per i crmini di guerra,  istituito nel 1966 dal grande filosofo e matematico Bertrand Russell (1872-1970) per denunciare le persecuzioni ideologiche, condannò, seppur simbolicamente, il governo degli Stati Uniti d’America per i crimini commessi durante la guerra del Vietnam.

[77]  Cfr. Social and cultural dynamics: a study of change in major systems of art, truth, ethics, law and social relationships, Porter Sargent publ, Boston, 1957; trad. it. La dinamica sociale e culturale, Utet, Torino, 1975;

Cfr. The crisis of our age, Dutton, New York, 1941; trad.it. La crisi del nostro tempo, Arianna, Casalecchio di Reno, 2000;

Cfr. Russia and the United States, Stevens, London, 1950;

Cfr. Society, culture, and personality: their structure and dynamics, a system of general sociology, Harper, New York, 1947;

Cfr. The sociology of revolution, J.B. Lippincott Company, Philadelphia – London, 1925

[78]  Cfr. Altruistic love; a study of American "good neighbors" and Christian saints, Beacon Press, Boston, 1950.

[79]  Cfr. Sorokin, P., Social and cultural mobility, Free Press, Glencoe, Ill., 1959; trad.it. La mobilità sociale, Comunità, Milano, 1965;

[80]  Cfr. The strcture of social action: a study in social theory with special reference to a group of recent european writers, New York, McGraw-Hill Book Company,1937;  trad.it. Struttura dell’azione sociale, il Mulino, Bologna, 1962;

Cfr. The social system, Free Press, Glencoe, Ill, 1951; Trad.it. Il sistema sociale, Comunità, Milano, 1965;

Cfr. Essays in sociological theory, Free Press, Glencoe, Ill., 1954; trad.it. Teoria sociologica e società moderna, Etas Kompass, Milano, 1971;

Cfr. Structure and process in modern societies, Free Press, Glencoe, 1960;

Cfr. Sociological theory and modern society, Free Press, New York, 1967; trad.it. Teoria sociologica e società moderna, Etas Kompass, Milano, 1971;

Cfr. Politics and social structure,  MR, New York and London, 1969; trad.it. Sistema politico e struttura sociale, Giuffrè, Milano, 1975.

[81]Cfr. A study of history, Oxford University Press, London,; parziale trad.it. La civiltà nella storia, Einaudi, Torino, 1950; in italiano esistono altri numerosi titoli di Toynbee, in particolare può interessare:: Il racconto dell'uomo: cronaca dell'incontro del genere umano con la madre terra, Garzanti, Milano, 1977.

[82]Cfr. Toynbee, A.J., The industrial revolution,  Beacon Press, Boston, 1956;  trad.it. La rivoluzione industriale,  Odradek, Roma, 2001.

[83]Cfr. Aron, R., Les étapes de la pensée sociologique, Gallimard, Paris, 1967 ; trad.it. Le tappe del pensiero sociologico, Mondadori, Milano, 1972.

[84]Cfr. Introduction à la philosophie de l'histoire.Essai sur les limites de l'objectivité historique, Paris, Gallimard, 1938.

[85]Cfr. Aron, R., L'Opium des intellectuels, Paris, Calmann-Lévy, 1955 ; trad.it. L’oppio degli intellettuali, Cappelli, Bologna, 1958 ;

     Cfr. Dix-huit leçons sur la société industrielle, Gallimard, Paris, 1962 ; trad.i.t La società industriale, Comunità, Milano, 1962.

[86]Cfr. Zamprotta, I., Introduzione allo studio delle scienze sociali, UPB, Biella, 1988;

      Cfr. Zamprotta, I., Introduzione all’antropologia culturale, UPB, Biella, 1995.

[87] Cfr. Panorama Biellese, n. 30,  novembre, Unione Biellese, Biella, 1981;

[88] Cfr. Università Popolare di Biella, Guida a i corsi, anno accademico 1981-82, Libreria Vittorio Giovannacci, Biella, 1981

(Biblioteca Italo Zamprotta)

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Maggio 2016 17:59