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1.5 Il Servizio militare
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Scritto da Administrator   
Mercoledì 31 Marzo 2010 15:22
1.5.Il servizio militare - Service militaire – Military Service
 
Contrariamente a quanti non hanno fatto il servizio militare di leva,obbligatorio per la nostra Costituzione, e hanno addirittura brigato, in combutta con i loro cari genitori, per esserne esonerati, servendosi a volte anche di mezzi illeciti, io invece non ebbi alcuna remora nel fare il mio dovere (così anche i miei figli).Ricordo con particolare simpatia il mio lungo periodo di servizio militare di leva dal 5 novembre 1962 al 7 febbraio 1964. Non solo perchè conseguii una specializzazione, quella di Aiutante di sanità, (titolo che in seguito verrà giustamente equiparato a quello di infermiere generico con conversione del Diploma di Aiutante di sanità in Diploma di Infermiere generico), ma soprattutto perchè imparai a conoscere tanta e diversa gente di varie parti d'Italia,dal contrabbandiere giuliano al professore universitario campano,dallo spaesato altoatesino-sudtirolese al furbo siculo, fino al testardo sardo. Alcuni episodi particolari mi sono rimasti particolarmente impressi.
 
Innanzi tutto la stupidità e la cattiveria di diversi caporali istruttori personalmente sperimentati al CARTC (CAR delle Truppe Corazzate) di Avellino. Generalmente si trattava di gente fornita della scuola dell'obbligo, che opprimeva specialmente coloro che avevano studiato. Lo facevano con compiaciuto sadismo, nell' indifferenza quasi totale di sergenti e sottotenenti, distribuendo, a casaccio, consegne motivate soltanto da antipatie personali e dall'abuso di potere. Qualche volta, però, le cose non andavano per il verso da loro voluto, ed allora c'era da ridere, perchè si vedevano finalmente questi vermi rientrare nella loro lurida tana.
 
Risultai a loro particolamente indigesto perchè, dopo qualche settimana che ero là, fui convocato nell'Ufficio Maggiorità del Comando del CARTC. Il Capo Ufficio, un Maresciallo maggiore, mi disse di avere ricevuto una lettera dall'Ufficio Personale e Benessere della Brigata alpina "Taurinense" di Torino, il cui Capo Ufficio, mio fratello Donato (di cui parlo diffusamente nella Sezione della Cronologia familiare), lo pregava di seguire il mio periodo di addestramento. In tal modo riuscii ad ottenere alcuni permessi nei fine settimana, o il sabato-domenica o la sola domenica, scavalcando le graduatorie normali stilate dai caporali istruttori delle Compagnie del mio Battaglione Carristi. Quegli elenchi ovviamente favorivano persone con le quali erano in sintonia i caporali istruttori, cioè i loro lacchè e tirapiedi. In tal modo ebbi una corsia preferenziale che però pagai a caro prezzo.
  
Infatti, quando la domenica sera rientravo, andando a guardare la bacheca con gli ordini di servizio per il giorno seguente, immancabilmente mi trovavo segnato di servizio: o corvé o piantone o guardia interna. Non me ne andai a lamentare col maresciallo dell'Ufficio Maggiorità del CARTC, perchè capii che così era la vita. Però, per non fare certi servizi pesanti escogitai un sistema inattaccabile. Mi presentai a visita in Infermeria ed ottenni di poter calzare per alcune settimane le scarpette ginniche al posto degli scarponi. In tal modo fui automaticamente esonerato, per un bel periodo, da tutti i turni di lavoro che richiedevano di calzare gli scarponi o gli anfibi. Ognuno si arrangia come può per parare gli assalti del nemico. (In seguito, quando fui nel mio Reparto in qualità di Aiutante di sanità, feci avere a diversi carristi, non solo miei commilitoni, ma anche più giovani, sia il biglietto di riposo in branda sia la prescrizione di calzare le scarpette ginniche per salvaguardarli dalle angherie di qualche sergente o sottotenentino arrogante). E ce n'erano sempre, e ovunque!
 
(Questi ultimi episodi mi rammentano quanto mi raccontò nel settembre 1991 un Tenente Colonnello, vice Comandante del BAR (Battaglione Addestramento Reclute) di Diano Castello, dove mio figlio Luigi stava trascorrendo il periodo di addestramento. Un giovane sottotenente di leva aveva punito un soldato di leva lasciandolo per ore sugli attenti sotto il sole e procurandogli un' insolazione. L'ufficiale (scritto con la minuscola perchè era mentalmente un "minus habens", cioè un imbecille) fu severamente punito e la punizione fu segnata sul suo stato di servizio e gli sarà stata molto "utile" quando in seguito lo avrà esibito nella vita civile, alla ricerca di un lavoro o per qualche pubblico concorso).
 
Durante la mia permanenza al CARTC ebbi occasione di assistere ad un squallido episodio nel cortile centrale della caserma. Il Comandante del CARTC, Col.Nino Vignale (Bersagliere) si prese il lusso di mettere sugli attenti e di rimproverare aspramente, davanti alla truppa schierata, il Ten.Col.Italo Scillitani, Comandante del Battaglione Carristi. Incredibile a scriversi più che a vederlo. Eppure si trattava di due vecchi ufficiali che avevano partecipato alla seconda guerra mondiale! Lascio ogni commento al lettore.
 
Questo colonnello Nino Vignale mi è rimasto particolarmente impresso perchè a dicembre 1962 fu trasferito e, al momento delle consegne, per la cerimonia allestita nel cortile centrale, ci fece aspettare per delle ore schierati sotto la neve che fioccava abbondante su Avellino! Mi infastidisce ancora, a distanza di tempo, ricordare questi squallidi episodi, ma lo ritengo doveroso per "immortalare" fatti e personaggi. Eppure questo militare da Tenente, sul fronte russo, fu insignito di una Medaglia di bronzo al Valor militare. Quando andò via da Avellino, approdò a Napoli per comandare, dal 1963 al 1968, l'antica e gloriosa Scuola militare della Nunziatella. Queste notizie le ho attinte dal web cercando qualche notizia su di lui. Non so se sia stato promosso generale, come invece è capitato ad un altro mio superiore, il Tenente Gustavo Ternullo che incontrai in seguito ad Aurelia e ritrovai in seguito ad Altamura, quando rientrò dalla frequenza della Scuola di guerra. Questo ufficiale pervenne al grado di Generale di Corpo d'armata e comandò la Regione militare Nord-Est. Da Generale di brigata aveva anche comandato la Scuola Truppe corazzate.
 
Tale e tanto squallore emanò anche il comportamento dei caporali istruttori nei confronti di una recluta più vecchia di tutti noi, essendo nato nel gennaio 1936. Veniva chiamato ironicamente "avvocato" dai caporali istruttori, ma lo era davvero, anzi era addirittura assistente ordinario di Diritto canonico all'Università degli studi di Napoli! Infatti, dopo la laurea in giurisprudenza, era stato assistente volontario e poi aveva vinto il concorso proprio nel 1962, ma era stato raggiunto anche dalla cartolina di precetto ed era venuto al CARTC. I 90 giorni di addestramento per lui furono un vero inferno, perchè per un nonnulla era richiamato e punito. Ovviamente tutto questo tra l'indifferenza di chi sarebbe dovuto intervenire. Infatti nessuno degli ufficiali era al livello di questa recluta che era un vero e proprio professore che teneva lezione all'Università e faceva anche il commissario d'esame, come ebbi modo di constatare in seguito, dopo la fine del servizio militare. Dopo il militare riprese il suo servizio all'Università (dove lo incontrai) e fu libero Docente di Diritto ecclesiastico, poi incaricato a Bologna e infine Docente ordinario di Diritto pubblico all'Università di Salerno e avvocato rotale. 
 
In quella Caserma, intitolata al Gen.Gabriele Berardi, che aveva ospitato già tanti soldati nel periodo prebellico e la Scuola Allievi Ufficiali nel periodo bellico, erano di stanza circa 3000(tremila) uomini: 1 Battaglione di reclute Bersaglieri, 1 Battaglione di reclute Carristi, 1 Battaglione di reclute Cavalieri, oltre il personale in Servizio Permanente Effettivo dei Comandi. Era una vera e propria città! Così ritrovai un compagno di Seminario, Gennaro Adinolfi, recluta Bersagliere, che era partito con la mia stessa "tradotta" il 5 novembre 1962.
 
Di questo periodo da recluta ricordo con affetto e rispetto anche il giovane Cap.Armando Biancini, Comandante della mia Compagnia Carristi, fornito di baffoni ottocenteschi, sensibile alla salute ed all'incolumità dei propri soldati, come ho avuto modo di precisare sub voce Biancini nella Sezione Maestri ed Educatori.
 
All'inizio le esercitazioni ginniche erano molto dure, almeno per chi non era abituato ad una intensa vita sportiva. Infatti, tra l'altro, dovevamo quotidianamente fare diversi giri di campo e il "campo" era molto vasto come si può vedere nella foto bianco/nero di un giuramento in fondo a questa Sezione. Quotidianamente vidi cadere sfiancati diversi miei commilitoni, che venivano portati a braccia in Infermeria. Un giorno accadde anche a me e non mi vergogno di dirlo, anzi mi vergogno per chi ci comandava e per chi dirigeva quelle esercitazioni. Si possono qualificare in un solo modo: teste di cazzo (il loro epiteto preferito). Infatti per loro, come per i signori americani e sovietici, la vita di un uomo valeva ben poco. A parole dimostravano grande sensibilità, ma con i fatti veniva fuori la loro vera indole di fanatici che avevano scelto la vita militare come coronamento delle loro grandi aspirazioni esistenziali! Chissà quante volte dei poveri ragazzi, stressati da esercitazioni massacranti, ci hanno lasciato la vita, e la causa sarà stata attribuita ad altro. Quelle esercitazioni massacranti, che lasciavano la maggior parte di noi senza forze, in diversi casi saranno comunque stata la concausa di malattie, perchè indebolivano l'organismo.
 
Durante i tre mesi di addestramento ad Avellino fui coinvolto in alcune esercitazioni notturne con risvegli improvvisi verso le 02,30 di notte. Ci si doveva rivestire, equipaggiare ed armare di tutto punto nel giro di pochi minuti e si usciva con l'elmetto, la tuta mimetica e le armi nella fredda notte andando per strade campestri, campagne e colline adiacenti, a volte sorpresi da imboscate nemiche preparate da altri nostri commilitoni che fungevano da "nemico''. Anche se in questi casi il fuoco era a salve, la sorpresa metteva paura e provocava un forte stress. Poichè era d'inverno (e che inverno!), al rientro ci aspettava un gavettino di vin brulè che imparai a conoscere proprio allora (in seguito lo troverò al mio approdo a Biella nel 1966). Fu anche questa un'esperienza indimenticabile, come quella dei campi d'arma di cui dirò in seguito.
 
Il giorno del giuramento ci lasciarono liberi ed io ne approfittati per andare a Napoli, usufruendo di un passaggio automobilistico di un'altra recluta, Buonanno, che ricevette la visita dei genitori siciliani e vollero festeggiare con un pranzo a Napoli (distante circa 60 km). Così risparmiai il costo del biglietto della corriera, che per un militare di leva con 1500 lire ogni 10 giorni era pur sempre una spesa! Il commilitone Buonanno era laureato in Economia e commercio e aveva 26 anni. Era un pò come l'"avvocato", molto più anziano di noi. Con lui a volte mi trovai in libera uscita e chiacchierare di temi molto lontani dalla vita militare: storia, arte, letteratura, filosofia! Ma anche di scienze, perchè all'epoca dei tiri,studiammo l'occhio e noi due fummo scelti, nella nostra squadra, per illustrarne le caratteristiche anatomo-fisiologiche ai nostri commilitoni.
 
Un altro episodio indimenticabile mi vide protagonista insieme al commilitone napoletano Minino (ricordo che era del quartiere Fuorigrotta) che aveva parcheggiato poco lontano dalla caserma di Avellino la sua Fiat 500 con la quale, appena possibile volava a Napoli. Una volta mi lasciai convincere ad andare con lui in macchina a Napoli. Eravamo in permesso di fine settimana. All'arrivo a Napoli ci lasciammo con la promessa di rivederci la sera della domenica per il ritorno ad Avellino. Il giorno dopo il tempo peggiorò. Durante il viaggio di ritorno ad Avellino incontrammo una situazione meteorologica del tutto diversa da quella di Napoli. Nevicava abbontantemente.Il mio amico perse la rotta e andammo a finire a Monteforte Irpino, che dista km 6.5 dal capoluogo! Come Dio volle riuscimmo ad arrivare nei pressi della nostra Caserma, ma era passata la mezzanotte. Meno male che trovammo un Ufficiale di picchetto comprensivo che tenne conto delle condizioni atmosferiche e chiuse un occhio. Non andai mai più in macchina con lui.
La Caserma Berardi di Avellino come era ai miei tempi.Sono visibili le garitte di guardia.
Qui sopra un Giuramento degli anni '60,nella Caserma di Avellino,come quello al quale partecipai alla fine del 1962.
La Caserma Berardi oggi,senza le garitte di guardia,proprio come il nostro Paese.
 
Avellino,CAR Truppe Corazzate,dicembre 1962
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Il 6 febbraio 1963 fui trasferito a Roma, dove frequentai il Corso di specializzazione come Aiutante di Sanità (con esame finale), presso la Scuola di Sanità Militare, dal 7 febbraio al 7 aprile 1963, la musica era molto diversa, perchè ci trovavamo a Villa Fonseca (Sede anche della Direzione delle Pensioni di guerra del Ministero del Tesoro) alla Scuola di Sanità Militare presso la Direzione Generale della Sanità militare italiana, a fianco dell' Ospedale militare Celio. Si incontravano generali medici (tutti professori universitari) e tanti altri ufficiali medici come fatto abituale. Il Direttore della Scuola era il Col. Medico Massara, mentre la 8a Compagnia di Sanità, in cui eravamo inquadrati, era comandata da un Capitano dei Granatieri. Si trattava di una Compagnia interforze formata da militari provenienti da Corpi diversi. Eravamo in quaranta, ma tra noi c'erano fanti, cavalieri, carristi, bersaglieri, artiglieri, un carabiniere, un marinaio. C'erano anche due altoatesini, e ricordo un certo Egger. C'era un forte spirito di corpo. Eravamo divisi in cinque gruppi di otto unità con un capogruppo. Fui scelto come capogruppo. Al termine del corso riportai il punteggio di 16/20 (=buono) agli esami, senza però impegnarmi eccessivamente, conseguendo l'Attestato di specializzazione di Aiutante di Sanità (A.Sa), in seguito riconosciuto come Diploma di Infermiere generico (Decreto Ministero Sanità,12 dicembre 1990). Ricordo che in quel periodo scrivevo anche poesie per Maria, la mia fidanzata.
All'epoca il Direttore Generale della Danità Militare era il Ten.Gen.Medico Dott. Prof. Gerardo Mennonna, esperto igienista e di medicina tropicale, libero docente ed autore di pubblicazioni specialistiche, Medaglia d'argento al valor militare. Dopo di lui c'era il Ten.Gen.Medico Dott. Prof.Francesco Iadevaia, eminente chirurgo, che divenne Direttore Generale nel 1964. Il prof.Iadevaia è stato il fondatore del' Accademia di Sanità Militare interforze e del Centro Studi della Sanità militare. Entrambi avevano i loro Uffici a Villa Fonseca, quindi era facile incontrarli. Loro rispondevano al nostro saluto con un sorriso e agitando la mano, non portandola in alto vicino al berretto, come degli amici. Ho voluto fare delle ricerche sul loro conto ed ho scoperto che la Repubblica italiana si è sprecata nel ricompensarli: entrambi sono Grande Ufficiale, cioè la mia stessa onorificenza. Incredibile! Eppure dalle loro biografie risulta che hanno fatto molto per la Sanità militare italiane, anche in ambito NATO. Poi capita ci vedere degli emeriti...sconosciuti insigniti della massima onorificenza, quella di Cavaliere di Gran Croce. Se non si conferisce a questi studiosi e servitori dello stato la massima onorificenza, non capisco a chi altri si possa conferire.
 
GenMennonnaGenMedIadevaia
I Ten.Gen.Medici Proff.Gerardo Mennonna e Francesco Iadevaia
 
Equipollenza ASa
Questo è il Cerificato di equipollenza rilasciato dal Ministerto della Salute
 
 
Queste sono le mie mostrine da Carrista, lo scudetto della mia specializzazione
di Aiutante di Sanità,e il fregio del mio basco nero,che conservo gelosamente dal 1964.
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 Ingresso di Villa Fonseca a Roma da via S.Stefano Rotondo 4 (di fronte c'è l'ingresso del Policlinico militare Celio).A destra entrata da Via Sant'Erasmo 6
 
(Un caso particolare che non posso dimenticare è rappresentato da Antonio Ibello, che ebbi come commilitone, a Roma, al Corso di Aiutante di sanità. Era nato nel mio stesso giorno, mese ed anno! Era un lanciere di Montebello, Arma di Cavalleria, e nella vita faceva il commesso di farmacia ad Aversa. Ci lasciammo alla fine del corso perchè lui rimase a Roma, ma agli inizi degli anni '90 notai che abitava a Capua, dove cercavo ulteriori notizie sui miei antenati. Gli scrissi e gli telefonai: fu contento di risentirmi e si fece in quattro per farmi avere dalla Biblioteca del Museo Campano di Capua sia le fotocopie delle poesie latine di Joseph e Franciscus Gianfrotta [del XVIII secolo] sia la fotocopia di una cronistoria della Famiglia Gianfrotta, in cui si precisano il cognome originale Zianfrocta, il nome del primo antenato storicamente accertato di quella antica Famiglia, Padovano, e il luogo d'origine, Gaeta (dati che già conoscevo perchè me li aveva comunicati il nobile Teodorico Gianfrotta nel 1965). Il mio commilitone nel frattempo aveva fatto carriera ed era diventato capo reparto di un'azienda farmaceutica a Capua). Le ricerche effettuate in seguito personalmente da me hanno portato a tutt'altre conclusioni storico-genealogiche, riportate nella Sezione "Cronistoria familiare"
 
Dopo il corso fui destinato al CIV Battaglione Carri di stanza ad Aurelia, a nord di Civitavecchia, nella Caserma del 1° Reggimento Bersaglieri (con me venne anche un altro commilitone del corso, il bersagliere toscano Ettore Falvo, col quale lavorai alcuni mesi nella stessa Infermeria). Lì trovai due novità: la prima è quella che non potevano conferirmi il grado che mi spettava (ai sensi del Regolamento di Sanità militare: Regio decreto 17 novembre 1932 – Parte Prima – Ordinamento del Servizio Sanitario Militare Territoriale – Capo Secondo, art.8 comma 35 (“Militari della Compagnie di Sanità, Aiutanti di di Sanità Reggimentali”). “Presso tutti gli Ospedali militari ha luogo ogni anno l’istruzione per gli Aiutanti di sanità dei corpi da promuoversi caporali d’infermeria), cioè quello di caporale prima e di caporalmagigore dopo sei mesi, perchè l'Aiutante di Sanità-Carrista del mio Battaglione, un siculo appartenente allo scaglione precedente al mio, era stato punito con la CPR (Camera di Punizione di Rigore) e, quindi, non aveva potuto ricevere il grado. Per non creare attriti e malumori avevano deciso di non dare la promozione neppure a me, perchè ero di uno scaglione (contingente) successivo, quindi più giovane. Questo era il modo di ragionare, con molta "logica e razionalità", tipicamente militare.
In un colloquio col Comandante del Battaglione mi fu detto che avrei potuto ricevere il grado di caporale abbandonando il mio ruolo di Aiutante di Sanità e facendomi incardinare come scritturale presso gli uffici del Comando, ma rifiutai l'offertai, perchè alllora non mi interessava tanto il grado quanto esercitare le mansioni della qualifica specialisitca che avevo conseguito. Il Comandante appressò e mi diede subito una licenza di sette giorni. Avevo appena depositato il mio zaino e subito ripartii, grazie al mio Comandante, Ten.Col. Aldo Persiani, vecchio combattente della 2a guerra mondiale, che nel settembre successivo fu destinato al Centro Alti Studi Militari al Ministero della Difesa. A proposito del 1° Reggimento Bersaglieri, di cui eravamo ospiti, bisogna ricordare che si sentivano dei padreterni, perchè il Reggimento,fondato nel 1861, era intitolato al Generale Alessandro Lamarmora, il fondatore dei Bersaglieri; poi la loro bandiera era la più decorata delle FF.AA. e, infine, eravamo nella loro caserma! Il motto di quel Reggimento era: "Ictu impetue primus", cioè "Primo nel colpire e nell'assalire". Figuratevi un pò con chi avevamo a che fare!
 
Questo è l'emblema del CIV Btg.Carri riportato allora sulla carta intestata
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Al ritorno dalla licenza non trovai un bel clima nei miei confronti, perchè avevano pensato che ero un raccomandato. Non era del tutto falso, ma non era neppure del tutto vero. Infatti, si interessò per me il Gen. Medico Pasquale Fedele, cognato di  mio zio Angelo De Santis, che avevo visitato più volte a casa sua a Roma durante il Corso di Aiutante di sanità, e zio Angelo mi aveva fatto segnalare al mio nuovo Comandante, ma solo per avere qualche licenza.
 
In Infermeria dovetti affrontare subito un caporalmaggiore dei Bersaglieri (il tipico caporalmaggiore prepotente e frustrato!), Aiutante di sanità del 1° Reggimento Bersaglieri, il Reparto che ci ospitava, il quale pretendeva che gli facessi il letto e gli servissi il pranzo! Ovviamente lo mandai a quel paese e lui mi aggredì fisicamente, ma risposi con veemenza all'aggressione fisica, e fui anche spalleggiato dagli altri Aiutanti di sanità, sia carristi sia bersaglieri. Ricordo il solo cognome di quel cretino, malato di nonnismo, pugliese sbalestrato, che a luglio si congedò con grande soddisfazione di tutti. Il suo comportamento, comunque, censurato dagli Ufficiali medici, sortì un effetto negativo: da allora gli Aiutanti di sanità furono costretti ad andare alla mensa comune (prima si mangiava nei locali dell'Infermeria, dove ci portavamo il pranzo e la cena. In seguito, nella caserma di Altamura ,la mensa invece sarà costituita da tavoli circolari ai quali ci sedevamo in quattro, dopo aver ritirato i pasti al self-service).
                               Ingresso Caserma La Mamora ad Aurelia Nord, com'è oggi. Uno squallore!     (Caserma di Aurelia, giugno1963, mensa comune,s ono a sinistra, in primo piano).
 
Nel periodo giugno-luglio, per ben 35 giorni. il mio Battaglione Carri andò nei boschi di Tuscania, precisamente in regione "Punta dell'Oro", per il "campo d'arma estivo", cioè un vero e proprio addestramento di guerra. Il più anziano degli Aiutanti di sanità carristi non venne perchè stava per andare in congedo (a luglio); il secondo (quello della punizione) si imboscò non so con quale scusa (tipica della sua discutibile personalità sicula), e quindi toccò a me, ma fui contento, perchè fu un' esperienza indimenticabile. Per 35 giorni vissi sotto la tenda che dovetti piantare da me; con l'aiuto dell'ufficiale medico (quest'ultimo per me era uno sconosciuto, perchè fu assegnato dalla Regione militare centrale, visto che il mio ufficiale medico in quel periodo era in licenza per qualche giorno) piantai invece da solo la tenda dell'infermeria. Vivevamo come in zona e tempo di guerra, mangiavamo nelle gavette, usavamo l'acqua dell'autobotte, sterilizzata con pastiglie di "steridrolo" e convogliata alle compagnie attraverso un sistema idrico da campo, molto pratico e funzionale, montato da noi, che comprendeva anche i lavandini da campo. All'arrivo dovemmo preparare anche le "fosse igieniche" che quotidianamente "spolveravo" con ipoclorito di  calce. C'era anche la doccia da campo! La cucina da campo funzionava egregiamente grazie al vecchio Maresciallo La Gala, nolano, e c'erano tante fresche bibite che si compravano allo spaccio del campo. Qualche volta col camion andai anche in libera uscita e potei visitare la bella Tuscania, a nord della provincia di Viterbo, piena di tante belle persone, tipicamente di origine etrusca. Una volta assistemmo anche ad una tradizionale festa religiosa. Per le esercitazioni militari i carri uscivano presto al mattino e, al ritorno, c'erano sempre scottature da curare a causa delle impugnature delle mitragliatrici del carro che si infuocavano. Alcune volte le esercitazioni furono congiunte con un battagliane di Carabinieri che usavano i messi corazzati. (Ricordo, per inciso, che siamo ai tempi del Generale Giovanni De Lorenzo, Comandante dei Carabinieri nel periodo 1962-65 e Capo di Stato Maggiore dell'Esercito nel periodo 1965-67).
Tuscania, campo d'arma estivo giugno-luglio 1963, nella foto a sinistra sono il secondo da sin; nella foto a destra sono davanti alla mia inferneria da campo
(Archivio Italo Zamprotta)
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Al ritorno avevo immagazzinato un'esperienza tale che tutti gli altri Aiutanti di sanità, che ne erano privi, mi sembravano degli sprovveduti. Ebbi appena il tempo di salutare un caro commilitone, il caporalmaggiore Aiutante di sanità Salvatore Zappulla, che andava in congedo. Dovendo ritornare a casa, a Floridia (Siracusa) in Sicilia,gli consigliai di fermarsi a Napoli a salutare i miei genitori. Seppi poi che i miei lo avevano trattenuto a pranzo. In seguito Zappulla fu assunto dall'Ospedale di Siracusa come infermiere. Ebbi come commilitone, anche se del 1° Reggimento Bersaglieri, Ettore Falvo, che aveva frequentato il Corso di Aiutante di sanità con me a Roma. Allora era un giovane studente universitario, poi l'ho ritrovato su internet quale noto enologo, viticultore,produttore di vini pregiati di Montepulciano e premiato a livello internazionale.
 
Di questo periodo ricordo il Col.Vittorio Lacatena (in seguito promosso Generale), Comandante del I° Reggimento Bersaglieri, invalido di guerra (aveva una calotta metallica sul cranio quasi in corrispondenza della nuca ed era privo di un occhio). Per la mancanza dell'occhio veniva chiamato benevolmente "Polifemo". Un giorno entrò improvvisamente in Infermeria e, trovandomi seduto sulla sponda del letto, mi richiamò severamente e mi inflisse tre giorni di consegna, che mi furono annullati dal mio Comandante, il Ten.Col.Aldo Persiani, a seguito di segnalazione del mio ufficiale medico, dr.Umberto Scozzafava di Roma e di uno degli ufficiali medici del 1° Rgt Bersaglieri, dr.Aulo Brutti di Viterbo, che avevano capito l'enormità della punizione a fronte di una veniale mancanza.
 
In questo periodo mi accadde anche un episodio che in seguito mi ha fatto molto pensare perchè ha qualche somiglianza con ciò che era accaduto a mio fratello Duccio nel 1940, dopo la breve guerra con la Francia, quando era di stanza col suo Reggimento a Fossano. Una sera di libera uscita a Civitavecchia (dove andavamo abitualmente, essendo la città distante 7 km) alcuni di noi perdemmo il camion per il rientro e ce la dovemmo fare a piedi. Arrivammo dopo l'orario previsto. Scavalcammo il cancello della caserma (proprio come aveva fatto il mio fratello primogenito 23 anni prima!) ed entrammo nell'Infermeria che era a piano terra e aveva qualche finestra aperta, essendo d'estate. Ma il timore fu grande perchè se fossimo stati scoperti, l'avremmo pagata molto cara.Ma a quella età non si sta troppo a pensarci su. Per quanto riguarda mio fratello, ho raccontato l'episodio nella Appendice 2 della Sezione 8.1., dove parlo della Cronologia familiare. Comunque per comodità del lettore lo riporto tal quale: "Nel 1940 mio padre Nicola da Roma (dove si trovava, richiamato in servizio al Ministero della Guerra) dovette accorrere in Piemonte, dove si trovava di stanza col proprio Reggimento il primogenito Donato, sergente. Il sergente, che si era beccato gli arresti di rigore, inflittigli con molta severità. Aveva richiesto telegraficamente l'intervento del padre, che da Roma si recò in treno immediatamente in Piemonte e mise in malcelata apprensione il Colonnello comandante, quando si presentò come Ufficiale del SIM-Servizio Informazioni Militari, addetto al Ministero della Guerra! Gli arresti furono revocati e annullati e si andò tutti a pranzo: vicenda tipicamente italiana".
 
In quell'estate accadde un fatto che mi è rimasto particolarmente impresso. Era luglio inoltrato e faceva molto caldo. Diversi militari ne approfittavano e andavano al mare recandosi alla vicina spiaggia di s.Agostino (che distava poche centinaia di metri dalla nostra caserma), anche se c'era il divieto assoluto di farlo, ma, si sa, in Italia, gli ordini non vanno mai rispettati e ognuno fa come gli garba. Quel pomeriggio ero di servizio in Infermeria insieme al S.Tenente medico Aulo Brutti di Viterbo. Ci fu ordinato di partire subito e una camionetta ci portò sulla famosa spiaggia che avevo sempre sentito nominare e mai frequentato. Trovammo un capannello di gente, tra cui un medico civile, attorno ad un ragazzo, il cui corpo esanime già presentava i segni classici dell'annegamento: una diffusa bava biancastra gli fuoriusciva dalla bocca e il corpo, freddo e marmorizzato dal rigor mortis, ormai non dava segni di vita. Gli praticai inutilmente un'iniezione di analettico che avevamo portato con noi. Quel ragazzo si chiamava Carlo Riscatti, di Mantova, ed era un giovane bersagliere di 22 anni. Furono celebrati i solenni funerali nella Cattedrale di Civitavecchia. Eravamo tutti lì: i bersaglieri del I° Reggimento,i carristi del XVIII° e i carristi del CIV° Btg Carri.
 
(A proposito della spiaggia di s.Agostino, debbo rilevare che solo molti anni dopo, grazie ai miei studi di scienze religiose, ho saputo perchè quel luogo è chiamato così. Infatti, vi avvenne, secondo la tradizione cristiana, il famoso incontro tra s.Agostino meditabondo in riva al mare sul mistero della SS. Trinità ed un angelo inviato da Dio (o lo stesso Gesù Bambino?). Probabilmente l'incontro avvenne presso la Torre Bertolda (o appunto “di s.Agostino”) 11 km a nord di Civitavecchia. L’angelo, con fattezze di bambino, tentava con un piccola conchiglia di svuotare il mare di tutta la sua acqua riempiendo una buca fatta sulla spiaggia. Di fronte alle ovvie perplessità espresse del Santo sul successo dell’operazione, il bambino fece notare che allo stesso modo assurda, e votata quindi al fallimento, era da considerare anche quella speculazione che, con il solo ausilio della mente umana così limitata, Agostino tentava di fare per comprendere verità tanto alte, cioè il Mistero della SS.Trinità, sul quale in seguito s.Agostino pubblicò un'opera in quindici libri. La visione poi improvvisamente disparve. s.Agostino, di origine berbera-algerina, si trovava in quel posto, insieme con la madre Monica, reduce da Milano, dove aveva ricevuto il battesimo da s.Ambrogio (24 aprile 387, Sabato Santo), sulla via del ritorno a casa. Qualche giorno dopo, a Ostia, perse anche la madre, come in precedenza (alcune settimane prima, dopo il battesimo) aveva già perso il giovane figlio Adeodato.
 
Prima di finire di parlare del mio soggiorno ad Aurelia, mi sento in dovere di ricordare che fu qui che imparai tutta la modulistica infermieristica, medica, amministrativa, statistica e farmaceutica di cui era dotata l'infermeria. E fui anche incaricato di attendere alla sua cura, ordinaria e straordinaria, perchè gli altri non ne volevano sapere di lavori con la penna. Infatti, si trattava di compilare non solo moduli, ma anche le schede nosologiche dei degenti in infermeria e i registri per le statistiche annuali, e curare il carico e scarico dei farmaci, per i quali periodicamente ci si riformiva presso la Farmacia militare della Regione Militare Centrale. Ciò mi sarà molto utile in seguito, quando sarò ad Altamura, unico e solo Aiutante di sanità di tutto il CIV Battaglione Carri in quella caserma!

 Caserma di Aurelia, maggio1963,in partenza per un'esercitazione

(Archivio Italo Zamprotta)

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In settembre il mio Battaglione si trasferì ad Altamura, nell'entroterra barese. In tal modo passammo dalla II Brigata corazzata, che faceva parte della Divisione Corazzata "Centauro", alla Brigata Corazzata "Pinerolo" con comando a Bari ,nella Regione Militare Meridionale. (Ho rivisto, grazie a Google maps, la Caserma La Marmora di via Aurelia Nord. Ora c'è un Reparto Trasmissioni. Sembra un edificio senza vita, molto diverso da allora. L'ho riconosciuta perchè il contesto è lo stesso: strada consolare romana, con tanti pini marittimi e i mattoni rossastri ai lati dell'edificio. Quanti ricordi!).
 
 
 
     Stemma Divisione Corazzata "Centauro"  Stemma della Brigata Corazzata "Pienerolo"
 
La caserma che ci accolse era ancora in via di rifinitura e i viali erano incolti, abitati anche da vipere. Una la raccogliemmo in una bottiglia e la inviammo all'Istituto chimico-farmaceutico militare di Firenze. Mi piace ricordare che fui il primo Aiutante di Sanità a mettere piede in quella che poi fu l'Infermeria del Battaglione. Insieme con l'Ufficiale medico dovemmo far sistemare l'arredamento e scegliere l'ubicazione delle suppellettili. Dopo poco l'Ufficiale medico, Dott.Umberto Scozzafava (di origine calabrese), romano d'adozione, ottenne il trasferimento nella sua Roma, dove risiede ancora oggi ed ha esercitato la professione di ostetrico-ginecologo.
 
Fu in questa Infermeria che dimostrai le mie competenze e capacità, in seguito ampiamente certificate e sottoscritte dai miei superiori. Per alcuni mesi fui unico e solo Aiutante di sanità e fui io che dovetti fare, per esempio, le iniezioni in regione pettorale alle reclute appena giunte al Battaglione, perchè l'Ufficiale medico me ne delegò l'incombenza! Si tratta del S.Tenente Medico Matteo Bracciolini, allora Assistentepresso lai Clinica oculistica al Policlinico di Bari e in seguito Docente universitario e Primario di Divisione oculistica in quella città.
 
Mi è rimasto molto impresso un singolare episodio che capitò nella caserma di Altamura quando venne a farci visita il Comandante della Regione Militare Meridionale da Napoli. Si trattava di un Generale di Corpo d'armata, seguito da un codazzo di ufficiali, che avanzava come se fosse stato il Padreterno in persona, e come tale si comportò. Infatti, quando fu in Infermeria diede gli ordini all'Ufficiale medico come a un cameriere, ma, fatto molto più grave, per qualche piccolo disguido, mise sull'attenti il Direttore della Sanità Militare della Regione Militare Meridionale. Si trattava del Generale Medico Prof. Bartocci, Docente alla Facoltà di Medicina dell'Università di Napoli. Mi si strinse il cuore nel vedere questo vecchio e corpulento generale medico trattato come l'ultima delle reclute! Non faccio il nome di quel "grand'uomo" perchè non merita di essere ricordato.
 
Un altro episodio degno di menzione accadde in novembre.Un pomeriggio si presentarono in Infermeria alcuni carristi che sorreggevano un mio commilitone, Bruno Ravasi di Novara, il quale, appena entrato ebbe appena il tempo di mormorare il mio nome, Italo, e poi svenne. Era ferito, aveva un'emorragia ad una mano (o ad un avambraccio, non ricordo con esattezza). Mi riferirono che si era ferito nell'accenzione di una stufa. Chissà, forse aveva usato dell'alcool ed era stato catapultato a terra ferendosi e ricevndo uno schock. Gli medicai la ferita, gli feci un'inizeione di CKP per l'emorragia e gli applicai il laccio emostatico al braccio. Poi feci allertare la nostra ambulanza e lo portammo all'Ospedale civile di Altamura. La dottoressa del Pronto soccorso mi chiese chi gli avesse applicato il laccio emostatico e le risposi che lo avevo fatto di persona. Mi rispose che era stato applicato molto bene. Non avevo fatto altro che mettere in oepra gli insegnamenti ricevuti durante il Corso di Aiutante di Sanità a Roma.
 
In dicembre 1963 ci fu la ciliegina sulla torta: il "campo d'arma invernale" di tre settimane.Buona parte del Battaglione partì per le Murge pugliesi per le esercitazioni. Poichè ero l'unico Aiutante di sanità del Reparto, fu giocoforza andare. Questa volta tutto andò a meraviglia e ci divertimmo anche. Ammirammo i trulli sparsi nel paesaggio e qualcuno lo scassinammo anche (tanto i danni venivano pagati dal Ministero della Difesa!). Così mangiammo ottimi salami e soppressate e bevemmo un vino pugliese autentico. Negli ultimi giorni mi presi una bella influenza che fece ridere un pò tutti perchè ero andato per curare e, invece,dovevo essere curato! Al rientro trovai un nuovo arrivato, che avrebbe dovuto sostituirmi di lì a poco. A febbraio 1964, infatti, tutto ciò ebbe termine e col sospirato congedo il giorno 7 me ne partii col treno per tornarmene a casa a Napoli, in abiti borghesi.Non pochi commilitoni quel giorno, salutandoci,avevano gli occhi arrossati, specialmente quelli pià giovani che restavano e sapevano di perdere un amico. Qualche sera prima eravamo stati al ristorante tutti i "nonni" alla cena d'addio alla vita militare, ma era anche un addio tra tutti noi poichè non ci saremmo mai più rivisti.  

 

                          Altamura,novembre1963,nella mia infermeria con un aiutante - Altamura, gennaio 1964

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  Altamura,dicembre 1963,al centro l'Ufficiale medico Bracciolini Matteo e l'altro Aiutante di sanità - Altamura, gennaio 1964 Sono visibili alle nostre spalle i carri armati M47 in dotazione allora alle Forze Armate italiane, avuti dall'Esercito americano
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Al termine di questa Sezione desidero riportare l'Inno dei Carristi, che mi fu consegnato qualche giorni prima del congedo.
L'ho trascritto così come riportato nei fogli che conservo nel mio archivio, e come lo cantavamo (per chi volesse ascoltarlo, può consultare il seguente sito web  https://www.youtube.com/watch?v=I9IMqc9S_8o
(parole e musica del Capitano Luigi Poletto,1927)
 
Son d'acciaio i cingoli possenti
son d'acciaio come i nostri cuor
che conoscon tutti gli ardimenti
e non san che sia il timor. 

Cosa importa se il nemico è forte? 
Con l'ardore della volontà, 
il carrista sa sfidar la morte 
e impetuoso avanti va.

Nella lotta ci guidano gli eroi, 
e i risorti che vegliano su noi!

Siamo carristi 
tempra d'eroi 
Ferrea mole, ferreo cuor!

Le fiamme rosse
Che noi portiamo 
simboleggiano il valor. 

E la vittoria sapremo conquistar 
e la storia di noi dovrà parlar! 
Siamo carristi, tempra d'eroi 
Ferrea mole, ferreo cuor! 
Siamo nati all'alba del carrismo 
e l'esempio il cuore ci forgiò ! 
e dei fratelli il nobile eroismo alla lotta ci temprò! 

Col sorriso andremo alla battaglia 
mentre mamma ci benedirà... 
sfideremo, baldi, la mitraglia
quando l'ora sonera! 

Con la fede nel cuore, con l'ardir
noi giuriamo di vincere o morir!

Siamo carristi, tempra d'eroi 
Ferrea mole, ferreo cuor!

Le fiamme rosse che noi portiamo
simboleggiano il valor. 
E la vittoria sapremo conquistar 
e la storia di noi dovrâ parlar 
Siamo carristi, tempra d'eroi 
Ferrea Mole Ferreo cuor!
 (Testo emendato secondo dettami costituzionali post 2a Guerra Mondiale.E te pareva!)
 
 
Preghiera del Carrista
 
A te onnipotente Iddio, Signore del Cielo e della Terra,
noi uomini d’arme, eleviamo la nostra preghiera.
Gran Dio, cui obbediscono il ghibli ed il sole cocente,
benedici i carristi che riposano sotto la sabbia infuocata.
Dio della Gloria,
accogli nella Tua pace le spoglie di coloro che,
prima del mortale spasimo,
conobbero il tormento dell’arsura.
Dio della potenza,
esalta nella Tua gloria il valore dei nostri Caduti,
tempra i nostri cuori e rendili più forti dell’acciaio che corazza i nostri carri.
Dio della pace e della bontà,
benedici la nostra Patria, le nostre case i nostri carri.
Benediteci, o Signore.
 
                                                  
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 29 Dicembre 2016 19:08
 

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